Pensionati di oggi e domani, come difendersi dall'inflazione

di Marco Liera (*) - 13/10/2013

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Il blocco dell’indicizzazione delle pensioni 2014 limitatamente alla quota eccedente i 2.973 euro annunciato martedì dal minstro del Lavoro Enrico Giovannini crea del benessere rispetto alle regole più restrittive attualmente in vigore. Ma questa insistenza dei Governi nel limitare l’adeguamento delle rendite all’inflazione invita gli attuali ma soprattutto futuri pensionati a ricercare delle forme di hedging (copertura) degli incrementi del costo della vita. Questo obiettivo è prioritario soprattutto per chi, non esercitando più alcuna attività, perde la possibilità di contare sull’adeguamento atteso all’inflazione di cui tipicamente (con eccezioni sempre più vistose e frequenti) godono i redditi da lavoro.

Va detto che l’indicizzazione all’inflazione era e resterà piena solamente per le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo Inps (1487 euro al mese). Da gennaio 2014, per la fascia di importo mensile compreso tra tre e cinque volte il minimo l’indicizzazione torna al 90%, e per la fascia di importo mensile eccedente il quintuplo l’adeguamento sarà al 75%. Per la quota eccedente il sestuplo della minima (2.973 euro, appunto) non ci sarà adeguamento. Va ricordato che nel biennio 2012-2013 l’indicizzazione è stata azzerata per le rendite superiori a tre volte il minimo (1.433 euro al mese).

Se ci sono dei risparmi disponibili, la copertura più semplice dal rischio inflazione è rappresentata dall’investimento di questi in titoli inflation linked in euro (come i Btpei, i BTp Italia, i buoni postali indicizzati all’inflazione). Gli attuali o futuri pensionati possono in questo modo compensare con la migliore precisione possibile la perdita di potere d’acquisto parziale del loro assegno mensile. I titoli a tasso variabile come i CcT non offrono questa garanzia, perché i loro rendimenti nominali non necessariamente coprono l’inflazione, in particolare quella inattesa. Questo aspetto è importante in relazione alle rendite vitalizie dei fondi pensione e dei PIP (secondo pilastro), che sono rivalutate ogni anno in base al rendimento delle gestioni separate delle compagnie Vita. Gestioni separate che prevalentemente sono investite in titoli a tasso nominale (fisso o variabile) anziché reale. Le rendite vitalizie restano d’altra parte gli unici prodotti che coprono da un altro rischio molto importante e bellissimo, quello di vivere “troppo” a lungo (longevity risk). Con una rendita finanziaria, se non ci si limita a consumare il rendimento e si intacca progressivamente il capitale, questo prima o poi si esaurisce.

Dall’inizio dell’era dell’euro, l’inflazione sembra essere diventata bassa e sotto controllo, come d’altra parte si auspicava. La congiuntura recessiva ha poi raffreddato notevolmente negli ultimi mesi l’aumento del costo della vita: l’ultimo dato è lo 0,9% tendenziale in Italia a settembre  (1,3% nell’eurozona). Anche se l’aumento dell’Iva dovrebbe incidere per uno 0,3/0,4% aggiuntivo. Soprattutto, negli ultimi 113 anni di storia dei mercati finanziari, come dimostrano le monumentali ricerche di Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School, l’inflazione è stata il nemico numero uno dei risparmi. Non è noto quale possa essere l’impatto sui prezzi delle politiche monetarie super-espansive senza precedenti delle banche centrali di tutto il mondo. Come disse il grande Milton Friedman, “l’inflazione è – sempre e dappertutto – un fenomeno monetario, nel senso che può essere solamente il risultato di una espansione della quantità di moneta superiore a quella dell’economia reale”.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 13 ottobre 2013

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