Il gestore di patrimoni numero uno al mondo è low-cost

di Marco Liera (*) - 20/01/2014

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Nel 2013 il gestore di fondi numero uno al mondo per raccolta è stato Vanguard Group, la casa americana che aveva conquistato il primato anche nel 2012. Vanguard, che ha registrato flussi netti per 150 miliardi di dollari (dei quali 138 negli USA) e che nel corso del 2013 ha superato i due trilioni di dollari di masse gestite, ha costruito il suo successo sulle gestioni passive low-cost. Il suo fondatore, John Bogle, è stato uno dei più grandi visionari della storia della finanza e degli investimenti, avendo creato nel 1976 il primo fondo passivo per risparmiatori, indicizzato all’S&P 500. Bogle intuì che "low cost" nella gestione non significa bassa qualità, anzi: la certezza che si ha pagando le commissioni di gestione tradizionali è che il gestore deve fare molta più fatica a battere il mercato, al netto delle fees. L’altra unicità di Vanguard sta nel fatto che il gruppo è controllato dai suoi fondi, e quindi in dai suoi clienti, realizzando così un allineamento di interessi. In Europa, Vanguard è presente con fondi domiciliati in Irlanda e Regno Unito, e serve investitori istituzionali di vari Paesi.

Le gestioni passive sono disponibili in Italia dal 2002 tramite gli ETF quotati, ma da noi non si sono mai affermati i fondi low cost come quelli creati da Bogle. A oggi il modello di remunerazione della consulenza finanziaria è quello della commissione implicita nei fondi comuni e negli altri prodotti collocati. I fondi passivi low cost possono avere successo laddove c’è un sistema distributivo basato anche sulla consulenza fee-based (pagata a parcella), e/o una quota di risparmiatori fai-da-te non speculatori desiderosi di minimizzare i costi di gestione.

Posto che si può fare un’ottima consulenza finanziaria anche senza fondi low cost (basta che le commissioni incassate dalle reti vengano impiegate nell’aumento del capitale umano dei propri professionals), è chiaro che l’assenza di fondi passivi fa sospettare la domanda finale dei servizi di gestione patrimoniale da parte dei risparmiatori non sia molto elastica al prezzo. In sostanza, nell'investimento dei risparmi i clienti comprano ciò che viene proposto dalla banca, senza curarsi troppo delle condizioni economiche. Esemplare alla fine degli anni 90 fu il caso del Sanpaolo Asset Management, che provò a introdurre sui suoi fondi la clausola "share the gain, share the pain". Il gestore avrebbe restituito al fondo (e quindi ai sottoscrittori) le commissioni di incentivo prelevate, in caso di performance successive insoddisfacenti. Constatata la fredda reazione della clientela, la misura di equità fu rimossa. Sui costi degli altri servizi bancari sono state combattute giuste battaglie, ma in pochi si chiedono se a fronte delle laute commissioni retrocesse alle reti bancarie sia erogata una effettiva consulenza ai clienti.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 20 gennaio 2014

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