Investire nella scuola/3 Quelle università che spariranno (ma non per colpa dei MOOCs)

di Marco Liera (*) - 15/12/2013

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Il neo-vincitore del premio Nobel dell’economia Robert Shiller ha annunciato nei giorni scorsi che offrirà gratuitamente il corso di “Financial Markets” che tiene alla Yale University su Coursera, la piattaforma web di condivisione della formazione accademica. Questo è l’ultimo esempio dell’avanzata dei MOOCs (Massive Open Online Courses) come Coursera, che stanno rivoluzionando il mondo dell’education. Come era prevedibile, la rete sta rendendo possibile l’accesso alle conoscenze più avanzate, in tempo reale o con ritmi personalizzati, standosene seduti a casa o in ufficio o in riva al mare, e gratuitamente. Clayton Christensen, docente di economia alla Harvard Business School, ha preconizzato che i MOOCs potrebbero portare al fallimento il 50% delle università americane. Non so se questo accadrà, ma sta di fatto che tutto è ormai disponibile su Google e dintorni. La vera svolta sta nel fatto che i MOOCs non solo coinvolgono una massa globale di discenti interessati a minimizzare i costi di formazione (cosa che teoricamente potrebbe svilire l’offerta), ma riesce anche a proporre contenuti di altissima qualità per le possibilità di condivisione e di ricerca in team offerte dalla rete.

Le università più a rischio di sparizione sono quelle finalizzate alla mera produzione di “pezzi di carta”, lauree o titoli di studio che servono soprattutto a illudere qualche figlio/a di benpensanti di avere qualche opportunità in più di evitare di restare disoccupato/a o a parcheggiare per qualche anno giovanotti/e che non hanno ancora deciso cosa fare nella vita. In Italia ci sono vari esempi al riguardo, con corpi docenti a loro volta interessati soprattutto alla funzione decorativa delle cattedre, che consentono loro di aumentare le possibilità di esercitare attività lucrative extra-accademiche.

Le università meno a rischio sono quelle che si manterranno all’avanguardia della ricerca (come è normale che accada) sfuttando però le leve di conoscenza offerte dalle collaborazioni in rete. Anche in questi casi, però, occorrerà trovare una soluzione per coprire gli alti costi della ricerca con fonti di finanziamento alternative alle rette degli studenti, i cui flussi potrebbero ridursi per via della concorrenza dei MOOCs. E qui direi che bisogna fare un distinguo tra conoscenze “forti” e “meno forti”. Tra le prime citerei la medicina, o certe aree tecnologiche e scientifiche che richiedono molto laboratorio e pratica sul campo. Tra le seconde, le scienze sociali come l’economia. E’ ovvio che sulle conoscenze “forti” le università tradizionali sono meno attaccabili. Sulle seconde il futuro è più incerto. Elevata personalizzazione e accelerazione dei programmi, percorsi misti di lavoro/studio, adozione totale dell’inglese, minimizzazione delle lezioni frontali, altissimo livello di interazione con gli studenti. Sono queste alcune possibili chiavi del futuro delle facoltà di economia o più in generale delle scienze sociali. Che per sopravvivere forse un giorno rinunceranno perfino a dare lauree. Per dare “solo” vere conoscenze, che sono quello che conta.


(*) Pubblicato su BlueRating di dicembre 2013

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