Lo stipendio di Messi? E' più meritato di quello dei gestori di hedge funds

di Marco Liera (*) - 01/09/2013

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Le diseguaglianze non sono tutte uguali. All’interno della categoria dei super-ricchi del pianeta che continuano ad aumentare il loro benessere, di cui ho trattato domenica scorsa in questa rubrica, c’è chi sta avanzando vertiginosamente in modo difficilmente spiegabile, e altri invece che crescono un po’ meno, e in modo meno ingiustificato.

In un mondo fortemente squilibrato, dove la legge è quella del “winner-takes all”, la distorsione più evidente riguarda i manager di hedge funds. Secondo le classifiche stilate dalla rivista “Alpha”, emerge che i 25 manager di hedge fund meglio pagati negli Usa hanno aumentato la loro remunerazione media annua da 133,7 milioni di dollari del 2002 ai 537,2 milioni di dollari del 2012. In un decennio, hanno quadruplicato i loro guadagni (al netto dell’inflazione, per quanto abbia importanza il costo della vita di fronte a questi numeri…). Secondo Steven Kaplan e Joshua Rauh della University of Chicago, il totale delle remunerazioni di queste 25 star della gestione è pari a quattro volte la somma degli stipendi degli amministratori delegati delle 500 società che compongono l’indice S&P500.

Tipicamente i managers degli hedge fund hanno un guadagno in parte correlato alle masse gestite (pari all’1,5-2% del patrimonio) e in parte ai risultati di gestione (20% della performance assoluta). Mediamente, gli hedge funds, come dettagliato dall’inchiesta di copertina di Bloomberg-Businessweek dell’11 luglio scorso, hanno fatto peggio dei fondi gestiti passivamente (index funds)  in otto degli ultimi 10 anni. A maggio, i rendimenti della media degli hedge funds erano in ritardo del 10% da inizio anno sull’indice S&P500.

Possiamo supporre che all’interno di una categoria mediamente inefficiente (ma comunque mediamente ben remunerata) vi siano dei superuomini che danno costantemente performance così eccezionali da meritarsi quei guadagni stellari? Difficile dirlo. Quel che è certo è che, quand’anche vi fossero performance corrette per il rischio molto buone per un periodo abbastanza lungo, sarebbe assai ardito concludere che queste siano state dovute interamente all’abilità dei gestori (meritevole di remunerazione), più che a mera fortuna. La questione è rilevante, perché laddove il caso ha una grande importanza (come nell’attività di gestione di patrimoni sui mercati finanziari), si apre un problema di scarsa sostenibilità degli eventuali buoni risultati. Per tenere conto di questo, gli investitori in hedge funds (per lo più ricchi privati e istituzionali vari) dovrebbero negoziare meccanismi di remunerazione “share the gain, share the pain” in cui almeno le commissioni di incentivo vengano restituite dai gestori ai fondi in caso di underperformance successive. Perché questo non avviene? La questione andrebbe approfondita. Potrebbe essere che i ricchi privati abbiano dei deficit cognitivi sulle reali capacità dei gestori, mentre gli istituzionali soffrano di problemi analoghi, oltre che di agenzia: il board di un fondo pensione – non sempre dotato della preparazione necessaria - può scegliere gestori di hedge fund di gran nome (e super-pagati) per minimizzare eventuali contestazioni successive da parte degli iscritti. Senza contare il peso che potrebbero avere fenomeni di “restituzione dei favori” più o meno leciti e trasparenti, che coinvolgono anche i consulenti che assistono gli investitori istituzionali nell’asset allocation e nella selezione dei gestori. Il fatto è che c’è molta curiosità attorno ai gestori che guadagnano di più, mentre andrebbe fatta luce anche su quelli che chiudono l’attività per via di performance imbarazzanti. E’ normale che in un’industria basata sull’assunzione di rischi finanziari a qualcuno possa andare molto bene, e ad altri molto male. Ma questi ultimi non necessariamente sono costretti a vendere la loro casa a Kensington, a Chelsea o agli Hamptons. Quel che è certo è lasciano una eredità di svalutazioni cocenti ai loro clienti. Anche nell’asimmetria delle conseguenze dei fallimenti sta la “magia” dell’industria. Il “downside” per il benessere dei gestori è limitato. Per i capitali apportati dagli investitori purtroppo non c’è limite alle perdite.

I guadagni delle star dello sport appaiono meno ingiustificati di quelli dei gestori di hedge funds, perché le loro performance sono più legate al raro talento che possiedono che non al caso. Leo Messi potrà incappare anche in una brutta partita o in un infortunio, ma nell’orizzonte temporale tipico di un calciatore (10-15 anni) le sue alte performance appaiono assai più sostenibili. E se per qualunque ragione diventasse improvvisamente “scarso”, il suo stipendio – dagli attuali 35 milioni di euro l’anno comprese le sponsorizzazioni - si adeguerebbe al ribasso con discreta rapidità. Tipicamente con la cessione ad altra squadra e l’abbandono degli sponsor. Si può discutere se siano “morali” i guadagni delle stelle del calcio (18,4 milioni di euro nel 2013 in media per i primi 20 top players nel mondo). Ma il “valore mediatico” di un personaggio dello sport, ossia il beneficio che può apportare alle vendite di un prodotto, è notevole e può essere in parte stimato. E a chi rimpiange le paghe dei giocatori degli anni che furono si può anche opporre che a quell’epoca la copertura mediatica di degli eventi sportivi era minuscola rispetto a quella attuale. Ai mondiali del Messico del 1970 i giornalisti italiani accreditati erano appena 16!. Casomai andrebbero studiati gli squilibri nell’allocazione del valore creato dal sistema calcio (molto viene redistribuito ai top players e ai loro procuratori, molto meno a tutti gli altri e ai clubs). Il paradosso è che negli hedge funds i risultati economici generati per i clienti possono essere misurati in modo molto più oggettivo rispetto a quelli dei top players del calcio (in termini di “valore mediatico”). Ma sta di fatto che i fenomeni di trascinamento immotivato dei super-guadagni sono più comuni nei primi che nei secondi. Che pure hanno delle carriere per definizione più brevi.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore dell'1 settembre 2013

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