Il biennio d'oro degli investimenti finanziari. Ma non doveva crollare tutto?

di Marco Liera (*) - 25/11/2013

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Negli ultimi due anni l’indice delle azioni internazionali (MSCI World in euro total return) è salito del 46%, quello delle azioni italiane (FTSE All Share) del 31% mentre i titoli di Stato dell’eurozona hanno generato una performance total return del 18%. Per strano che possa sembrare, quello alle nostre spalle è stato un biennio d’oro degli investimenti finanziari che resterà nella memoria. Soprattutto perché maturato in un clima di cupo pessimismo nel quale vari “guru” più o meno famosi suggerivano di mettere tutti i risparmi sotto il materasso, o in lingotti d’oro, o in terreni agricoli. Del doman non v’è certezza, ovviamente; anzi, se il noto fenomeno di mean reversion (ritorno alla media) verrà confermato, è più facile che il prossimo biennio venga ricordato come non particolarmente brillante, o addirittura pessimo.

Chi ha approfittato del biennio d’oro? Quegli investitori privati – probabilmente già benestanti – che hanno avuto nel periodo una buona esposizione alle attività citate. Se poi nel frattempo erano indebitate per la casa e hanno pagato anche le rate di mutui a tasso variabile contratti negli anni degli spread inferiori all’1% possono stappare champagne: hanno potuto investire a leva in attività molto redditizie pagando il denaro pochi spiccioli, visti i livelli infimi di Euribor.

Certo, poteva andare diversamente. Chi ha ottenuto questi elevati rendimenti non ha beneficiato di un “pasto gratis”. Ha semplicemente corso dei rischi, e gli è andata bene. Sono quelli che negli ultimi due anni hanno comprato solamente bund tedeschi o obbligazioni in euro di enti sovranazionali (a breve termine) che hanno minimizzato i rischi, e conseguentemente hanno ottenuto rendimenti ben più magri. Ma anche qui, nessuna sorpresa. Il punto è che anche chi avesse comprato certi beni da alcuni considerati come “rifugio”, come l’oro o gli immobili, avrebbe corso dei rischi. Bastava osservare l’andamento storico di questi investimenti. Ed è per questo che questi investitori hanno registrato performance negative. A loro è andata male (per ora, si intende). Almeno per il futuro potranno smettere di considerare queste asset class dei “porti sicuri”.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 25 novembre 2013

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