Il ritardo e l'assurdo limite del 30% sugli incentivi fiscali alle startup

di Marco Liera (*) - 23/03/2014

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Ma saperlo prima, no? Il decreto attuativo del ministero dell’Economia sugli incentivi fiscali all’investimento in startup innovative precisa ora che la detrazione fiscale spetta solamente ai soci che hanno una quota del capitale sociale inferiore al 30%. Pertanto, sono tagliati fuori dalle agevolazioni i soci fondatori delle oltre 1800 imprese iscritte al registro, che tipicamente detengono quote superiori. Questa non irrilevante limitazione viene imposta a 17 mesi dall’emanazione del decreto Crescita 2.0 dell’ottobre 2012, che per altro dava al Governo 60 giorni di tempo per regolamentare gli incentivi fiscali. I Governi che nel frattempo si sono succeduti (Monti, Letta e ora Renzi, con tre responsabili diversi al ministero dell’Economia e altri tre allo Sviluppo Economico) hanno impiegato invece 17 mesi per regolamentare questo importante aspetto, a quanto pare per le difficoltà incontrate all’Unione Europea, come sempre pronta a bloccare provvedimenti in odore di “aiuto di Stato”. E in particolare la limitazione al 30%, come dichiarato dal Capo di Gabinetto del MISE Stefano Firpo in occasione degli Stati Generali delle Startup il 13 marzo a Milano, è stata introdotta per evitare uno stop della UE. E torniamo alla domanda iniziale: ma saperlo prima, no?

Da una parte il decreto Crescita 2.0 non lasciava presagire alcuna limitazione come questa sulla detraibilità degli investimenti. L’art, 29 comma 1 del decreto recita infatti così: “Per gli anni 2013, 2014 e 2015, all'imposta lorda sul reddito delle persone fisiche si detrae un importo pari al 19 per cento della somma investita dal contribuente nel capitale sociale di una o piu' start-up innovative direttamente ovvero per il tramite di organismi di investimento collettivo del risparmio che investano prevalentemente in start-up innovative”

Per altro, l’ultimo comma dell’articolo 29 già precisava che “L'efficacia della disposizione del presente articolo e' subordinata, ai sensi dell'articolo 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, all'autorizzazione della Commissione europea, richiesta a cura del Ministero dello sviluppo economico”. Come dire: caro investitore in una startup (di maggioranza o di minoranza), guarda che questo incentivo potrebbe saltare per i divieti imposti dall’Unione Europea. E anche ex post la sensazione è quella dei sudditi: "L'incentivo è limitato perchè l'ha ordinato la UE!". Che significa? Questo 30% discende da una norma o è frutto di una trattativa tra i rappresentanti del Governo italiano e i burocrati di Bruxelles? E se è stata una trattativa quali sono state le contropartite? E se invece è una norma, era già nota al momento di entrata in vigore del decreto? A me - ignorante di diritto comunitario - è noto solo il principio fissato dall'art. 107 del Trattato di funzionamento della UE, che recita: "Possono considerarsi compatibili con il mercato interno.... gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse".

Questa vicenda mi pare l’ennesima riprova della quasi impossibilità di fare una qualunque politica economica organica in Italia. Hai un Governo che ha una buona idea, ma che subito precisa che forse potrebbe non essere realizzata nei termini descritti. Si dà due mesi di tempo per dare certezze. In realtà anziché due mesi ce ne mette 17 perché nel frattempo l’Esecutivo cambia due volte con tutti i rallentamenti del caso e perché si apre una trattativa estenuante con i burocrati di Bruxelles. E poi alla fine hai la sorpresa che sì, la detraibilità c’è, ma è riservata ai soci di minoranza. E agli imprenditori che nel frattempo avevano investito i loro risparmi personali nella startup nell’attesa di godere degli incentivi fiscali descritti nel decreto che gli diciamo? Che nell’ultimo comma “vi avevamo avvertito”? Come si fa a programmare uno straccio di investimento in queste condizioni?

Nel merito poi, mi pare che questo limite al 30% risponda a una equazione startupper= uno che si sbatte ma che non ha soldi per finanziare la sua azienda e che quindi deve andare in giro con il cappello in mano a chiederli ad altri, loro sì gratificati dalla detrazione (con il vincolo di non superare il 30% anche per loro, ovviamente). Una visione pauperistica in linea con l’”invenzione” delle SRL a un euro, come se per avviare una qualunque impresa non fossero necessari dei capitali minimi.

E invece forse qualche startupper dei risparmi da mettere nella sua azienda li avrebbe pure. Pensiamo al peso rilevantissimo che ha il bootstrapping (=finanziamento da family & friends) perfino negli USA, dove business angels e VCs certo non mancano. Anche perchè lo sanno anche i bambini che gli investitori terzi prestano attenzione al commitment finanziario del fondatore. E qui in Italia invece si escludono pure i familiari dei soci con quote >30% dalle agevolazioni. Con una atroce scarsità di VCs e business angels in giro (e vedremo se gli incentivi loro concessi ne aumenteranno il peso e il ruolo).

Una obiezione che può essere mossa alla pretesa di comprendere tutti i soci nelle agevolazioni è: ma come potrebbe lo startupper usufruire della detraibilità dal momento che non c'è convenienza a investire in una azienda e farsi pagare da questa uno stipendio (per via del peso dei contributi su quest'ultimo). In assenza di una IRPEF da pagare, è il ragionamento, non ci sarebbe stato interesse alla detraibilità sull'investimento. D'altra parte, osservo che in base al decreto resta la possibilità di usufruire della detraibilità fino al 3° periodo di imposta successivo all'investimento. Quindi per i primi 3 anni (anno dell'investimento + 2 anni successivi) il fondatore può benissimo lavorare gratis e non avere altri redditi imponibili, e se non ci fosse stato il limite al 30% avrebbe avuto ancora tempo il 4° anno per "farsi pagare" un salario e poter usufruire quindi della detrazione, Oppure, se la startup è un successo, avrebbe potuto vendere le quote al 4° anno e usufrire della detrazione sulla plusvalenza imponibile IRPEF (il 49,72% della plusvalenza sulla cessione delle partecipazioni qualificate è imponibile). Ricordo che il beneficio fiscale decade in caso di cessioni di quote nei 2 anni successivi all'investimento, quindi la cessione al 4° anno non sarebbe stato un problema. Poi c'è il caso dei familiari che lavorano (non nella startup) o percepiscono altri redditi imponibili IRPEF e che investono nella startup in una misura che - sommata a quella del/dei fondatori - supera il 30%, Quelli avrebbero potuto usufruire subito della detrazione, e invece...

Un'altra obiezione è che se tutti i soci fossero stati compresi nelle agevolazioni, ci sarebbero stati rischi di elusione. Posto che in qualunque provvedimento fiscale i rischi di elusione non sono mai azzerabili, rispondo che lo status di startup innovativa non nasce da una autocertificazione, ma da precisi e rigidi requisiti (spese di ricerca minime, tipologia di attività, qualificazione delle persone, proprietà intellettuali etc.) che vengono verificati da organi esterni indipendenti (le Camere di Commercio). Quindi siamo in presenza di limitazioni ben precise, già sufficienti a mio avviso a minimizzare le ipotesi elusive. Che restano anche nell'attuale versione, basti pensare all'uso che potrebbe essere fatto dei patti di sindacato per aggirare il limite del 30%.

Un’ultima parola sul crowdfunding, altra vagheggiata fonte di finanziamento delle startup italiane. Abbiamo il regolamento Consob, abbiamo qualche iniziativa in corso. Molto bene. Come al solito, credo manchi qualcosa, in ossequio al vecchio costume italico di fare le cose a metà. Le SRL attuali sono il veicolo adatto per una proprietà diffusa? Direi di no. Qualora i piccoli soci entrati volessero vendere le loro quote (tipicamente perché agganciati con il tag along alla cessione del controllo da parte del fondatore), dovrebbero andare da un notaio o da un commercialista per chiudere la transazione, con relativi execution costs del tutto ingiustificati per chi ha investito al massimo poche migliaia di euro. E poi la SRL assomiglia a un condominio, dal momento che il diritto di un qualsiasi socio (anche quello che ci ha messo pochi euro) di visionare la contabilità, le fatture e i giustificativi delle spese della società è inderogabile.

Una SRL trasformata in SPA con accentramento delle azioni dematerializzate in Monte Titoli sarebbe invece l’ideale dal punto di vista dei crowdfunders: i titoli sarebbero aggiunti a quelli contenuti al proprio dossier in banca, e basterebbe una comunicazione a MT per la cessione ad altro soggetto. Peccato che una SPA richieda un capitale minimo da 120k euro, il revisore dei conti e il collegio sindacale. Altro che SRL a un euro.

Twitter: @LieraMarco

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