I rischi personali che determinano le decisioni di investimento

di Marco Liera (*) - 06/01/2014

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Investire i risparmi, alla radice, significa coprirsi dai rischi o più in generale dagli eventi negativi (in inglese hedging). Soprattutto quelli che riguardano noi stessi, più che i mercati. Chi ha un reddito molto correlato al ciclo economico (come tanti piccoli imprenditori o lavoratori autonomi), dovrebbe essere più prudente nell’esporsi alle azioni, ed eventualmente farlo quando il rischio azionario (misurabile con vari indicatori) è più basso. Anche a costo di perdere delle grandi occasioni (come entrare nel marzo 2009, uno dei periodi più rischiosi di sempre per investire in azioni). Altri invece, come Warren Buffett, certi ricchi pensionati o rentier, o alti dirigenti pubblici hanno le caratteristiche non solo per esporsi molto alle azioni, ma per poterlo fare nei momenti più rischiosi. Ma non basta. Ci sono perdite certe (più che probabili) del nostro benessere che possono essere coperte soprattutto tramite alcuni investimenti decorrelati. La storia degli ultimi due anni è un esempio: più o meno tutti gli italiani hanno subìto le conseguenze di tagli alla spesa pubblica e soprattutto di maggiori tasse, il cui scopo era ed è quello di mantenere la stabilità. Come compensare questo deficit atteso nel benessere personale? Comprando le attività le cui quotazioni potevano beneficiare del mantenimento sperato della stabilità, come i titoli di Stato italiani, o i bond di banche italiane.

Ora, dopo la corsa dei BTP e dei bond, la questione è più complicata. E’ chiaro che nella sperabile ipotesi di mantenimento della stabilità, gli investimenti citati continuerebbero a ricoprire un ruolo protettivo, ma senza le maxi-performance del passato. E con rischi di volatilità dei prezzi non trascurabili (basti pensare agli effetti che avranno i test di patrimonializzazione delle grandi banche). Nel caso, ci potrebbe essere ancora spazio per una ascesa delle azioni domestiche, premiate dal mix di stabilità e maggior remunerazione del fattore produttivo capitale rispetto al lavoro. Che è un fenomeno internazionale di lungo periodo, spiacevolmente creatore di diseguaglianze. Solo da noi un po’ indietro.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 6 gennaio 2014

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