La diversificazione negli investimenti: quando è importante e quando non lo è

di Marco Liera (*) - 15/09/2013

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Un recente libro di Paolo Legrenzi, "Perché gestiamo male i nostri risparmi" (edizioni Il Mulino, 2013), spiega molto bene che l’insufficiente diversificazione è uno dei principali errori degli investitori privati. "Al cliente – scrive Legrenzi, che è professore di psicologia cognitiva all’Università Cà Foscari di Venezia – viene spontaneo domandarsi come mai il gestore professionale non sappia giudicare" quale titolo sia meglio di tutti gli altri. Negli altri campi, colui che è ritenuto ”esperto” conosce di solito qual è la soluzione migliore. "Il dietista consiglia la dieta più adatta a noi, l’agente di viaggi la località di vacanza più consona alle nostre caratteristiche, il medico indica la cura migliore". E così via. In campo finanziario non va così, perché "il futuro è largamente ignoto e per affrontare questa incertezza ci si difende ricorrendo a una strategia che minimizza i rischi. Questo stato di cose non è di comprensione immediata per il cliente".

La diversificazione dunque è la risposta all’instabilità dei mercati finanziari. Anche nei più recenti modelli della ricerca accademica continua a essere applicato questo principio. Uno studio di Ashvin B. Chhabra, direttore degli investimenti dell’Institute for Advanced Study di Princeton ("A Risk Based Asset Allocation Framework For Unstable Markets", dicembre 2012) dimostra che gli investitori privati dovrebbero spostare la loro attenzione dal tentativo di battere i mercati finanziari alla creazione di una strategia che consenta loro di raggiungere i loro più importanti obiettivi finanziari, disinteressandosi dall’andamento futuro dei mercati stessi. Chhabra propone un modello di ripartizione degli investimenti basato su tre strati sovrapposti, differenziati per obiettivi e per grado di rischio: sicurezza, investimento e aspirazionale.

Il primo strato è quello degli investimenti meno incerti, come possono essere i titoli di Stato in euro di alcuni emittenti sovrani e sovranazionali dell’eurozona. Qui la diversificazione è importante, ma non troppo. Prendi un bund tedesco, o una Bei, e il più è fatto. Il secondo strato è quello del portafoglio di mercato, definito come "il modo più efficiente per ottenere un ritorno per ogni unità di rischio". Si tratta di un portafoglio rappresentativo di tutte, ma proprio tutte le attività esistenti sui mercati internazionali, nelle varie valute: obbligazionario, azionario, commodities, immobiliare e così via. "Poiché nessuno sa come sarà il futuro – scrive Chhabra, utilizzando lo stesso concetto di Legrenzi – il portafoglio più efficiente è quello che replica tutto l’universo investibile, attivamente o passivamente". Qui l’importanza della diversificazione è massima.

Sia il primo che il secondo strato non consentono un aumento siginificativo della ricchezza. Chi lo desidera, e ha mezzi disponibili per lo scopo, deve aggiungere uno strato aspirazionale, in cui anziché diversificare occorre concentrare al massimo il rischio. Spesso questa concentrazione coincide con una attività imprenditoriale, che nel 60% dei casi (almeno negli Stati Uniti) è all’origine dell’arricchimento dei Paperoni della classifica di "Forbes". Chi non prende rischi non può diventare ricco. Ma evita di finire in povertà.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 15 settembre 2013

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