Le polizze Vita in Italia non vivono di rendita

di Marco Liera (*) - 28/07/2013

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In una ricerca pubblicata il 5 luglio, l’Ania ci informa che nel triennio 2009-2011 in Italia sono arrivate a scadenza tre milioni di polizze caso vita, per un totale di 52,1 miliardi di euro pagati dalle compagnie alle famiglie. Per questi, appena lo 0,321% (sul numero di contratti) e lo 0,653% (per controvalore) è stato incassato sotto forma di rendita vitalizia. In tutti gli altri casi i contraenti hanno preferito incassare tutto subito.  Nel triennio precedente i due valori erano stati superiori, pur restando molto modesti (rispettivamente 0,653% e 0,839%). Nel 2011 si sono registrati i tassi di propensione alla rendita più bassi di tutto il triennio analizzato, sia per numero di contratti sia per importo. In quell’anno, su un totale di un milione 53mila contratti giunti a scadenza, appena 2.294 hanno proseguito con la rendita.

Certo, la crisi è una delle possibili cause della ulteriore riduzione della preferenza per la rendita. Ma sarebbe riduttivo collegare la quasi inesistente  sensibilità degli italiani a coprire il longevity risk (il bellissimo – e crescente - rischio di vivere troppo a lungo), alla congiuntura economica avversa. In altri Paesi la propensione alla rendita, pur non preponderante rispetto all’opzione capitale, è assai più alta. Negli USA, una analisi del gennaio 2013 dell’Employee Benefit Research Institute (EBRI) rivela che nel periodo 2005-2010 i lavoratori iscritti a piani pensionistici che lasciavano libertà totale di incassare tutto il capitale alla fine del periodo di contribuzione hanno scelto la rendita “solamente” nel 27,3% dei casi. Quanto meno, negli USA l’opzione rendita è presa in considerazione. In Italia no.

Dal lato dell’offerta, va detto che la stragrande maggioranza delle compagnie Vita e dei loro collocatori non ha mai realizzato una azione organica in termini di prodotti e di consulenza a favore della rendita. Solo pochissimi contratti per esempio garantiscono il blocco dei coefficienti di conversione del capitale in rendita, una clausola che vale molto perché evita di dover accontentarsi un domani di una prestazione ridotta per effetto del quasi certo allungamento della speranza di vita. D’altra parte, sul mercato esistono numerose formule che consentono di ottenere una rendita certa, indipendentemente dalla permanenza in vita dell’assicurato, per un determinato arco temporale (ad esempio 10 anni), e ovviamente le rendite reversibili. Prodotti che consentono di superare almeno in parte la spiacevole sensazione che in caso di premorienza vadano perduti anche i risparmi accumulati.

Dal lato della consulenza, è necessario usare le leve comportamentali più opportune per indurre i clienti Vita a scegliere la rendita. Secondo il professor Richard Thaler che a Chicago insegna scienze comportamentali, non bisogna porre l’attenzione sulla cosiddetta età di pareggio, ossia su “quanti anni devo sopravvivere per vincere la scommessa con la compagnia”. Occorre invece valutare lo stato di salute degli assicurati al momento dell’esercizio dell’opzione. Poiché la maggior parte delle persone interessate (che tipicamente ha dai 50 ai 70 anni) sta bene, l’opzione rendita dovrebbe essere quella preferita. Poi occorre puntare sul fatto che all’avanzare dell’età le persone possono diventare meno abili nella gestione delle somme incassate sotto forma di capitale, e che questi risparmi possono tragicamente finire nel momento in cui ce n’è più bisogno: a 80/90 anni, quando la salute è poca. “Contrarre una rendita – dice Thaler – è come comprare ai miei figli una assicurazione contro l’eventualità di andare a vivere da loro quando avrò finito i soldi”.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 28 luglio 2013

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