Il ceto medio in crisi farebbe meglio (se può) a non comprare casa

di Marco Liera (*) - 14/12/2013

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Ho 39 anni e dal 2000 sono un libero professionista che si occupa di contenuti nel settore televisivo. Lavoro sia con partita Iva sia con contratti a progetto.

Ho un reddito mensile difficilmente quantificabile a causa della variabilità del mio lavoro. In particolare, dopo alcuni anni con fatturati soddisfacenti, dal 2010 il lavoro è notevolmente calato e almeno nel breve termine non sono prevedibili grandi miglioramenti.

Per il 2010 ho dichiarato un reddito imponibile di 17.855 euro e un complessivo di 19.800 euro; nel 2011 un imponibile di 21.000 e complessivo di 21.800 e nel 2012 un imponibile di 21.055 e un complessivo di 21.250. Penso che per i prossimi anni il mio reddito sarà stabilizzato su questi valori.

Ho una casa di proprietà acquistata nel 2011 per 180.000 euro, senza mutuo, ubicata a Milano. Il mio patrimonio è di circa 70.000 euro investito in conti deposito vincolati a breve termine, una parte dei quali vorrei poter reinvestire con maggior profitto (ma con basso profilo di rischio).

Poiché non mi è chiara la situazione contributiva, divisa tra Inps, gestione separata Inps ed ex-Enpals, allego gli estratti contributivi aggiornati parzialmente all'anno 2013. Vorrei creare i presupposti per avere un assegno che mi permetta di affrontare serenamente l'andata in pensione: come integrarla? Come mi conviene investire per pensare con la maggior tranquillità possibile alla mia vecchiaia, senza mettere a rischio il capitale investito?

Lettera firmata

(via e-mail)

Lei si preoccupa (giustamente) della sua pensione di domani, ma non mi è chiaro come mai – in condizioni economiche non floridissime – abbia voluto acquistare casa, sia pure senza indebitarsi. Può darsi che lei abbia esaminato l’alternativa di andare ad abitare in locazione (e magari abbia abitato in affitto fino al 2011), e non abbia trovato delle offerte soddisfacenti rispetto alle sue esigenze. Purtroppo capisco che in Italia la locazione abitativa spesso non sia una reale alternativa alla proprietà perché manca una offerta istituzionale diffusa come in altri Paesi, remunerativa per i proprietari e al tempo stesso equa e stabile per i conduttori. Ma sta di fatto che la casa (investimento rischioso ancorchè bene d’uso) assorbe il 72% della sua ricchezza complessiva. Ora, se vi fossero prospettive di redditi (e risparmi crescenti) questa concentrazione del rischio potrebbe ridursi in futuro. Sfortunatamente, come lei stesso ammette, così non è. E allora, idealmente, sarebbe stato meglio soddisfare il bisogno abitativo pagando un canone periodico. E avere un portafoglio più diversificato e meglio investito.

Tra l’altro, pur non conoscendo la sua situazione familiare (è sposato o convive? Con figli?), nella sua lettera non traspare alcuna considerazione sulla necessità di proteggere la sua capacità reddituale, esigenza prioritaria rispetto a quella previdenziale. Pur non guadagnando molto (ma sperando sempre in una ripresa), lei è comunque ancora giovane, e attualizzando tutti i suoi redditi futuri stimo il suo capitale umano nell’intorno dei 200mila euro. Questo è il massimale che dovrebbe assicurare rispetto al caso invalidità permanente totale (da malattia e infortuni) e – se ha familiari a carico – rispetto al caso morte.

Mi pare di capire che con i suoi attuali livelli di reddito lei non riesca a risparmiare, e quindi una copertura assicurativa e – in subordine – un piano previdenziale, dovrebbero essere finanziati con prelievi dai 70mila euro di liquidità. Lasciando perdere ogni illusione di poter investire “con maggior profitto, ma con basso profilo di rischio”, una volta coperte le sue necessità assicurative potrebbe aprire un piano previdenziale (Pip o fondo pensione aperto) per sfruttare la deducibilità fiscale dei versamenti annuali. L’entità di questi versamenti dovrebbe essere ovviamente essere equilibrata, nel senso che lei non dovrebbe destinare all’obiettivo previdenziale risorse che potrebbero rendersi necessarie nel breve termine. In alternativa, rinunciando al vantaggio fiscale, potrebbe scegliere di investire quei 70mila euro (al netto di ciò che eventualmente destinerà alla protezione del capitale umano) in strumenti finanziari a rischio relativamente basso e facilmente liquidabili. I conti di deposito che lei ha attualmente sono certamente una opzione, e le alternative sono rappresentate da titoli di Stato di durata massima cinque anni o (ancora meglio, per la possibilità di liquidarli in qualsiasi momento senza perdite), da buoni postali, preferibilmente se indicizzati all’inflazione.

(*) Pubblicato su Plus24 - Il Sole 24 Ore del 14 dicembre 2013

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