Lasciare l'Italia? Dipende dalle caratteristiche individuali, non dalla crisi

di Marco Liera (*) - 14/07/2013

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Il Paese di residenza? Non è un destino ineluttabile. Ed è in buona parte il risultato di una decisione di finanza personale. Questi concetti diventano ancora più chiari quando si osservano i flussi di italiani in uscita dai confini nazionali: l'emigrazione dalla Penisola è passata dai 60.635 cittadini del 2011 ai 78.941 del 2012, con un aumento del 30,2%. Fra le Regioni, spicca la Lombardia, che nel 2012 ha registrato 13.156 cittadini emigrati. Gli italiani residenti all’estero sono circa 4,3 milioni. Ridurre questi numeri a fenomeni macro come la crisi economica può essere fuorviante. Uno degli studi accademici che ha analizzato le dinamiche dell’immigrazione (“Intentions to migrate within the European Union: A challenge for simple economic macro-level explanations”, di Markus Hadler dell’Università di Graz) arriva alla conclusione che l’intenzione di emigrare dipende fortemente dalle caratteristiche e dalle motivazioni individuali e che la maggiore propensione all’espatrio si registra paradossalmente nei Paesi più avanzati. Il fattore individuale che spiega di più la volontà di cambiare residenza (all’interno o all’esterno di un Paese) è il fatto di averla già spostata, e la distanza dei precedenti movimenti. Come se all’interno dei vari Paesi esistesse una sottopopolazione di cittadini molto più “mobili” degli altri. Gente che si chiede con regolarità: "Ci sono posti nel mondo dove potrei stare/lavorare/vivere meglio, date le caratteristiche mie (e della mia famiglia)"? Quali sono i costi e le opportunità che ne deriverebbero?. Forse i fattori macro erano più importanti nello spiegare l’emigrazione di massa di fine Ottocento e prima metà del Novecento. Quando si fuggiva dalla fame e dalla miseria più nera.

I confini nazionali continuano a rappresentare secondo lo studio citato un formidabile limite all’emigrazione di capitale umano intra-UE nonostante la libertà dei movimenti. Ovviamente, al di fuori dell’UE questo è ancora più vero. Quel che accade è che espatriano singoli capitali umani, non necessariamente super-qualificati, ma che per motivi del tutto personali sono disposti a muoversi e a superare varie barriere. Il fatto di avere figli e un’età non più giovane sono fattori individuali che frenano i movimenti. Ma va tenuto sotto osservazione anche il fenomeno dei pensionati che scelgono di vivere in Paesi a più basso costo della vita e/o con clima mite anche d’inverno.

Va invece indagata la sensibilità individuale alle passività future che gravano sui cittadini di un Paese. Se per assurdo il capitale umano fosse “fluido” come quello finanziario, si sposterebbe rapidamente nei Paesi con minor debito pubblico e previdenziale, provocando probabilmente l’insolvenza degli Stati “abbandonati”. Poiché questo non accade nella realtà, anche i capitali finanziari a loro volta tendono a restare nel Paese di origine, rafforzandone la solvibilità. Basti ricordare il supporto che è stato dato dagli investitori domestici tra il 2011 e il 2012 al mercato dei titoli di Stato italiani venduti a mani basse da quelli stranieri. La stabilità “garantita” dall’autarchia. Sia finanziaria che del capitale umano.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 14 luglio 2013

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