Previsioni di Borsa? Un mix di arte, scienza e un pizzico di fortuna

di Nicola Zanella - 09/01/2014

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A partire dagli anni ottanta del secolo scorso, la ricerca accademica ha sempre più preso in considerazione l’ipotesi che i rendimenti azionari (nel loro livello in particolare, ma anche nel loro segno futuro) fossero in qualche modo prevedibili. Fino ad allora l’idea prevalente era che gli agenti economici ritenessero le opportunità di profitto costanti nel corso del tempo (si legga, durante tutto il ciclo economico).
Se investire in Borsa presenta sempre il medesimo livello di rischio e/o la ricompensa per investire in attività rischiose (o premio per il rischio) non si modifica nel corso del tempo, essendo per gli agenti economici indifferente il periodo dell’investimento, allora è lecito supporre che i rendimenti richiesti e quindi attesi dall’investimento azionario siano di fatto costanti. La diretta conseguenza è che i rendimenti di Borsa dovrebbero essere imprevedibili.
Ipotizzare che i rendimenti azionari riferiti ad un dato mercato di Borsa siano imprevedibili significa ritenere che le previsioni effettuate, attraverso particolari modelli predittivi, non possano essere migliori, in termini di errore di previsione, della previsione più semplice che è possibile effettuare, che ipotizza cioè un rendimento futuro pari a quello annuo composto registrato in passato fino al momento della previsione stessa.
Al contrario, ipotizzare che i rendimenti azionari siano prevedibili utilizzando modelli predittivi, più o meno complicati, significa ritenere possibile la costruzione di previsioni più accurate di quelle che si possono estrapolare dalla media storica, utilizzata quindi come un vero e proprio benchmark o parametro di riferimento.
Questo è un buon punto di partenza per iniziare la discussione sulla eventuale prevedibilità dei rendimenti azionari.
La ricerca accademica più recente, come anche alcune considerazioni di buon senso, ritiene che ci debbano essere dei momenti durante il ciclo economico in cui gli agenti devono essere più o meno remunerati per investire in attività rischiose. Più volte ho scritto come la prevedibilità dei rendimenti potrebbe essere massima proprio durante le fasi di recessione economica, periodi in cui il rischio economico-finanziario oggettivo o percepito è ai massimi livelli e la volontà degli investitori a detenere attività rischiose, quali le azioni, dovrebbe essere minima, richiedendo pertanto alte ricompense o premi per l’investimento.
Il problema è che questi episodi non-normali sono spesso di durata limitata rispetto ai reali periodi di investimento, ad esempio di dieci o quindici anni, archi temporali tipici utilizzati poi per testare la prevedibilità dei rendimenti di Borsa. Ad esempio, visto che l’aumento della volatilità durante le recessioni economiche è un episodio di breve periodo (pochi mesi), non si capisce quanto questo possa contare nella definizione del rendimento di un periodo molto più lungo (di molti anni).
Si può dire che sia l’ipotesi di rendimenti attesi costanti (e quindi imprevedibili), sia quella che li vuole in grado di modificarsi nel tempo (e quindi prevedibili) hanno, dal punto di vista teorico, uguale dignità di esistere.
Credo che le prove empiriche possano risultare pertanto fondamentali, a patto di non finire per essere “presi in giro” dai dati stessi o di “torturarli” fino al momento in cui essi sembrano rivelarci qualche correlazione interessante che è in realtà spuria e quindi priva di significato.
Troppo spesso ci dimentichiamo che l’economia e la finanza sono delle scienze sociali, pertanto la generalizzazione delle ipotesi è il più grave errore che un ricercatore o un addetto ai lavori possa compiere, soprattutto oggi che viviamo nell’era dei big data, in cui enormi quantità di dati possono essere analizzate per scoprire eventuali correlazioni.
Ecco allora che quando ci si riferisce alla prevedibilità o imprevedibilità dei rendimenti azionari, si dovrebbe sempre:

1) specificare il modello predittivo che è stato utilizzato e confrontato, in termini di errore di previsione, con la media storica
2) definire il particolare periodo storico esaminato
3) chiarire quale mercato di Borsa è stato analizzato

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