Tobin Tax: costi per le banche, gettito irrisorio e scambi in fuga

di Marco Liera (*) - 22/09/2013

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Nell’anno dell’introduzione della Financial Transactions Tax (FTT o “Tobin Tax”, in vigore dal 1° marzo sul trading azionario) Piazza Affari ha perso il 7% del numero di transazioni giornaliere su azioni (confronto gennaio-agosto 2013 su 2012). Il controvalore medio è leggermente aumentato (+2,5%), probabilmente perché la riduzione delle “trades” è stata più che compensata dalla crescita delle quotazioni. Sul gettito della FTT c’è ancora incertezza. Sta di fatto che l’imposta è stata introdotta in Italia in assenza di un coordinamento internazionale, indispensabile per la sua efficacia: undici Paesi dell’Unione europea (con l’ostilità del Regno Unito) puntano ad adottarla in modo condiviso, ma la trattativa è tornata in alto mare, dopo che nei giorni scorsi gli esperti giuridici del Consiglio hanno dato un parere negativo sulla proposta della Commissione.

A dire la verità pure la Francia guidata dal governo di Francois Hollande ha voluto fare la “prima della classe”. Ma almeno Oltralpe la legge che ha introdotto la FTT ha ricercato l’efficienza applicativa, assegnando una buona parte degli adempimenti sul sistema accentrato, Euroclear France.  Qui da noi, come in altre occasioni, un lavoro immenso e soprattutto ancora non del tutto chiaro è stato scaricato sugli intermediari finanziari, che da mesi stanno dedicando migliaia di ore-uomo all’adeguamento dei sistemi informatici. Il rapporto tra costi di set-up già sostenuti dagli intermediari e importo dovuto per il primo versamento dell’imposta, in scadenza il 16 ottobre, è in qualche caso pari a 100 a uno. C’è gente nelle banche che ha passato il mese di agosto in ufficio per rispettare le scadenze, dilungandosi in interminabili conference calls con le loro controparti estere in cerca di certezze e sempre più a disagio con le assurdità italiane. Questi costi di implementazione delle procedure hanno alte probabilità di aumentare se, come prevedibile, per la FTT italiana sarà richiesto un allineamento europeo.

Un seminario organizzato mercoledì scorso da Borsa Italiana e Assosim è stato l’occasione per fare emergere varie incertezze applicative della FTT, nonostante il decreto del ministero dell’Economia appena emanato modifichi alcuni punti della normativa che avevano sollevato critiche e obiezioni dagli intermediari. La nota positiva è che in questi mesi si è realizzato, nella confusione generale, un buon livello di collaborazione tra Agenzia delle Entrate e industria finanziaria, stante le oggettive difficoltà della prima ad addentrarsi nella ragnatela di rapporti e procedure che contraddistinguono l’ordinaria attività dei mercati. Uno degli aspetti di più difficile applicazione è il coinvolgimento degli operatori residenti in Paesi black list, sui quali ovviamente non c’è possibilità di enforcement da parte delle autorità italiane in assenza di una disciplina comune. E’ assai illusorio pensare che questi operatori siano disposti a versare per conto dei loro clienti l’obolo in questione allo Stato italiano, ma soprattutto a condividere con intermediari italiani (passibili di ispezione) qualunque informazione sui propri accounts. Al contrario, per evitare fastidi e scocciature, è del tutto ipotizzabile che gli scambi su azioni e derivati italiani si spostino su piazze dove il segreto bancario è ancora impenetrabile. Magari, come nel caso del Lussemburgo, facenti parte dell’Unione Europea.

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