Come sarà il 2014? Le mie risposte nel libro di Giorgio Dell'Arti

di Marco Liera (*) - 06/12/2013

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Dal libro "Come sarà il 2014", di Giorgio Dell'Arti, Ed. Clichy

Liera, hai fondato e dirigi una scuola per investire (YouInvest) e da vent’anni dai consigli ai risparmiatori sul Sole 24 Ore. Non ti dovrebbe essere difficile fare previsioni.

Fare previsioni in economia è molto rischioso. Il grande Paul Samuelson diceva che «gli economisti hanno previsto nove delle ultime cinque recessioni». È un esercizio nel quale un taxista o un idraulico possono prenderci più di un professore di Harvard, e soprattutto di me.

Beh, proviamo.

Per limitare le figuracce, parlerò in termini probabilistici. Non escludo, nonostante l'incertezza politica, che nel 2014 che ci sia una ripresa economica, ma mi chiedo per quanti anni sia necessaria una variazione positiva del Pil trimestre su trimestre per cambiare il clima, per dare una speranza concreta e diffusa a milioni di disoccupati.

Questo significa che gli italiani dovranno restare pessimisti?

No. Esistono settori che stanno andando molto bene e sono convinto che continueranno a crescere. Quelli legati all’export, al made in Italy, alle griffe della moda. C’è una moltitudine di imprese molto competitive nei processi e nei prodotti, indipendentemente dai settori di appartenenza. Ci sono gli intermediari finanziari specializzati nella gestione del risparmio, che beneficiano della materia prima di cui l’Italia è ricca e che necessita di una riallocazione. Credo molto poi nella nuova imprenditorialità e nella distruzione creativa schumpeteriana in corso: capitali umani di valore che escono – più o meno volontariamente – dalle grandi corporations in crisi e fondano nuove aziende. Che assumono. In tutto il mondo l’occupazione si crea soprattutto nelle piccole aziende, non in quelle grandi.

Quindi i soldi per ripartire ci sarebbero?

L’impatto della crisi è una questione individuale. Io preferisco guardare ai comportamenti dei singoli anziché alle variabili macro. Certo, c’è il macigno del cuneo fiscale, le banche che danno meno credito, gli esodati che non hanno un lavoro e neppure una pensione. I giovani disoccupati. Per questi problemi, che sono cruciali, servono risposte immediate. Ma nel frattempo occorre lavorare sull’educazione, sui comportamenti. In USA e UK la politica ha cominciato ad adottare una leva comportamentale, facendosi consigliare dai maggiori esperti in materia. Occorre preparare i cittadini a una vita con sempre meno certezze. E ovviamente garantire – a spese di tutti – un tenore di vita dignitoso e una speranza agli “ultimi”.

Vasto programma, no?

Su un piano internazionale, si sta rafforzando la differenziazione tra democrazie a sovranità forte da una parte e democrazie a sovranità debole dall’altra. Tra le prime ci sono gli Usa, la Germania e il Regno Unito. Tra le seconde la Grecia, il Portogallo, la Spagna. E naturalmente l’Italia. Per quest’ultimo gruppo, una parte delle decisioni relative al welfare non viene e non verrà più presa dai cittadini, ma da entità esterne (l’Unione Europea, la BCE, il Fondo Monetario Internazionale e così via), indipendentemente dal governo in carica che quegli stessi cittadini democraticamente hanno eletto o eleggeranno. Il tutto in nome della stabilità. Non so se questo nuovo ordine mondiale possa pregiudicare per sempre la prosperità “macro” dei Paesi a sovranità debole. Può darsi. Non escludo neppure che sia il minore dei mali, e in ogni caso mi pare che sia un esito inevitabile, date le circostanze.

Stiamo uscendo dall’epoca degli Stati così come li abbiamo studiati sui libri di storia?

È così, e stiamo entrando in una nuova dimensione in cui ci sono grandi corporations, network finanziari ed enti sovranazionali che hanno più potere degli Stati. Magari anche in passato è andata così, solo che adesso la debolezza di alcune democrazie si è acuita a livelli mai visti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

E davanti a scenari così foschi e nuovi un normale risparmiatore come dovrebbe comportarsi?

Anche nel 2014 un risparmiatore dovrebbe guardare molto a se stesso, più che ai mercati finanziari, sui quali è impossibile fare previsioni con il grado di accuratezza da lui desiderato. Dovrebbe mirare innanzi tutto a proteggere i beni più importanti, come la propria capacità reddituale (se ce l’ha) e la propria casa con adeguate assicurazioni e i risparmi già accumulati con investimenti semplici e a rendimento contrattualmente certo (depositi bancari, risparmio postale, certe obbligazioni e titoli di Stato, polizze Vita rivalutabili). Se è sufficientemente benestante, ed è assistito da un bravo consulente o ha passione per la finanza personale e ci dedica tempo e studi, può investire la restante ricchezza in strumenti a rendimento contrattualmente incerto, come i fondi comuni, le azioni e così via. Evitando però di seguire le mode e di farsi sedurre dalla “narrativa” di certi consulenti: ieri i paesi emergenti, l’altro ieri i fondi flessibili, domani chissà.

E un professionista del settore, un bancario per esempio, come dovrebbe comportarsi?

Dovrebbe approfittare della crescita del risparmio gestito in corso e che potrebbe proseguire anche nel 2014 (visto che la ricchezza delle famiglie italiane da riallocare è ingente). In che modo? Investendo nel proprio capitale umano, migliorando quindi la propria formazione. Non tanto quella sui mercati finanziari (meglio lasciare la patata bollente ai gestori di fondi comuni…), ma quella sulla conoscenza dei clienti. Sono ottimista sulla dinamica della raccolta che mi sembra più equilibrata di quella degli anni 90, perché non è guidata da un boom delle Borse, ed è attribuibile soprattutto all’attività di reti di professionisti (come i promotori finanziari o i private bankers) che sono specializzati nella consulenza agli investitori privati. Occorre che questa raccolta diventi pienamente sostenibile grazie alla formazione dei professionisti, in modo tale che le inevitabili oscillazioni dei mercati non producano fughe (spesso ingiustificate) di massa dei risparmiatori.

E per gli amanti del mattone?

Un terreno sconfinato da coltivare nel 2014 per i professionisti del risparmio sarà quello degli amanti delusi del mattone. Indurre questi proprietari di seconde, terze, quarte case, di capannoni, di negozi, sfitti, inutilizzati e supertassati, a vendere questi immobili senza aspettare illusorie «riprese del mercato» sarà uno dei migliori servizi che i consulenti finanziari potranno rendere ai propri clienti. Perché poi li aiuteranno a reinvestire il ricavato in comodi, liquidi ed efficienti strumenti finanziari assai più adatti degli immobili alla protezione del benessere della quale essi hanno bisogno.

Finora abbiamo dato consigli a chi i soldi ce l’ha. Ma quelli che sono senza? Che futuro ha la generazione mille euro o quella dei giovani disoccupati che non possono contare nemmeno su quelli?

Se non sono ancora emigrati all’estero, o commesso follie, un buon motivo ci sarà. Sarà la fidanzata, o il fidanzato, o gli amici dal quale non si vogliono allontanare, il «calduccio» della famiglia d’origine nella quale un qualche reddito entra ancora e che gli garantisce un alloggio, la giusta indisponibilità a non fare cose insane per paura delle conseguenze. Io non sono nella condizione di invitarli a comportamenti diversi. Idealmente potrei esortare molti di loro a qualificarsi o a riqualificarsi nelle direzioni che il mercato del lavoro richiede.

Ma qui serve un nuovo modo di concepire la formazione, in primis quella universitaria.

Io dico questo: perché tutto il rischio che una formazione che richiede soldi e anni di vita si riveli pressoché inutile ai fini occupazionali deve ricadere solamente sul discente? Nell’Oregon, negli Usa, hanno cominciato a fare così: lo Stato concede agli studenti – ovviamente quelli capaci e meritevoli – l’esonero dalle tasse universitarie per tutto il corso di laurea nei college pubblici. Una volta laureato, lo studente destinerà il 3% dei propri guadagni lavorativi dei primi 20 anni di carriera all’Università che lo ha formato. Che adotta così un approccio da venture capitalist, dimostrando per prima di credere nell’investimento in capitale umano. Posto che in Italia una cosa del genere sarebbe come chiedere la luna, perché non cominciare a far condividere alle Università almeno una parte dei notevoli rischi che i loro studenti devono correre? Assicurando al tempo stesso all’Università una opzione call sulla crescita professionale degli studenti stessi?

Un suggerimento al governo? Un provvedimento che possa ricadere positivamente, rapidamente e concretamente sulla popolazione?

Insistere sulle facilitazioni burocratiche per le startup, che sono formidabili leve per la crescita. Non tutti hanno le caratteristiche per fare gli imprenditori, ma bisogna costruire ponti d’oro per quelli che le hanno perché possono generare notevoli benefici per tutti gli altri.

Che farai l’ultimo dell’anno?

Sarò a festeggiare sull’Altopiano di Asiago, con famiglia e amici.

I mondiali in Brasile chi li vince?

Argentina.

Lo scudetto?

Non seguo la serie A da una ventina d’anni. Spero che la Champions League la vinca la Juventus. Soprattutto per i risparmiatori che ne sono azionisti.

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