I nati negli anni 50 e 60? Sono stati una generazione fortunata

di Marco Liera (*) - 13/01/2014

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L’anno – o meglio, l’era – di nascita fa la differenza. Con le dovute eccezioni, i giovani di oggi (quelli nati dagli anni 80 in poi)  si ritrovano uno scenario economico decisamente peggiore di quello delle generazioni precedenti (quelli nati negli anni 50 e 60). Perché? Come riportato in settimana dal Financial Times, è un po’ illusorio prendersela solo con i politici. Mettiamola così: la generazione dei baby-boomers come me è stata semplicemente molto fortunata. In Italia, come nel Regno Unito e negli USA ha potuto contare su una posizione dominante nella fase della vita probabilmente più decisiva, quella della creazione della famiglia e del benessere personale. Le economie emergenti non spiazzavano quelle occidentali su vari campi quando avevamo 20 anni. Il loro ceto medio non esisteva e non girava il mondo alla ricerca (spesso coronata da successo) di lavori qualificati. Il blocco comunista teneva fuori dalla concorrenza globale qualche centinaio di milioni di individui. Non c’erano i voli low cost. Non c’era Internet, le conoscenze circolavano molto meno. E le avevamo soprattutto noi.

In Italia va aggiunto che noi (in particolare i nati nei primi anni del  Dopoguerra) abbiamo beneficiato dell’età dell’oro del welfare state, senza per altro aver vissuto il dramma della Seconda Guerra Mondiale come invece capitò ai nostri nonni e genitori. Sicuramente milioni di famiglie hanno fatto grandi sacrifici, che forse molti giovani oggi non sono disposti a condividere. Ma c’era una prospettiva di crescita, una visione sul futuro, e la sicurezza dello Stato-mamma. Non c’era bisogno di farsi una pensione integrativa, di una sanità privata, di pagare l’istruzione dei figli. E’ stata, quella nata nei primi anni del Dopoguerra, una generazione che ha saputo tutelarsi molto bene politicamente (qualcuno li chiama “cannibali”). Ma il punto sollevato dall’FT è proprio questo: quand’anche i giovani riuscissero a organizzarsi elettoralmente, non riuscirebbero a ricostruire le condizioni macro irripetibili di cui abbiamo fruito noi. Mentre a livello micro il trasferimento intergenerazionale della ricchezza è una risposta parziale e asimmetrica al calo strutturale del benessere. E forse pure diseducativa.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 13 gennaio 2014

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