Rimpiangere i tassi dei BOT che furono spinge verso rischi incontrollati

di Marco Liera (*) - 27/10/2013

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I bassi rendimenti degli strumenti a reddito fisso innervosiscono vari risparmiatori, che rimpiangono i tempi in cui i BoT rendevano il 10% o addirittura il 20% (e pazienza se l’inflazione era ancora più alta). Posto che gli alti ritorni di un tempo non erano altro che il corrispettivo dei maggiori rischi di insolvenza dell’emittente sovrano (paradossalmente più avvertiti ora di quanto accadesse negli anni 80 e 90) e del rischio di inflazione, la situazione attuale può condurre gli investitori privati a cercare soluzioni inutilmente più complesse (e certamente più rischiose) per rincorrere i ritorni nominali di un tempo.

L’uso di un barometro del rischio che si corre investendo in un determinato portafoglio di strumenti riduce l’eventualità di cadere in pericolose tentazioni. Il benchmark utilizzato per i fondi comuni, se correttamente applicato, può rappresentare un valido supporto decisionale. Soprattutto da un punto di vista dell’illustrazione ex-ante del rischio di un investimento, più che del monitoraggio dell’andamento nel tempo dell’investimento stesso. Facciamo un esempio: prima della sottoscrizione di un fondo comune azionario, un investitore farebbe bene a vedere su un grafico l’andamento di lungo periodo dell’indice MSCI World delle Borse internazionali, un classico benchmark per questa categoria di prodotti. Potrebbe restare affascinato dalla performance positiva ottenuta su vari decenni, ma dovrebbe anche soffermarsi sulle numerosi fasi di ribasso (come quella drammatica tra il luglio 2007 e il marzo 2009). E immaginare come potrebbe sentirsi in situazioni del genere (ovviamente se non le ha ancora provate!), limitatamente alla quota del portafoglio da destinare al fondo azionario. Se in giro ci sono risparmiatori scottati da quel ribasso (e mai più tornati a investire in prodotti azionari), è anche perché si erano costruiti una aspettativa incompleta sui vari esiti possibili di un impiego rischioso.

Al di fuori degli investimenti azionari, i portafogli prevalentemente obbligazionari tipicamente posti a protezione del benessere possono essere confrontati sia con i classici indici del reddito fisso, che con alternative di investimento prive di volatilità, come i conti di deposito e il risparmio postale. Dal punto di vista strettamente finanziario, questi confronti sono discutibili, ma dal punto di vista comportamentale l’uso di benchmark come questi ha un senso, perché si tratta di prodotti che risiedono nello stesso conto mentale (protezione del benessere, appunto). Occorre che nel tempo scelte più complesse e volatili (come un portafoglio di obbligazioni gestito in fai-da-te o in delega) di un semplice e liquidabile conto di deposito o buono postale (ancora meglio se indicizzato all’inflazione) debbano dare ritorni decisamente superiori a questi ultimi. Perché, se ciò non accadesse, non ci sarebbe convenienza a sostenere i costi monetari, informativi e psicologici che le alternative citate inevitabilmente comportano. Una questione resta però aperta: un risparmiatore titolare di un conto di deposito di una banca commissariata o in crisi (con ovvia risonanza mediatica) deve anch’egli sostenere dei costi psicologici per sopportare le inevitabili preoccupazioni che ne conseguono. La diversificazione del rischio Paese e del rischio emittente che vari portafogli complessi generano per il risparmiatore appare un plus in teoria importante rispetto alle alternative più semplici citate. Ma l’alta interdipendenza di mercati ed economie rispetto ai rischi di eventi estremi riduce l’efficacia di questa saggia regola.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 27 ottobre 2013

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