Dejà-vu 16: Piazza Affari (e l'Italia) in cerca di un catalizzatore

di Enrico Ascari (*) - 02/09/2013

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Perché l’Italia non cresce più?  è ormai opinione largamente condivisa, perfino ovvia, che la  caduta del tasso di crescita  rifletta l’incapacità di adattarsi ai tre grandi cambiamenti che hanno investito il quadro economico internazionale negli ultimi due decenni: la “globalizzazione”, cioè l’integrazione mondiale dei mercati dei beni e della finanza;  il processo di integrazione europea, culminato nell’introduzione della moneta unica; il drammatico cambiamento del paradigma tecnologico. Tre fenomeni fin troppo prevedibili e macroscopici nel loro dispiegarsi che hanno aperto una nuova dimensione nella storica e irrisolta dualità del paese: non più e non solo tra il ricco nord e un sud sempre più arretrato e malavitoso, ma anche tra le imprese che navigano nel mare aperto esposto ai venti forti della globalizzazione e l’ affollato universo delle attività protette che hanno continuato ad espandersi fino alla forzata deflazione imposta dall’Europa dal 2011.

Incapacità, si diceva. Ma di chi? La lettura dei numeri aiuta ma non basta: le cause della prolungata stagnazione dei redditi e della produttività hanno genesi multiple e parzialmente sovrapponibili, di natura economica, sociale, istituzionale, con rapporti di causa effetto a volte chiari, spesso confusi. Comunque di difficile misurazione. Quasi tutti puntano sulle amministrazioni pubbliche e la incontenibile voracità predatoria di uno stato sempre più ipertrofico. Ma si discute all’infinito anche delle croniche debolezze del tessuto produttivo, ben rappresentate dalla scomparsa della grande impresa. Italia, paese de-multinazionalizzato, sarà soddisfatto qualche ingrigito rivoluzionario da cattedra degli anni ‘80.  Infine è sempre di attualità il tema dell’ inadeguatezza del sistema finanziario, oggetto di storiche gattopardesche quanto apperentemente improduttive trasformazioni. Per non parlare di recenti o meno avventure al limite del grottesco.

Imprenditori, banchieri e politici, con l’aggiunta del quarto potere rappresentano di fatto la classe dirigente in tutti i paesi moderni. Molti elementi fanno pensare che il declino italiano sia strettamente legato progressivo sbriciolamento dei cosiddetti “poteri forti”, diventati, nell’ultimo ventennio, “poteri marci”.

In Italia  negli ultimi cinque anni il prodotto interno   è calato del 9 per cento, la  produzione industriale del 25 per cento  e il rapporto debito/Pil è esploso al 134 per cento. La caduta è stata accentuata dalle conseguenze di una manovra fortemente deflattiva imposta dai padroni dell’euro per  evitare una incombente crisi finanziaria di grandi proporzioni e conseguenze internazionali incalcolabili.  Nel breve termine ciò ha peggiorato sensibilmente le metriche della produttività, del costo del lavoro e del debito. Si può sostenere, però, che non tutti gli effetti collaterali dell’amara medicina sono indesiderabili. Un drastico ridimensionamento della “rendita” lucrata troppo a lungo sui mercati protetti dei servizi pubblici, privati e delle professioni, come sta avvenendo da tempo in Grecia, Spagna e Portogallo, sembra una ineludibile necessità se si vogliono creare le condizioni per una meno distorta allocazione delle risorse e un riallineamento degli incentivi, anche e soprattutto nel settore educativo e di sviluppo professionale. Manca ancora all’appello la pubblica amministrazione sulla quale convergono  gli opachi  interessi di tutte le parti politiche, finalizzati al mantenimento dello status quo. Forse però siamo vicini alla fine del processo di deindustrializzazione e si può guardare con maggiore ottimismo al futuro. Nell’ultimo decennio anche in Italia si sono avviati significativi processi di ristrutturazione produttiva. Chi ha investito in attività a monte e a valle della produzione ha innalzato qualità e prezzi di vendita dei prodotti,  creato aziende di successo, multinazionali tascabili.

Con i primi segnali di ripresa, che già si intravedono all’orizzonte, si potrà arrivare ad un primo parziale recupero. Anche il quadro internazionale è in veloce evoluzione. Non è affatto scritto che il prossimo ventennio veda  una continuazione senza soluzione di continuità dei noti fenomeni che hanno caratterizzato gli ultimi lustri. I vantaggi comparati dei paesi emergenti si vanno inevitabilmente afflievolendo. La Cina fronteggia  la difficilissima sfida del cambiamento in corsa del modello di sviluppo. Difficilmente potrà avvenire senza conseguenze traumatiche. Il fenomeno della delocalizzazione produttiva si sta già ridimensionando e lascia spazio a quello, inverso dell’”insourcing”, anche per il continuo lievitare degli oneri di trasporto. L’enfasi sul costo del lavoro si riduce e lascia spazio a valutazioni più articolate che considerano con maggiore attenzione i vantaggi derivanti dalla gestione integrata di tutte le funzioni aziendali, dalla R&S, al marketing, alla filiera completa del processo produttivo. D’altra parte lo sviluppo tecnologico trasforma la logistica e i processi distributivi, sempre più basati sul web. Nuove tecnologie in veloce evoluzione, come la stampa tridimensionale, potrebbero rivoluzionare la manifattura e permettere una rivalutazione anche dei modelli d’impresa di minori dimensioni.

Se guardiamo avanti con un po’ di ragionato ottimismo è quindi possibile vedere un futuro di ritorno alla crescita per l’Italia. Lo shock economico, sicuramente necessario, c’è stato. Ora manca un segnale di forte discontinuità, oltre ad un evento, magari simbolico che funzioni da catalizzatore positivo. Quello che è mancato dopo tangentopoli. Serve una nuova classe dirigente di trenta-quarantenni che sotterri definitivamente i sopravvissuti della “prima repubblica” e metta da parte anche la generazione successiva, quella del  baby boom, storicamente fallimentare. Serve gente che si assuma onori e oneri della leadership, che sappia indicare una strada comune,  una visione almeno  condivisa per il futuro. Qualche segnale si intravede.

Non è un caso che anche Piazza Affari abbia già alzato le antenne evidenziando una discreta voglia di recupero malgrado il quadro politico rimanga apperentemente indecifrabile e caratterizzato dalla massima incertezza. Oggi il paese e il suo mercato sono paragonabili ad un titolo “ deep value” caratterizzato cioè da una valutazione nettamente inferiore al capitale economico. Si tratta di azioni di imprese con fatturati declinanti, marginalità insufficiente o in calo, costi comprimibili, a volte, non sempre, gravate da un alto indebitamento. Investire in queste aziende è molto pericoloso - il declino può proseguire fino al fallimento - ma potenzialmente molto redditizio. Perché la scommessa sia vincente ci vuole un “catalizzatore”, che può essere la scoperta e lo sfruttamento di nuovi mercati, una discontinuità nel processo produttivo, a volte solo un nuovo management più capace e aggressivo. Basta perfino, sia pure per brevi periodi di tempo, perché poi la realtà viene a galla, una buona “narrazione” di discontinuità rispetto al passato. La finanza vive anche di storie, di sogni. La Borsa italiana è pronta ad ascoltare la narrazione. Poi si vedrà, col tempo, se seguiranno i fatti. E, come nel ’93-94, può tranquillamente raddoppiare di valore nel giro di qualche semestre, sempre ammesso che l’andamento dei mercati esteri lo  permetta.  Serve però il maledetto catalizzatore. Quale può essere? Indovinatelo voi, non è difficile.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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