Dejà-vu 19 La Germania e l'Euro, quella convivenza difficile

di Enrico Ascari (*) - 19/12/2013

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Il 3 giugno del 1999 The Economist va in stampa con un editoriale titolato “The sick man of the euro”. Il malato è un Paese ingessato, sindacalizzato, con alto costo del lavoro, disoccupazione vicina all’11%, un sistema fiscale bizantino e inefficiente, un welfare pletorico e crescita economica da prefisso telefonico. E’ lo stesso Paese, però, che solo 10 anni prima ha inghiottito l’indigesto boccone della Germania Est e nel quale il sistema manifatturiero, ancora basato come in Italia sulla piccola impresa, sta furiosamente delocalizzando la base produttiva nei vicini paesi dell’Est. Per crescere e rimanere competitivo. Passati 15 anni, digerita la bolla dell’internet economy e quella dei subprime, entrambe originate oltreoceano da un eccesso di debito, le multinazionali tedesche dominano i mercati internazionali, la disoccupazione è ai minimi storici, al 5,4% e la crescita attesa del PIL per il 2014 è di poco inferiore al 2% annuo. La Germania scoppia di salute e, forse anche per questo, rimane sempre al centro del mirino. L’accusa è di imporre il suo modello di governo economico ai partners europei: terapie killer che uccidono il paziente.  Sotto attacco sono il rigido approccio legale di cambiamento dei trattati, le politiche fiscali inflessibilmente restrittive, il rifiuto di socializzare il debito con gli Eurobonds, l’estrema ortodossia monetaria, la visione autoreferenziale degli sbilanci commerciali.  La Germania non è amata, ma soprattutto non è capita. La politica economica di Berlino è disprezzata dall’agguerrita pattuglia dei neokeynesiani che influenzano i policy makers di mezzo mondo, ma poco apprezzata anche dai liberisti radicali, individualisti e antistatalisti. In Italia aveva un solo estimatore: l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti. Che, per ora, non ha fatto una bella fine.

IL VAMPIRO DI EUROLANDIA

E’ il  Dipartimento del Tesoro americano nel suo semiannual currency report del 30 ottobre scorso a dar fuoco alle polveri, sponsorizzando una tesi  datata ma sempre di moda: il modello economico tedesco, tutto export e frugalità pubblica e privata, non solo rallenta il riequilibrio  interno dell’Eurozona, già frenato dalla cura da cavallo imposta ai periferici europei, ma zavorra perfino la crescita dell’economia globale, accentuando una deriva deflazionistica  che dal vecchio continente si espande ovunque. Sotto tiro è lo “scandaloso” e inattaccabile avanzo dei conti con l’estero(i) che sarebbe causato (si veda Martin Wolf, Germany is a weight on the world - FT.com) da un eccesso di risparmio (di famiglie, imprese e settore pubblico) sugli investimenti: l’esuberanza delle esportazioni teutoniche, lungi dal riflettere esclusivamente vantaggi competitivi, deriverebbe quindi da un surplus di produzione  sulla domanda interna, tenuta deliberatamente sotto freno dalle scelte di politica economica del governo. La Germania, come un vampiro, succhierebbe dall’estero la domanda che non genera all’interno; ruolo scomodo, paragonabile a quello attribuito anni addietro, in ambito finanziario, a Goldman Sachs. Un comportamento politicamente ed economicamente scorretto, una vocazione mercantilistica - “beggar thy neighbour policy” – da condannare, a maggior ragione nelle attuali condizioni di cronico eccesso di offerta globale e di trappola della liquidità, cioè di relativa inefficacia della politica monetaria. Anche perché la Germania è la maggiore beneficiaria di un Euro troppo forte per i Paesi dell’Eurozona meno competitivi (la parità dei poteri d’acquisto dovrebbe comportare un cambio con il dollaro a 1,25), ma certamente troppo debole rispetto al valore che avrebbe il marco se fosse ancora la valuta nazionale (cfr. fig. 1). Certo, i burocrati di Washington non hanno grandi titoli per distribuire attestati di buona condotta in campo economico, ma anche FMI e OCSE, seppure con toni molto più sfumati, sollevano analoghe critiche. Perfino l’algido Commissario economico EU Olli Rehn è costretto a richiamare all’ordine il governo di Berlino. Ma la Germania è sotto attacco soprattutto per come ha influenzato le politiche di gestione della crisi in ambito comunitario. Le contestazioni in merito, soprattutto provenienti da economisti di etnia keynesiana, ma non solo, sono radicali. In un recente studio(ii) commissionato dalla Commissione Europea, si stimano gli effetti cumulativi sul reddito dei singoli membri dell’Eurozona derivanti dalla scelta di imporre una restrizione di bilancio simultanea e collettiva, sia pur di diversa intensità, a tutti i partners comunitari, Germania inclusa. Tale politica, attuata in un periodo caratterizzato da alto stress finanziario, con spread in aumento, difficoltà di accesso al credito e bilanci familiari in sofferenza, comporta effetti demoltiplicativi sul PIL, cioè di riduzione, ben superiori a quelli considerati normali. L’impatto negativo sarebbe inoltre amplificato dall’effetto contagio, lo “spillover effect” derivante sia dal canale della domanda interna sia da quello della competitività(iii). Nella tabella sottostante, si espone la dimensione, in percentuale del PIL, delle restrizioni fiscali cumulate nel triennio 2011-2013, imposte dalla Germania a se stessa e a tutti gli altri Paesi. In Italia il consolidamento è pari a quasi il 4% del prodotto, in Grecia al 9%, in Germania al 2,6%. La ricerca econometrica dimostra che gli effetti di travaso derivanti dalla decisione di adottare politiche di bilancio restrittive in tutti i paesi simultaneamente, compresi quelli virtuosi, contribuiscono in modo decisivo ad approfondire la caduta dei redditi e dell’occupazione, più che proporzionalmente proprio nei Paesi più compromessi (Grecia, Portogallo, Spagna). In Italia, ad esempio, l’impatto diretto sul PIL della restrizione fiscale interna, cumulato su tre anni, sarebbe pari a poco più del 3 per cento; sommando gli effetti di travaso si supera il 5 per cento (cfr. Fig. 2). Va osservato che lo studio conferma gli altri ben noti aspetti negativi delle politiche di contenimento fiscale attuate durante un periodo recessivo. Il calo del reddito riduce le entrate fiscali e aumenta il costo dei sussidi di  disoccupazione; ne consegue che le riduzioni ex post dei deficit di bilancio sono molto inferiori del previsto. Anche il rapporto debito/PIL aumenta per qualche anno, confermando che le politiche di austerità, nel breve termine sono controproducenti e autolesionistiche. Sono necessari almeno cinque anni prima che il rapporto dia segni di miglioramento. Rimarrebbe anche confermato che in una prospettiva di quasi due lustri la terapia a base di olio di ricino possa rimettere in piedi i malati (almeno quelli che non sono nel frattempo passati a miglior vita). Inoltre se lo shock fiscale è realizzato prevalentemente con tagli di spesa piuttosto che con aumenti delle tasse, l’impatto negativo è più profondo nell’immediato ma la successiva ripresa dei redditi e dell’occupazione più brillante. Le conclusioni: una politica fiscale ottimale nell’area Euro avrebbe dovuto comportare un’espansione di bilancio nella Repubblica Federale Tedesca, invece di una restrizione di oltre due punti e mezzo di PIL. I Paesi periferici, a parità di sacrifici, avrebbero subito penalizzazioni molto meno rilevanti e anticipato nel tempo i risultati positivi. Ma l’intera Europa ne avrebbe tratto minore danno. In definitiva, la Germania avrebbe scelto deliberatamente di adottare un atteggiamento punitivo nei confronti dei paesi devianti, ai limiti dell’autolesionismo.

Figura 1 (tasso di cambio reale basato sul costo unitario del lavoro)

 

Tabella

Figura 2 (Linea blu: effetto sul PIL delle misure assunte in Italia; Linea rossa: contributo dell'effetto "travaso")

MODELLO DA IMITARE

Anche gli avvocati della difesa non mancano di far sentire la loro voce. Qualcuno, esagerando, arriva perfino a sostenere che la patria di Ghoete,  lungi dall’essere il killer dell’Europa, ne sarebbe, viceversa il  salvatore (America’s misplaced lecture to Germany) essendo il primo contributore ai vari fondi di salvataggio europei per un importo pari al bilancio pubblico di un anno(iv).  La stessa solidità della moneta unica sarebbe garantita dalla rigorosa difesa derivante dall’ortodossia monetaria imposta dalla Bundesbank, ferocemente avversa a politiche di manipolazione dei mercati a partire da quello valutario, tanto utilizzate negli ultimi anni dalle altre banche centrali. Non manca chi (United States Blames Germany? What Nonsense. - The Globalist)  rigetta l’accusa di mercantilismo rivolta ai tedeschi. Per gli economisti che fanno riferimento al liberismo di matrice individualista l’idea che gli squilibri di tipo macroeconomico a livello internazionale possano essere risolti utilizzando le politiche monetarie e fiscali trascurerebbe il ruolo centrale dell’impresa e dell’imprenditore e i veri fattori alla base dello sviluppo economico. Il principio mercantilista che il commercio è un gioco a somma zero è falso, lo scambio implica un reciproco vantaggio, in caso contrario le transazioni non avrebbero luogo. Lo sviluppo dei commerci internazionali aumenta la ricchezza di tutti. L’esempio degli Stati Uniti, paese dominante avendo trascorso 350 degli ultimi 400 anni con un deficit della bilancia commerciale, in proposito sarebbe illuminante. Ne consegue che l’inattaccabilità del surplus teutonico è determinata in primo luogo dalla competitività e dalla flessibilità del sistema produttivo, validato dal rapporto qualità-prezzo vincente del “made in Germany”. Uno dei fattori, spesso citati, ma poco apprezzati, all’origine della competitività dell’industria tedesca e del basso livello di disoccupazione, è la riforma del mercato del lavoro realizzata in Germania nei primi anni 2000. 

LA RIFORMA DEL LAVORO

Lavorare meno, a salari inferiori, però, ma lavorare tutti. Ecco, in due parole, il succo della storica riforma Hartz del mercato del lavoro, realizzata dal Governo socialdemocratico di Gerhard Schroeder tra il 2003 e il 2005. Obiettivi: disincentivare  la disoccupazione cronica, alimentata da ricchi sussidi pubblici, incoraggiare il lavoro part time e temporaneo, agevolare le imprese in difficoltà permettendo una maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro(v). Già in precedenza, dalla fine degli anni ’90, le imprese tedesche potevano utilizzare  il  “working time account”, strumento che permette al lavoratore di  accumulare sul suo “conto” ore di lavoro extra non retribuite nelle fasi di alta domanda produttiva, da consumare in seguito, senza riduzioni retributive, nelle successive fasi negative del ciclo(vi). In Germania, politica e parti sociali, a  fronte delle sfide poste prima dalla riunificazione e poi dalla globalizzazione, consapevoli del rischio sociale derivante dalla delocalizzazione produttiva nei Paesi dell’Est, realizzano un grande compromesso tra lavoro e impresa. Perdente per i lavoratori, se valutato con le metriche miopi di certo sindacalismo affascinante ad altre latitudini: maggiore flessibilità del lavoro, decentralizzazione delle negoziazioni salariali, riduzione del potere di contrattazione, aumento del lavoro precario e part time, sostanziale stagnazione, se non riduzione dei salari reali. Ma con effetti virtuosi di lungo termine, verificabili soprattutto nei periodi di “vacche magre”. Il notevole investimento governativo che ha finanziato la riforma Hartz è stato ripagato nel tempo dal crollo del tasso di disoccupazione; inoltre la riduzione della spesa per i sussidi ha finanziato una riduzione del prelievo fiscale sulle famiglie. Nel frattempo la struttura industriale del Paese si è rafforzata ampliando la base produttiva e i livelli di occupazione in patria e all’estero, portando a compimento quel processo di aumento della dimensione aziendale che è uno dei principali catalizzatori di ricerca e innovazione.

L’IDEOLOGIA TEDESCA

Non è un caso che la lettura delle cause della crisi e le soluzioni proposte dalla Germania siano molto diverse da quelle invocate dai mercati finanziari e dalla stampa internazionale. Derivano da principi considerati sacrosanti in patria, che affondano le radici nella storia del Paese e ne condizionano la psicologia collettiva. Alle spalle dell’ortodossia economica tedesca c’è la tradizione intellettuale dell’ordoliberalismo, dal titolo della rivista "Ordo", fondata dal professor Walter Eucken nel 1940, attorno al quale si coagula il gruppo di studiosi che dà vita alla “ Scuola di Friburgo”. Tale dottrina, meglio conosciuta come teoria dell’economia sociale di mercato, si sviluppa come reazione al liberismo privo di regole dei primi anni del Novecento e al successivo interventismo monetario e fiscale dell’epoca nazista. Il mercato è un sistema di relazioni il cui ottimale funzionamento non dipende dall’opera della “mano invisibile”, come nel liberalismo del laissez-faire, ma piuttosto dalla conformità a una "costituzione economica" attuata dallo Stato; la concorrenza diventa un "bene pubblico" da proteggere contro lo sviluppo di posizioni dominanti. Il paradigma liberale assume quindi una dimensione istituzionale negata o assente in gran parte della letteratura di matrice libertaria. La qualità dei processi di mercato dipende dalla natura del quadro giuridico e istituzionale all'interno del quale essi si situano, dalle regole adottate, dalle scelte effettuate. Lo Stato regola ma non modifica, nel solco della tradizione liberale, i risultati che provengono dai processi di mercato. Questa visione implica che ciclo economico non debba essere manipolato e gli squilibri tra domanda e offerta siano assorbiti con la flessibilità di prezzi e salari. Se questi ultimi sono, come spesso accade, caratterizzati da rigidità verso il basso, diventano necessarie le tanto evocate “riforme”, finalizzate a migliorare flessibilità ed efficienza dei mercati. La via tedesca al liberalismo si basa quindi sulla definizione delle relazioni Stato-mercato, sulla non interferenza del settore pubblico una volta che le regole siano definite e sull’assoluta indipendenza della banca centrale che ha come unico obiettivo la stabilità dei prezzi. Questa sovrastruttura ideologica comporta una lettura lineare ma rigida della crisi europea e delle possibili soluzioni. Sul fronte del coordinamento della politica economica, come abbiamo visto, s’ignorano gli effetti che il miglioramento dell’assetto competitivo di un Paese esercita sui fattori che determinano la domanda degli altri. Per i tedeschi non c’è necessità di coordinamento se tutti realizzano politiche ortodosse. Solo il tema delle finanze pubbliche merita una stretta sorveglianza sovranazionale ma solo perché una cattiva gestione può portare a una crisi del debito, alla richiesta di salvataggi e, in definitiva alla tanto temuta fragilità finanziaria. Sul fronte degli squilibri commerciali, esplosi all’interno dell’Eurozona dal 1999, la ricetta è altrettanto semplice: sono da evitare deficit eccessivi, ma non i surplus. I primi favoriscono l’accumulazione di pericoloso debito estero; i secondi sono il meritato frutto di una sana competitività, da migliorare, quando necessario, contenendo l’espansione salariale. L’equilibrio del bilancio pubblico diventa un vincolo ideologico imprescindibile, la garanzia almeno parziale dei limiti della funzione pubblica che regola, ma non interviene nell’economia di mercato. Lo squilibrio dei conti va eliminato attraverso riduzioni di spesa o aumenti d’imposizione fiscale; una dinamica del debito fuori controllo distrugge la crescita economica e aumenta i rischi di crisi finanziarie e di soluzioni forzose o inflazionistiche. D’altra parte meno nuovo debito e meno spesa oggi, significano minori tasse domani, un aumento della fiducia e dell’investimento privato. Dure misure di austerità fiscale non portano necessariamente a pesanti recessioni, piuttosto migliorano le prospettive di crescita (è la teoria dell’“expansionary fiscal consolidation”). I ritardi nel raggiungimento del consolidamento fiscale sono visti come un fallimento della classe politica. I tedeschi vedono le difficoltà dei periferici come un esempio di mancanza di volontà. La crisi del debito in periferia è il risultato di overspending di governi irresponsabili che hanno utilizzato i bassi tassi d’interesse associati all’Euro. Da qui l’avversione per i salvataggi che alimentano l’azzardo morale e per gli eurobonds, strumenti d’iniqua socializzazione del debito.

VERITÀ SVELATE

E allora chi ha ragione? Da una parte i neokeynesiani paragonano la crisi attuale alla Grande Depressione degli anni 30 e temono il ripetersi degli stessi errori di allora. Invocano quindi l’utilizzo del bilancio pubblico per aumentare la domanda e ridurre la disoccupazione. Dall’altra i neoliberisti chiedono a gran voce la liberalizzazione dei mercati, il ridimensionamento dell’intervento statale nell’economia, la riduzione di spesa pubblica e tasse. In definitiva quelle che sono note come riforme dell’offerta.  Nelle questioni economico-sociali, come nella vita, bisogna diffidare delle verità assolute. La realtà è opaca e spesso indecifrabile; le soluzioni condizionali e complesse. Non si tratta di esperimenti in vitro ma di un continuo processo di trial and error. Le politiche ideali e ricette miracolose, da utilizzare in tutte le epoche e a tutte le latitudini, purtroppo non sono a portata di mano. Sbagliano i tedeschi nel credere che le cause della crisi europea siano ascrivibili esclusivamente al comportamento irresponsabile dei Paesi periferici, peraltro non omologabile univocamente. D’altra parte chi ha finanziato le esportazioni germaniche verso i Paesi con eccesso di domanda nel primo decennio di moneta unica? Le banche di Francoforte e Berlino. Sbagliano i neokeynesiani a non capire che solo gli Stati Uniti si possono permettere di usare con estrema disinvoltura la leva monetaria e che, in presenza di bilanci statali che cubano quasi il 50% del PIL, l’utilizzo della spesa pubblica per sostenere la domanda è la via più diretta verso la deindustrializzazione o la perdita della sovranità. Fuor di dubbio la Germania porta sulle spalle la responsabilità di avere frenato, con un atteggiamento dogmatico e di estrema rigidità, la soluzione della crisi europea, portando l’Europa sull’orlo del baratro e rendendo inutilmente più gravoso il processo di stabilizzazione. I tedeschi hanno ragione, però, a indicarsi come modello di riferimento per i partners comunitari. Il Paese economicamente più forte dell’Unione Monetaria ha “fatto i compiti a casa”, in tempi non sospetti, prima del diluvio.  Probabilmente il modello dell’economia sociale di mercato non è replicabile a latitudini inferiori. Rimane però il paradigma al quale avvicinarsi, soprattutto per l’Italia, che ha raccolto il testimone del “Paese più malato d’Europa”- copyright sempre dell’Economist – già nel lontano 2005. La penisola ha un bisogno disperato di una nuova "costituzione economica", di un quadro giuridico e istituzionale che difenda i processi di mercato, da realizzare  ancor prima di mettere mano a una seria riforma del mercato del lavoro. Riforma che non può e non deve essere limitata alla politica. Deve riguardare tutti i gangli vitali del paese, a partire dalla pubblica amministrazione, l’unico incontrollato e perpetuo potere che si alimenta del declino di tutti gli altri. Non si tratta di riforma ma di rivoluzione e i tempi sono maturi.

[i] Il surplus delle partite correnti tedesco (la somma del saldo commerciale e dei redditi da capitale)  ha superato il 6% del PIL in sei degli ultimi sette anni. Nel 2012 ha toccato il 6,3%. Nel periodo della grande crisi si è ridotto  dal 5 al 2% del PIL nei confronti dei paesi comunitari ma è aumentato in pari misura verso il resto del mondo. Sempre nel 2012 il solo avanzo commerciale è stato pari a 188 miliardi di Euro, per dimensioni il secondo maggiore dal 1950; circa il 70% dell’interscambio (import-export) è con i paesi europei. Va notato che le regole di monitoraggio fiscale europeo includono, tra gli sbilanci meritevoli di correzione, gli avanzi di parte corrente della bilancia dei pagamenti, quando eccedano il 6% del PIL per tre anni consecutivi.

[ii] http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/economic_paper/2013/pdf/ecp506_en.pdf Studio per la Commissione Europea di Jan In ‘t Veld “Economic consolidations and spillovers in the Euro area periphery and core”, Economic Paper 506, October 2013.   

[iii] Il primo misura quanto  il consolidamento fiscale realizzato da un paese riduce la domanda interna  dei partners commerciali; il secondo misura quanto l’impatto deflazionistico di un calo di prezzi e salari in un paese (miglioramento della competitività) peggiora le condizioni competitive degli altri, alimentando un circolo vizioso.

[iv] Tesi spericolata ai limiti della provocazione. Si dimentica che l’Italia è il terzo contributore ai fondi di salvataggio, con una quota proporzionale alla sua dimensione economica ma subisce un onere relativo sproporzionato. Non solo non ha beneficiato di aiuti, ma si indebita al 4% per finanziare la sua quota nel fondo che investe in obbligazioni risk free, prevalentemente tedesche, con rendimenti inferiori almeno di due punti.

[v] La riforma riduce il costo del lavoro  eliminando i contributi sociali per le retribuzioni fino a 400 euro al mese (i cosiddetti mini-jobs) e riducendolo per quelli fino a 800 euro (i midi-jobs). Limita il ricorso ai sussidi di disoccupazione e  riduce la durata degli stessi scoraggiando la disoccupazione di lunga durata; privatizza la gestione delle agenzie di collocamento e di ricerca di lavoro temporaneo.  La responsabilità per la ricerca della nuova occupazione è spostata sul disoccupato e sono introdotte sanzioni per chi rifiuta offerte di lavoro. Infine si prevede la possibilità per le aziende in difficoltà di ottenere riduzioni degli orari di lavoro e degli stipendi in alternativa ai licenziamenti. Parte dello stipendio perso, il 60-67%, è recuperato dal lavoratore grazie a sussidi pubblici.

[vi] La percentuale di lavoratori che hanno utilizzato questo strumento è aumentata dal 33% nel 1998 al 48% nel 2005, permettendo un’efficace riduzione delle ore lavorate per addetto nella recessione del 2008-2009, senza un parallelo aumento della disoccupazione, come viceversa è accaduto altrove.

 

 (*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

 

 

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