Investire nella scuola/1 L'università non prepara alla consulenza finanziaria

di Marco Liera (*) - 20/11/2013

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Quando mi laureai in Economia Aziendale nel lontano 1990, una delle costanti delle aziende in cui facevo colloqui di lavoro era l’importanza data alla formazione iniziale. Non solo ti assumevano tutti a tempo indeterminato senza cercare formule “flessibili”, ma spesso i tuoi primi mesi o settimane di lavoro erano dedicati a una formazione full time, per di più residenziale. E regolarmente stipendiata. Per quanto ricordo, questo era il caso della IBM (che ti chiedeva di passare sei mesi nel loro learning center sul lago di Garda), della Banca Commerciale Italiana, della defunta Arthur Andersen (che ti portava in gita a Chicago), della BNL e di altre ancora.

Forse qualcuno rimarrà sorpreso nell’apprendere che il peso dato alla formazione iniziale fu uno dei motivi che mi spinse a rifiutare certe offerte di impiego che ricevetti all’epoca. Il mio ragionamento fu: “Ma come? Ho già passato 17 anni della mia vita sui banchi di scuola (cinque di elementari, tre di medie, cinque di liceo e quattro di università), ora è arrivato il momento di cominciare a rendermi utile e invece cosa mi proponete? Di studiare ancora? Ma io voglio lavorare, la-vo-ra-re!”. Sicchè, un po’ per caso finì per accettare l’offerta di una redazione di un settimanale finanziario, dove non solo non mi procurarono alcuna formazione iniziale ma mi diedero da coprire degli argomenti assolutamente sproporzionati rispetto alle mie conoscenze pregresse. In seguito, la passione per le aree che mi ero trovato a seguire – finanza personale e investimenti - , mi aiutò a coprire le mie le lacune spingendomi a studiare da autodidatta e a partecipare a vari seminari in Italia e all’estero.

Ora i tempi sono cambiati e non sono più così tante le imprese che curano la formazione dei neoassunti. Per uno che assomiglia a me nel 1990, non è una pessima notizia. Ma il fatto oggettivo è che l’offerta di scuole e università in Italia è troppo spesso lontana dai fabbisogni cognitivi di varie professioni, rendendo così necessaria una formazione in-house. Questo è particolarmente vero per l’attività di financial planner. Molti di questi professionals magari sono diplomati in ragioneria o laureati in economia, ma possono dire di aver imparato il mestiere in quelle istituzioni scolastiche e accademiche? Le facoltà di economia italiane meritano un approfondimento a parte, perché sono concentrate sulla macroeconomia, sui metodi quantitativi e sulla gestione delle grandi aziende, trascurando quasi totalmente la finanza personale (così come l’imprenditorialità). Altrove (come negli USA) non è così. Diverse università estere contemplano percorsi finalizzati a erogare le competenze necessarie anche alla professione di consulente finanziario delle famiglie. La risposta a questa assenza è per forza di cose un’offerta formativa continuativa a cura di strutture interne a banche e reti, con la collaborazione di qualificati fornitori esterni.

(*) Pubblicato su BlueRating dell'ottobre 2013

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