La stretta della Svizzera sui capitali in nero. Sempre più difficili da nascondere

di Marco Liera (*) - 07/07/2013

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Da inizio anno 6.300 cittadini tedeschi hanno autodenunciato la detenzione di capitali non dichiarati in Svizzera, come riportato in settimana dal quotidiano Handelsblatt. Dopo che l’accordo bilaterale “Rubik” è stato bocciato dal Bundesrat tedesco nel novembre scorso, un numero non trascurabile di evasori tedeschi ha preferito in ogni caso uscire dalla clandestinità. Anche perchè l'imposta liberatoria che pagheranno è appena del 5-12% del capitale, contro il 21-41% che sarebbe stato applicato in caso di accordo (ma con garanzia di anonimato e prelievo effettuato dalle banche svizzere). In pratica in Germania, al pari di altri Paesi, è in vigore uno scudo fiscale permanente (pur senza anonimato) ma a quanto pare nessuno grida allo scandalo. Anche perchè solo nel 2011 le autodenunce hanno generato 1,2 miliardi di euro di gettito per il Fisco tedesco.

Quali prospettive invece per gli italiani che nonostante i tre scudi fiscali degli anni passati continuano a detenere ricchezze non dichiarate all’estero (di cui 120 miliardi stimati solo nella Confederazione)? Per loro l’autodenuncia non è un’opzione, visto che rischiano una sanzione che può arrivare al 480% delle somme contestate. Possono sperare che anche l’Italia chiuda un accordo “Rubik”, come detto bocciato in Germania ma che Regno Unito e Austria hanno stipulato e messo a regime con la Svizzera. Da qualche mese però le trattative tra Roma e Berna non pare abbiano fatto grandi passi avanti, anche perché il Governo italiano preferisce che l’accordo sia chiuso in uno schema europeo sullo scambio di informazioni.

Il fatto è che il tempo sta giocando contro i “non dichiaranti”, perché un numero crescente di intermediari finanziari operanti nel Canton Ticino, da testimonianze raccolte sulla piazza di Lugano, sta chiedendo ai propri clienti di provare di essere “compliant” con le autorità fiscali del proprio Paese. Per gli italiani, questo comporta l’esibizione del quadro RW del Modello Unico compilato. La Svizzera sta subendo una pressione internazionale senza precedenti, e avere clienti che non sono in regola con il Fisco del proprio Paese è sempre più avvertito come un problema dalle autorità e dagli stessi intermediari finanziari. Si comincia a dare il benservito ai clienti marginali, quelli con poche decine di migliaia di franchi non dichiarati, ma l’aspettativa è che il processo sia irreversibile anche per gli altri, a meno di un accordo “Rubik” o similare.

A peggiorare la situazione per gli evasori sta la circostanza che altri Paesi-rifugio stanno chiudendo le porte ai capitali irregolari. E’ il caso di Singapore, dove dal 1° luglio le banche sono tenute a certificare che tutti i capitali dei loro clienti sono “compliant” con le regole del Paese di appartenenza. Per i “non dichiaranti” progressivamente espulsi dal sistema finanziario restano sempre meno alternative. La più banale è quella di farsi consegnare i contanti e chiuderli in una cassetta di sicurezza, con ovvie difficoltà di utilizzo, soprattutto in presenza di cifre importanti. Oppure ricercare quegli intermediari – ce ne sono ancora in Confederazione – che sono più “accondiscendenti”; ma, alla luce di quanto visto, potrebbe trattarsi di una soluzione solo temporanea. O ancora, con una buona dose di coraggio, spostare i capitali nelle piazze offshore più esotiche, come Bahamas e Panama. Per ora solo sfiorate dall’offensiva globale contro il “nero”. Per ora.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 7 luglio 2013

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