Dejà-vu/14: cosa ci dobbiamo aspettare su crescita del benessere e innovazione tecnologica

di Enrico Ascari (*) - 25/06/2013

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Anni 50:  Henry Ford II accompagna Walter Reuther, capo della UAW (Union of Auto Workers) a visitare un nuovo sito produttivo a Detroit nel quale sono al lavoro i primi rudimentali robot. Il sindacato ha appena ottenuto un forte aumento di salari. Indicando i robot Ford chiede a  Reuther:  “Dimmi Walter, come farai a iscriverli al sindacato?” “Non lo so Henry", risponde Reuther, "E tu, come farai a fargli comprare le tue auto?


Crescita, crescita, crescita. Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Italia, tutti la cercano, tutti la vogliono. Ma di cosa parliamo? Guardando alle “new towns” cinesi, forse preferiremmo uno sviluppo sostenibile; non pochi favoleggiano di decrescita felice. Molti si accontenterebbero, nel “day after” seguito alla grande crisi degli ultimi anni, di trovare un posto di lavoro qualsiasi. I mercati finanziari da sempre preferiscono la via di mezzo, una crescita “non troppo calda né troppo fredda”: la botte piena e la moglie ubriaca. Crescita come tormentone politico: ad esempio negli Stati Uniti dove, tutto considerato, le cose non vanno poi così male. Crescita come incubo dell’impossibilità: vedi l’Italia, dove i “lacci e lacciuoli” di Guido Carli si sono trasformati in un inestricabile groviglio di catene; che qualcuno vorrebbe spezzare con la “crescita per decreto”, velleitaria scorciatoia per il fallimento.  Crescita evanescente, malgrado l’uso smodato della leva monetaria. In assenza della quale - ma la Bundesbank smentisce - si starebbe ancora peggio. Oppure  drogata dal debito, per chi se lo può ancora permettere.  Ma non è finita: crescita di chi e per chi? Non certo per tutti, almeno nei paesi avanzati. Vince il capitale, non il lavoro. Il talento, di qualsiasi natura, non la “mediocrità” del ceto medio. E l’innovazione tecnologica tende a spiazzare sempre più anche chi ha studiato. Il tema è di quelli da sempre preferiti dagli economisti, da Ricardo, a Marx, a Keynes a Schumpeter. Su un punto, a parole,  sono tutti d’accordo: alla lunga, la crescita delle collettività dipende dall’aumento della produttività, determinata, in larga misura, dall’ innovazione tecnologica. Come stiamo su questo fronte? C’è, tra le legioni dei pessimisti, chi vede un rallentamento secolare dello sviluppo determinato da rendimenti marginali decrescenti del processo innovativo. Altri, al contrario, evocano la  “terza rivoluzione industriale”, l’ “internet delle cose”, un incredibile cambio di paradigma nelle modalità della manifattura. L’ennesimo esempio di distruzione creativa che cambia tutte le regole del gioco: dalla delocalizzazione al suo contrario; dalla standardizzazione alla produzione locale personalizzata, con distribuzione globale. Un cambio di pelle della globalizzazione? Forse. Certamente un’opportunità da non perdere per quello che è ancora il sesto paese manifatturiero a livello mondiale. Malgrado tutto, ciò di cui l’Occidente ha bisogno è che la produttività torni a migliorare con modalità che permettano una ripresa dell’occupazione e una distribuzione del reddito meno ineguale.  Con la speranza che la rilocalizzazione possa contribuire a interrompere il declino del ceto medio.


LE GRANDI ONDATE DELLO SVILUPPO
Gli storici economici fanno riferimento a tre  grandi movimenti di trasformazione economica e sociale. Il primo, iniziato in Gran Bretagna nel tardo 18esimo secolo, segnato dalla scoperta e valorizzazione della forza vapore, dalla meccanizzazione dell’industria tessile e dallo sviluppo delle ferrovie. Il secondo, che si è sviluppato tra il 1870 e i primi anni del ‘900, con conseguenze fino agli anni ’50 del secolo scorso, caratterizzato dalle grandi scoperte dell’epoca moderna che hanno reso possibile uno storico aumento del benessere e dell’aspettativa di vita. La terza ondata di innovazione è  iniziata alla fine anni ’60 ed è ancora in corso. Ha quindi caratteristiche e modalità evolutive  ancora oggetto di discussione. Un percorso ben noto, iniziato con  i semiconduttori e il personal computer e proseguito dagli anni ’90  con la digitalizzazione e il world wide web. Il passaggio dall’analogico al digitale, in una prima fase, ha coinvolto e rivoluzionato prevalentemente l’industria della conoscenza e dell’immagine. Ora potrebbe essere il turno della digitalizzazione della manifattura.


INNOVAZIONE E GLOBALIZZAZIONE: CONVERGENZA
Globalizzazione economico-finanziaria e innovazione tecnologica sono andate a braccetto nella nostra epoca. Anche durante la seconda rivoluzione industriale il commercio internazionale si era sviluppato in modo esplosivo; fenomeno interrotto dalla prima guerra mondiale e dalla successiva grande depressione.

Figura 1: Stima PIL  nel 2050- Fonte Goldman Sachs


Mentre  in passato, però,  la globalizzazione aveva assunto tratti prevalentemente predatori, portando ben pochi vantaggi al mondo non sviluppato,  negli ultimi decenni  il  testimone della crescita è passato  nelle mani dei paesi emergenti e, in particolare della Cina. Una convergenza accelerata che, con disinvoltura forse eccessiva,  si proietta anche nel futuro (vedi Fig. 1). Tra il 1990 e il 2010 almeno un miliardo di persone è uscita dalla soglia dell’estrema povertà (quella  di 1,25 USD al giorno), di cui l’80% circa di nazionalità cinese (cfr. The world’s next great leap forward: Towards the end of poverty | The Economist). Uno degli elementi determinanti dell’accelerata convergenza si riscontra nelle  peculiari caratteristiche assunte da un processo innovativo basato sulla “disponibilità” delle nuove tecnologie e la rapidità di diffusione delle stesse. Mai in passato i benefici effetti dell’innovazione tecnologica avevano fertilizzato con tale intensità i paesi del terzo mondo.


IL DILEMMA DEI PAESI AVANZATI: LA DIVERGENZA
Per l’Occidente è stata la  rivoluzione industriale a cavallo del Novecento ad alimentare, superate le guerre mondiali, una radicale discontinuità in termini  di accrescimento del benessere collettivo.

Figura 2: Profitti e salari (%PIL) –Econ. Avanzate - Fonte Gavyn Davies

Viceversa, l’ultima ondata di globalizzazione e innovazione ha contribuito a ridurre la povertà a livello globale ma si è accompagnata ad un impoverimento relativo, e a volte assoluto, del ceto medio, progressivamente “disintermediato” dalle crescenti schiere di nuovi lavoratori a basso salario che si affacciavano per la prima volta sui mercati globalizzati e dall’intensificazione del processo innovativo “labour saving”.  Non solo. La generazione dei baby boomers è stata spiazzata dal rapidissimo evolvere della civiltà della conoscenza e dell’immagine, che ha premiato a dismisura  i vincitori, siano essi i talentuosi innovatori delle varie Silicon Valley o le voraci schiere di managers e azionisti delle multinazionali,  che si configurano sempre più come il nuovo vero potere oligopolistico sovranazionale (1). Divergenza, quindi, e progressiva. Di due tipi: nella distribuzione del reddito tra capitale e lavoro; nell’ambito stesso dei prestatori d’opera, tra i quali l’aumento della diseguaglianza tra chi ha talento e/o potere decisionale e chi può essere sostituito da un robot o cancellato dalle chiusure di attività aumenta esponenzialmente. Possiamo immaginarci un’evoluzione del progresso tecnologico meno asimmetrico in termini di distribuzione dei redditi? Domanda fondamentale, con risposta aperta. E’ ormai condiviso che l’aumento della disuguaglianza nei paesi avanzati è uno dei fattori che determinano una carenza strutturale di domanda in Occidente, compensata, non senza generare squilibri, dall’aumento dei consumi nei paesi emergenti.


CRESCITA AL CAPOLINEA?
Robotica, intelligenza artificiale, manifattura additiva, nanotecnologie, genomica, biologia sintetica e così via.  Tecnologie note da tempo che progrediscono sottotraccia, sommerse nell’immaginario collettivo dall’icona degli smartphone, dei tablet, dei social network, del villaggio globale.

Figura 3: tassi di crescita stimati della produttività 1300- 2100 - R. Gordon

 

C’è chi pensa che il contributo al progresso dell’ultima generazione sia tutto qui, nell’esplosione della capacità di calcolo, della connessione, nella valorizzazione del “virtuale” (2).  L’economista  Robert Gordon (cfr. Is US economic growth over?, www.voxeu.org, 11/9/2012), assieme ad altri (3) sostiene che le ultime ondate di innovazione tecnologica non sarebbero paragonabili, in termini di trasformazione sociale, a quelle della prima e seconda rivoluzione industriale e che  il rapido progresso dell’umanità negli ultimi 250 anni potrebbe rimanere un episodio unico nella storia (vedi Fig. 3). Anche perché forze secolari sarebbero al lavoro per frenare l’aumento della produttività. In ordine sparso:  l’esaurimento del “dividendo demografico”, lo stallo del  tasso d’occupazione, a lungo cresciuto per l’entrata delle donne nella forza lavoro,  la crescente divergenza tra le competenze necessarie alle imprese più innovative e quelle prodotte dal sistema educativo. Insomma, secondo i pessimisti l’effetto positivo dell’intensificazione tecnologica nei paesi sviluppati sembrerebbe appannarsi.  A partire dagli Stati Uniti, il paese che, indiscutibilmente, rimane alla frontiera della produttività globale e che evidenzia dal 2004 un calo del tasso di crescita del prodotto pro capite (vedi Fig. 4). Sostenere però che tale tendenza sarebbe legata ad una riduzione del tasso d’innovazione e dei suoi effetti moltiplicativi in termini di efficienza produttiva (e non prevalentemente ad altri fattori ben noti, come la crisi finanziaria degli ultimi anni) sembra azzardato e prematuro (4).

Figura 4:  Crescita della produttività Usa - R. Gordon

Analisi più approfondite (cfr. Is The information technology revolution over?_ Federal Reserve Board_Washington DC) mettono in discussione questa tesi. Per tre motivi almeno: in primo luogo la stessa disponibilità di una enorme massa di dati da analizzare rappresenta una potenziale miniera d’oro. Inoltre da sempre il tempo necessario dalla scoperta all’utilizzo economico esplosivo di nuove tecnologie (il game changer della produttività) non è prevedibile e può durare anche decenni. Per alcune di esse potremmo essere in vista delle “killer app” che le valorizzerebbero. Infine perché sarebbe alle porte la possibilità di integrare in modo pervasivo tecnologia dell’informazione e manifattura, quella che molti considerano la vera “terza rivoluzione industriale”.


BIG DATA
L’analisi e la valorizzazione delle informazioni attraverso l’utilizzo di database proprietari e “aperti” sempre più giganteschi (in inglese Big Data) è considerata da molti il “quarto fattore di produzione” (cfr. Why ‘Big Data’ is the fourth factor of production - FT.com) per la possibilità di chi saprà utilizzarlo di assicurarsi considerevoli vantaggi competitivi. Si stima che nel solo 2012 siano state generati 2.5  zettabytes di dati, l’equivalente delle informazioni  immagazzinabili da 625 milioni di DVD (cfr. Prediction markets: value among the crowd - FT.com) malgrado  più del 95% delle informazioni catturabili nei processi industriali e commerciali siano ancora ignorate. I programmi di gestione delle informazioni saranno in grado di analizzare e proporre scelte tra opzioni alternative, fornire le corrette indicazioni  ad altre macchine, società o persone per permettere loro di assumere decisioni razionali. Utilizzando solo le poche informazioni rilevanti e scartando tutte le altre. Già oggi molte applicazioni sono note, soprattutto nel settore dei servizi di consumo e della finanza: dalla gestione dei prezzi dei biglietti aerei, dei treni, delle camere d’albergo, a quella degli accessi e delle richieste di esami negli ospedali, alle operazioni sui mercati finanziari. I nuovi modelli in sviluppo per il trattamento strutturato delle informazioni  diventeranno fondamentali anche per l’abilitazione delle possibilità trasformative del settore manifatturiero. Certo, saranno necessarie infrastrutture più complesse che richiederanno capacità specialistiche di eccellenza ben superiori a quelle  della maggior parte delle imprese attuali.


LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Cisco Systems, produttore di router e altri apparati per la gestione delle reti,  prevede che tra pochi anni ci saranno più di 50 miliardi di connessioni alla rete. Non solo di persone, anche di cose. Si parla di terza rivoluzione industriale, la digitalizzazione della manifattura. E’ la nuova generazione di internet, chiamata anche  “internet delle cose”, perfino “internet di tutto”. Mentre la “consumer internet” connette  persone attraverso reti fisse o mobili, network di comunicazione satellitari, GSM e WiFi, la “rete delle cose” collega apparecchiature - comunicazione intelligente “macchina-macchina” (M2M) - attraverso “moduli” con sensori che permettono la trasmissione, l’accumulo, la gestione e la condivisione  di informazioni (cfr. “Industrial Internet: pushing the boundaries of minds and machines” – Marco Annunziata e Peter Evans). Dati trasmessi e ricevuti. Un nuovo network  che lega assieme macchine intelligenti, che imparano dall’esperienza, comunità sociali, organizzazioni, individui. Un mix impensabile di software analitico intelligente e capacità umana. Gli uffici studi della  General Electric stimano che l’internet delle cose potrà ridurre gli sprechi  di centinaia di miliardi di dollari all’interno di settori industriali come quelli dei trasporti, dell’energia, della sanità. Sarà possibile creare nuovi modelli di business, migliorare i processi, ridurre costi e rischi. Ma anche  per  imprese e grandi organizzazioni controllare il comportamento dei clienti, i loro stili di vita con il fine – si ipotizza virtuoso (?) – di “aiutarli” a raggiungere i propri obiettivi. Come sempre, all’inizio, i costi sono molto alti; con il passare del tempo si riducono esponenzialmente e le nuove applicazioni diventano sempre più economiche e pervasive. La connettività mobile faciliterà la condivisione delle informazioni e renderà l’ottimizzazione decentralizzata più facile. Già oggi, con il “cloud computing” è possibile raccogliere ed analizzare enormi quantità di informazioni a costi sempre inferiori.


DIROMPENTI TECNOLOGIE  ALL’ARREMBAGGIO
I robot che si usano oggi non sono quelli dei primi film di fantascienza ma complesse macchine controllate a distanza dal software. Possono sostituire i chirurghi in sala operatoria, guidare jet da combattimento, combattere al posto dei militari e in prospettiva sostituire l’uomo in quasi qualsiasi attività manuale. Inquietante, vero? Sono già nate dozzine di start up che vendono kit per lo sviluppo di robot a studenti universitari e comunità “open source”. Poi c’è l’intelligenza artificiale (AI), software che permette ai computers di “essere intelligenti” e di abilitare le tecnologie più svariate. Se ne parla dagli anni 80 ma oggi IBM, Apple e tanti altri stanno sviluppando applicazioni di grande visibilità. Google progetta con la AI l’automobile che si guida da sola.  Le tecnologie dell’intelligenza artificiale stanno penetrando nella manifattura e ci potranno permettere di disegnare a casa prodotti a nostro piacimento, con l’aiuto di assistenti virtuali, per poi produrli direttamente. Come? “Stampandoli” in cantina o in fabbriche dedicate,  usando una nuova tecnologia, relativamente giovane, la “manifattura additiva”, basata sulla stampante laser tridimensionale. La stampante 3D è un apparecchio in grado di produrre oggetti fisici a partire da un file digitale, depositando strati di materiale in progressione. Rispetto all’attuale processo produttivo, basato sulle economie di scala, la manifattura additiva permette di ideare e produrre pezzi singoli o su piccola scala con oneri di produzione standard per qualsiasi oggetto prodotto. Il costo di set up della macchina è lo stesso a prescindere dal tipo di prodotto “stampato”, con l’unico limite dettato dalle dimensioni della stampante. Nel prossimo decennio diventerà più chiaro come queste tecnologie saranno usate per far aumentare produttività e crescita. Ci saranno sorprese e nuove sfide da affrontare. O vecchi problemi da affrontare  con modalità innovative. (cfr. Vivek Wadhwa _ The end of chinese manufacturing and rebirth of us industry).


“INSOURCING BOOM”: IL NUOVO RINASCIMENTO AMERICANO?
General Electric, Dow Chemicals, Caterpillar, Ford, Whirlpool, Otis. Cosa hanno in comune queste multinazionali a stelle e strisce? Tutte stanno riportando alcune attività manifatturiere a casa. Google ha annunciato di recente che il suo prossimo  Nexus Q streaming media player  sarà “made in USA” e anche Apple segue a ruota. Jeffrey Immelt CEO della General Electric ha affermato che l’outsourcing sta “velocemente diventando obsoleto come  modello di business  per i prodotti della GE” e che la  delocalizzazione è passata di moda. (cfr. The Insourcing Boom –  Charles Fishman, The Atlantic). Anche il  Boston Consulting Group e altri hanno cominciato ad evocare l’avvento di un nuovo “rinascimento della manifattura americana”. Certo, le grandi case della  consulenza aziendale sovranazionale, le “zecche” delle multinazionali, devono pure sbarcare il lunario. Dopo vent’anni di promozione della delocalizzazione ora diventa di moda la rilocalizzazione (”onshoring”). Fenomeno da non sottovalutare, giustificato sia da valide ragioni di carattere macroeconomico sia dai più recenti sviluppi dei processi tecnologici.
Di che parliamo? In primo luogo di una più approfondita valutazione dei costi. A partire da quelli dell’energia. Dagli anni ’90 il prezzo  petrolio è triplicato e con esso i costi del  trasporto via cargo mentre il boom dello shale gas - che oggi  negli Stati Uniti costa un quarto rispetto all’Asia - ha ridotto i costi energetici “onshore”. D’altra parte si restringono i differenziali del costo del lavoro: mentre in Cina cresce del 18% all’anno, negli Stati Uniti diventa una frazione sempre più modesta del prezzo finale. Le imprese riportano a casa perché  l’automazione, la robotica, e l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie rendono competitivo il “back home” rispetto all’utilizzo di lavoro a basso costo altrove. In fin dei conti, una volta che li sai usare, i robot sono molto meno costosi non solo degli operai americani, ma anche di quelli cinesi.
Ma al di là delle questioni economiche quello che sta cambiando è il quadro culturale e l’approccio del paese verso la manifattura.  Ci si è resi conto che delocalizzare o utilizzare l’outsourcing comporta una perdita di conoscenza dei processi produttivi e di competenze alla lunga irrecuperabile. La manifattura non è più considerata una “scatola nera". Il livello di flessibilità nelle relazioni sindacali è cruciale: i lavoratori sempre più frequentemente scambiano la rinuncia a un vocale ma velleitario potere d’interdizione con  migliori condizioni di lavoro e partecipazione alle decisioni. L’uso più diffuso di componenti ad alta tecnologia nella produzione finisce per valorizzare le sinergie tra ingegneri, uomini del marketing e lavoratori.  Le  fabbriche  tornano a trasformarsi  in laboratori integrati, flessibili, spesso più vicini ai mercati di sbocco finali, con minori costi di trasporto  Inoltre l’accentramento delle operazioni permette un più attento controllo della riservatezza e della difesa del vantaggio competitivo di idee e brevetti.


I MAKERS
E’ in definitiva verosimile che la digitalizzazione della manifattura avrà un effetto di distruzione creativa sui modi di produzione conosciuti fino ad oggi. Ciò detto siamo però di fronte a due letture diverse del futuro, non necessariamente alternative. Da una parte c’è chi vede nei prospettici sviluppi della tecnologia un ulteriore rafforzamento del potere monopolistico delle multinazionali e di controllo da parte dei governi. Un mondo che si avvicinerebbe a quello del “grande fratello” di Orwell.  Con un’ulteriore devalorizzazione del lavoro che, per le visioni più radicali, avvicinerebbe una volta di più troppo spesso evocata “fine del lavoro” (5). Dall’altra si sostiene che molte delle innovazioni attese potranno dare  un maggior potere di mercato alla piccola-media impresa e agli imprenditori individuali, valorizzando quello che potrebbe essere definito un moderno artigianato digitale. Si evoca la “democratizzazione della manifattura” che seguirebbe un analogo processo già avvenuto negli ultimi anni nel settore dei  media. Si parla di  “social manufacturing”, di movimento dei “makers” (6).   In effetti tutte le prospettive rimangono aperte. Se i prodotti fisici possono nascere da informazioni digitali,  possono essere trattati come tali: creati da chiunque, condivisi globalmente on line, ricombinati e rifatti, distribuiti gratuitamente o se si preferisce tenuti segreti. Le informazioni digitali possono essere convertite in oggetti materiali da chiunque e dovunque: con una stampante 3D da 8mila dollari nel box sotto casa o nella server farm all’angolo che potrà produrre in outsourcing pezzi singoli su richiesta; ma anche, come già avviene da tempo, nei grandi impianti manifatturieri, dove i progetti digitali sono  convertiti in oggetti materiali da robot di produzione come le macchine a controllo numerico e le macchine “pick and place” che fabbricano circuiti stampati.
Ciò detto lo spazio “tecnico” per una prospettica rinascita dell’artigianato digitale esiste.  La  rimozione dei colli di bottiglia del sistema distributivo permette oggi ai grandi distributori online e ad un sempre crescente numero di retailers iperspecializzati di tenere in catalogo un’infinità di prodotti di nicchia che sarebbe stato antieconomico produrre  e distribuire fisicamente senza disporre di un mercato globale.  Di fatto il web permette di aggregare una domanda latente di prodotti altamente personalizzati mettendo a disposizione una “vetrina” globale o specializzata accessibile a tutti. D’altra parte la manifattura additiva abilita l’offerta rendendo possibile non solo la prototipazione, processo già largamente utilizzato,  ma anche la produzione economica e flessibile  su piccola scala  di oggetti “unici” che non avrebbero mai potuto superare il test della distribuzione tradizionale. Si tratta di un cambio di paradigma che aprirebbe enormi spazi con il passaggio dalla totale standardizzazione alla possibilità di offrire la massima personalizzazione. L’architetto italiano Mario Carpo, nel suo libro “The Alphabet and the Algorithm”  descrive con estrema efficacia il concetto: “…la variabilità è il segno distintivo di tutte le cose fatte a mano…oggi, in misura molto superiore a quella che si poteva concepire all’epoca delle tecnologie manuali…lo stesso processo di differenziazione si può prestabilire, programmare e in qualche modo anche progettare. Oggi la variabilità può entrare a far parte di una catena automatizzata di progettazione e  produzione. La variabilità, ostacolo in un ambiente meccanico tradizionale,  si è trasformata in un asset  nell’ambiente digitale”.


SPERANZE E ILLUSIONI
Sembra probabile che in Occidente la crescita  nei prossimi anni possa rimanere su livelli inferiori rispetto a quelli prevalenti precedentemente alla grande recessione degli ultimi anni. Ciò non significa che il contributo derivante dai processi di innovazione tecnologica all’aumento della produttività necessariamente si debba ridurre (7). Sembra piuttosto più verosimile il contrario e che il settore manifatturiero, oggetto di profonde trasformazioni, rimanga il motore dello sviluppo. Negli Stati Uniti vediamo anche i primi segnali di un aumento del contributo del settore al Pil nazionale, dopo decenni di ininterrotta caduta (vedi Fig. 5). In termini di occupazione, pur avendo aggiunto 600mila occupati dal minimo della crisi nel gennaio 2010, i segnali di ripresa occupazionale nella manifattura sono molto meno ovvi. Basti considerare che nel primo decennio del nuovo millennio il settore aveva perso sei milioni di posti.

Figura 5: quota manifatturiera del Pil Usa


La manifattura intesa in senso lato include ovviamente settori dalle caratteristiche molto diverse, colpiti con dissimili modalità dagli effetti della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica. Per alcuni di questi, a minor valore aggiunto, maggior standardizzazione produttiva e “labour intensive”, il destino almeno in termini occupazionali sembra comunque segnato. Peraltro queste sono le attività produttive che anche la Cina sta delocalizzando verso paesi più arretrati. Per altri comparti, viceversa, il futuro potrebbe essere più favorevole. Le prospettive derivanti dall’ “industrial internet” e dagli effetti della grande convergenza in atto permetteranno probabilmente alle multinazionali di aumentare ulteriormente il loro potere monopolistico e di influenza globale. Mantenendo inalterati  i processi di sostituzione capitale-lavoro. D’altra parte, però, alcuni fenomeni in embrione, come la manifattura additiva e la trasformazione in corso dei canali e delle modalità distributive potrebbero permettere una rivalutazione della piccola media impresa e della produzione locale a distribuzione globale. Fenomeni da valutare con estrema attenzione soprattutto in paesi, come l’Italia, nei quali il tessuto manifatturiero è basato prevalentemente su imprese di minori dimensioni. Italia che, malgrado tutto, ancora nel 2010 manteneva la sesta posizione mondiale come quota manifatturiera sul prodotto globale. Anche la tendenza alla rilocalizzazione, che potrebbe estendersi ad altri luoghi dell’Occidente, potrà rallentare le tendenze in atto sul mercato del lavoro ma difficilmente  ribaltarle.
In generale il rapporto di causalità tra  crescita della produttività e dell’occupazione è controverso. Ogni ondata di innovazione aumenta la preoccupazione che l’aumento del prodotto si ottenga con sempre meno lavoro. Un incubo nell’attuale contesto di alta disoccupazione. Come nel passato l’innovazione tecnologica renderà obsolete molte professioni, ma ne creerà di nuove e l’effetto complessivo dipende probabilmente dal livello di flessibilità della struttura sociale e dalla capacità del sistema educativo di adeguarsi coerentemente con le nuove tipologie di lavoro necessarie. Saranno forse necessari meno laureati ma certamente molti più lavoratori “STEM”, dotati cioè di competenze multidisciplinari di carattere tecnico-scientifico nei campi della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Su questo fronte alle nostre latitudini c’è molto da lavorare.

 (*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

--------------------

(1) Per Paul Krugman Technology or Monopoly Power? 9 dicembre 2012  uno dei fattori dell’aumento della disuguaglianza potrebbe dipendere dall’aumento del potere monopolistico delle multinazionali.  Sul tema si veda anche Global Wage Report 2012/13  e David Blake _ Money in the wrong places. What Marx got right .
(2) Jean Baudrillard e Umberto Eco hanno etichettato le tecnologie informatiche della nostra epoca come “tecnologie della simulazione”, caratterizzate dalla capacità di produrre imitazioni più realistiche degli originali: la “hyper-realtà”.
(3) Per una visione critica e non convenzionale della gestione dell’innovazione tecnologica da parte di imprese e governo americano si veda Of Flying Cars and the Declining Rate of Profit - The Baffler (June 4). Per Martin Wolf, Is unlimited growth a thing of the past?_ Martin Wolf _FT) l’odierna era dell’informazione è piena di “ sound and fury signifying little”.
(4) C’è anche chi sostiene (cfr. Lynn and Longman- Who broke American job machine?_ Washington Monthly) che  le tendenze monopolistiche presenti, favorendo l’innovazione tramite acquisizioni, invece di valorizzare la crescita autonoma delle società minori più innovative, raffreddi sia la crescita della produttività che quella dell’occupazione.
(5) Di terze rivoluzioni industriali o di terze “grandi ondate”, spesso presunte, come di “fine del lavoro” si discute da tempo. Nel 1972 Ernest Mandel ipotizzava che l’umanità era di fronte a una terza rivoluzione di tipo tecnologico nella quale le nuove tecnologie avrebbero completamente sostituito il lavoro manuale.
(6) Per un’analisi approfondita ed entusiastica del fenomeno dei “makers” si veda Chris Andersen, “Makers, il ritorno dei produttori”, Rizzoli 2013.
(7) Negli Stati Uniti, anche negli ultimi anni il settore tecnologico, che cuba solo il 7% del PIL, ha contribuito per un terzo alla crescita annua della produttività totale del settore non agricolo, inclusa quindi l’industria dei servizi.
(8) Secondo un recente studio (http://www.mckinsey.com/insights/manufacturing/the_future_of_manufacturing)  il settore manifatturiero contribuisce per il 16% al PIL mondiale, per il 14% in termini di occupazione ma per il 70% dell’export, il 77% delle spese di ricerca e sviluppo finanziate da privati e per il 37% della crescita della produttività

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità  del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità  del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo