Non esiste un'unica ricetta per la diversificazione valutaria

di Marco Liera (*) - 07/12/2013

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Vorrei un consiglio sul mio portafoglio in quanto il consulente della banca mi ha proposto alternative ma non sono esperta e quindi volevo un parere al di fuori del circuito bancario dove cercano di vendere i loro prodotti. Ho il 30% del mio portafoglio che è investito su BTp Italia a lunga scadenza, il resto è impiegato su obbligazioni bancarie italiane che però scadranno a febbraio 2014. Mi è stato suggerito di vendere almeno un lotto di BTp, pari a 15mila euro, che ora quota 106 con una cedola del 5%. La liquidità conseguita mi è stato suggerito di investirla su un fondo specializzato sulle valute. Non so cosa fare in merito a questo consiglio e inoltre vorrei anche capire come mi dovrò comportare quando scadranno le obbligazioni bancarie che ho in portafoglio. Gradirei infine un suggerimento su come conseguire cedole senza rischiare troppo. I coupon mi servono perché con la pensione non riesco a coprire tutte le spese.

Renata Carcano

(Milano)

Probabilmente lei detiene in portafoglio BTP di vario tipo, e non solamente “Italia”, che non sono a così lunga scadenza (il più lontano arriverà al rimborso nel 2017 e ovviamente non ha una cedola al 5% bensì una indicizzata all’inflazione). Questi titoli, unitamente alle obbligazioni bancarie, sembra che ad oggi abbiano  soddisfatto la sua esigenza di fruire di cedole periodiche. Pur ignorando quale sia la banca emittente dei bond, azzardo che un portafoglio del genere risponda anche all’altro requisito che lei richiede, quello di “non rischiare troppo”.

E qui arriviamo alla proposta del suo consulente bancario, che la spinge a vendere un lotto di BTP, e di reinvestire il ricavato in un non meglio identificato “fondo specializzato sulle valute”. Ammettiamo che sia un fondo obbligazionario internazionale, a cambio non coperto. Questo significa che in caso di rivalutazione dell’euro nei confronti delle altre valute, lei andrebbe incontro a delle perdite (espresse in euro). Se invece le altre valute si apprezzassero, otterrebbe specularmente dei guadagni. La sua domanda spontanea a questo punto potrebbe essere: “Quale delle due ipotesi è quella più probabile?”. A questa domanda non saprei risponderle. Il guaio è che in giro potrebbe trovare vari “esperti” che propendono per il primo scenario, e altri, forse altrettanti, per il secondo. E quindi tornerebbe da capo.

Il consulente bancario potrebbe averle suggerito quel fondo solo perché “obbligato” da un budget di prodotto. Però lei potrebbe trovare altri consulenti professionali, che cercando di fare il suo interesse potrebbero suggerirle la stessa mossa. Il motivo? La ricerca di una diversificazione internazionale, allo scopo di minimizzare i rischi. Qui occorre comprendere di quali rischi parliamo. Se il rischio è quello di un disfacimento dell’euro o di un’uscita dell’Italia dall’euro (evento remoto ma che io non posso escludere in modo assoluto), è chiaro che idealmente lei potrebbe preferire di non detenere solamente attività denominate nella moneta unica. Dopodichè dovrebbe pure chiedersi che succederebbe alla stabilità dell’intero sistema finanziario globale in caso di eventi senza precedenti come quelli citati. L’interdipendenza di mercati ed economie rende impossibile una stima accurata ex-ante degli effetti di “cigni neri” così importanti. E inoltre va ricordato che sui mercati le nostre scelte non sono neutrali rispetto all’andamento dei mercati stessi. Se la metà più ricca degli italiani avesse investito la metà dei propri attivi in titoli esteri denominati in valute straniere, probabilmente la Repubblica sarebbe già finita in default. Con conseguenze drammatiche per tutti, anche per i “diversificatori”.

Se il rischio invece è misurato dalla volatilità, ossia dalla oscillazione attesa del valore dei suoi investimenti, le analisi storiche (Burtless, 2007) mostrano che ogni diversificazione in valute diverse da quelle in cui sono espressi i propri fabbisogni futuri lo incrementa.

Per essere più preciso: un investitore italiano che avesse investito solamente in titoli di Stato domestici tra il 1927 e il 2005 avrebbe registrato una volatilità (prima in lire e poi in euro) del 17%. Se avesse investito solamente in titoli di Stato USA avrebbe registrato una volatilità (prima in lire e poi in euro) del 22%. E altri “incroci” valutari avrebbero generato volatilità ancora più alte.

La diversificazione valutaria nell’obbligazionario è un’ottima idea, ma i suoi intuibili benefici si scontrano con l’evidenza empirica e con l’interdipendenza dei mercati. E con il fatto che a risparmiatori semplici come lei complicherebbe un po’ l’esistenza.

(*) Pubblicato su Plus24 - Il Sole 24 Ore del 7 dicembre 2013

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità  del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità  del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo