Dejà-vu 21. Renzi alla prova del bastone

di Enrico Ascari (*) - 19/03/2014

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Qualcuno tra i lettori si ricorderà la famosa “prova del bastone”, immortalata in diversi album di “Tex”. Il prigioniero deve correre a tutta tra due file di pellerossa che lo bastonano. Se riesce a portare a termine la sfida senza essere schiantato ha diritto ad un cavallo per tentare una sia pure improbabile fuga, senza acqua nè armi, nelle desolate lande dell’Arizona. In caso contrario lo attende la morte certa al palo di tortura.
Matteo Renzi si trova in una situazione analoga: tra le file dei bastonatori non manca proprio nessuno, a partire da molti compagni di partito.
In tanti hanno detto e scritto: hai voluto la bicicletta? E ora pedala, in salita, ovviamente, e da solo. Tipico per un paese che abbiamo metaforicamente rappresentato, in tempi non sospetti, come un “gattopardo di marmo”1 .
Il rottamatore, peraltro, non sembra a suo agio nei panni che gli sono stati tagliati addosso dai vari comici, involontari e professionisti, che dilagano nell’etere: quelli del bamboccio ridanciano e spaccone. Intanto ha capito che deve correre veloce: per lui contano davvero i primi cento giorni di governo. Anzi sessanta, quelli che segnano la distanza con le elezioni europee e le buste paga di maggio. E’ questo il traguardo della sua “prova del bastone”. Il Presidente del Consiglio sembra avere ben compreso l’importanza dei concetti, universalmente utilizzati, spesso a sproposito, di “stock” e flusso.
Lui porta sulle spalle due macigni: quello apparentemente indistruttibile del debito pubblico e quello della credibilità “zero” della politica italiana, con il suo pervasivo portato di cinismo, disincanto e pessimismo. Due grandezze stock, eredità del passato: la prima è inattaccabile nell’immediato. La seconda, per quanto radicata nell’immaginario collettivo, appartiene, almeno nel breve andare, al mondo del virtuale, della narrazione, della fiducia.
E’ tutta materia manipolabile a condizione che l’azzardo sia ricompensato in fretta da torrentizi flussi di fiducia, cioè da accumulo di consenso e voti, gli unici fattori che possono sostenere fin da subito il livello (lo “stock”) di credibilità e potere contrattuale del Presidente del Consiglio.D’altra parte le prime mosse dell’uomo confermano la sua vicinanza alla tradizione di Machiavelli, piuttosto che a quella della commedia dell’arte, o peggio. Con la riduzione dell’Irpef per dieci milioni di italiani zittisce, almeno provvisoriamente, il sindacalismo più straccione e demagogico, versando un po’ di benzina nel serbatoio vuoto dei consumi e ottiene il beneficio collaterale di acquisire crediti da spendere per riformare finalmente il mercato del lavoro.
Con la promessa del totale pagamento dei debiti della pubblica amministrazione apre finalmente il bocchettone dell’ossigeno per la piccola impresa, rimettendo in circolo la liquidità lesinata dalle banche.
Con il taglio del 10% dell’Irap, finanziato dall’aumento delle tassazione sulle “rendite” finanziarie - sì, le virgolette non sono casuali, un po’ di demagogia non guasta - getta un primo osso anche a Confindustria. Con l’attenzione per il mondo della scuola e il terzo settore tocca un tasto sensibile per il più tradizionale elettorato del suo partito.
In definitiva spiazza soprattutto i più critici della parte sua, portando a casa, finalmente, anche qualcosa “di sinistra”. Certo il coro dei “naysayers”, quelli che scuotono sempre la testa, canta il ritornello della mancanza delle “coperture”, dei vincoli europei, dei tempi di attuazione, dell’assenza dei decreti legge e, figuriamoci, perfino dei regolamenti attuativi.
Insomma tutti gli ricordano l’inattaccabilità della spesa pubblica e l’intoccabilità di poteri e interessi costituiti che bloccano il paese da tempo immemorabile. Ovvio, l’ambizione dell’ex sindaco di Firenze di portare l’Italia verso un nuovo rinascimento è la rappresentazione della più classica missione impossibile.
D’altra parte se non ci poniamo obiettivi ambiziosi anche quelli a portata di mano diventano irraggiungibili. Renzi ha capito, più di tanti altri, una delle prime regole del marketing e della finanza: la fiducia è tutto e a tutto è disposto pur di guadagnarsela.
In definitiva, a parte un inconfessabile retropensiero, che lasciamo alla fervida fantasia dei lettori, siamo fiduciosi che Renzi potrà superare alla grande i primi ostacoli, anche perché non gli sarà negato il sostegno dei policy makers europei che vedono in lui l’ultima chance di riformare un paese determinante per la stabilità economica, sociale e monetaria europea. L’ultimo baluardo contro il velleitario populismo anti euro e le forze centrifughe che dilagano in Europa. Inoltre lo spregiudicato toscano è consapevole del volubile umore di una collettività nazionale che non ha mai perso alcuni dei suoi tratti caratteristici più deteriori.
Il paese che è anche, ma non solo, di Machiavelli, Tomasi di Lampedusa e Carlo M. Cipolla (qualsiasi riferimento al suo fantastico saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana” è del tutto casuale), ha nel suo dna, sin dal tempo delle autonomie comunali rinascimentali, oltre a tante virtù, anche i geni della faziosità e del conformismo.
Sempre, nelle epoche di drammatico cambiamento, a parte manipoli di sfegatati irriducibili, l’opinione pubblica è saltata disinvoltamente sul carro del vincitore. Anche per questo Renzi sa che deve stravincere nei primi sessanta giorni per affrontare da una posizione ben più solida rispetto all’attuale la vera sfida impossibile che ha davanti: quella che gli anglosassoni chiamano il “delivery”, cioè l’interminabile, complesso, paziente, quotidiano lavoro di “esecuzione”.
E’ qui che il primo ministro rischia il fallimento per “inadempienza” caratteriale: il personaggio ha più l’aria del centometrista che del maratoneta. Non basterà più l’uomo solo al comando, per quanto animato dalle migliori intenzioni: dovrà esercitare la difficile arte di scegliere attorno a sé gente di qualità, di passione e sostanza, capace di guidare la macchina amministrativa senza finire in un burrone. Il caso del Ministro Fornero insegna. E avere tanta, ma proprio tanta fortuna. Che l’uomo per ora ha dimostrato di meritarsi. Anche spread e borsa sono lì a testimoniarlo.

 


1Strampalato ibrido che sintetizza l’immobilismo del “gatto di marmo” e le abilità trasformistiche (cambiare perché nulla cambi) immortalate per l’eternità da un profetico Tomasi Di Lampedusa. Con un pizzico d’orgoglio ricordiamo che questa definizione è stata da noi utilizzata in tempi non sospetti, cioè ben prima che “Ammazziamo il gattopardo”, il best seller del giornalista Alan Friedman entrasse nelle librerie (cfr. Avviso ai Naviganti N. 19 “Vent’anni buttati” del 14 maggio 2012).


(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità  del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità  del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo