L’errore di fondo della previdenza complementare: il TFR

di Nicola Zanella - 19/06/2013

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Come indicato anche nella recente relazione per l’anno 2012 pubblicata dalla Covip (Commissione di Vigilanza dei fondi pensione), l’adesione degli italiani alla previdenza complementare appare ancora insoddisfacente, nonostante le riforme che nel corso degli ultimi venti anni sono state messe in atto dal legislatore «per spingere» gli italiani a (pre)occuparsi con un largo anticipo della loro vecchiaia, essendo diventanti sempre più i soli responsabili del loro futuro finanziario.
La stessa Covip si esprime in questi termini: «il sistema della previdenza complementare ha continuato a mantenersi su un sentiero di crescita moderata, rimanendo comunque al di sotto del potenziale di sviluppo ipotizzato al momento della sua istituzione e a seguito dell’approvazione del Decreto lgs. 252/2005».
E continua osservando che: «A oggi i lavoratori iscritti a forme di previdenza complementare sono circa 5,8 milioni, un quarto del totale degli occupati. La percentuale si riduce a un quinto se si considerano i soli lavoratori che nel corso del 2012 hanno effettuato versamenti contributivi». È corretto pertanto notare che circa 1,2 milioni di lavoratori hanno interrotto il versamento dei contributi nel corso del 2012.
È vero che dal 2006 al 2012 le adesioni alla previdenza complementare sono passate da 3,1 a 5,8 milioni, l’84 per cento in più, ma oltre la metà dell’incremento (circa 1,4 milioni) si è concentrata alla scadenza del primo semestre del 2007, termine entro il quale doveva essere esercitata l’opzione sul conferimento del Trattamento di fine rapporto (TFR). Da allora, «l’azione correttiva» perseguita dal legislatore, se così la vogliamo definire, è proceduta decisamente al rilento.
Domani 20 giugno sarò all’università di economia di Bologna come ospite ad un workshop organizzato da Mefop dal titolo Il peggior nemico del risparmiatore: le lezioni della finanza comportamentale per le scelte previdenziali, durante il quale verrà presentato l’ultimo quaderno Mefop La previdenza comportamentale, redatto da Barbara Alemanni ed Enrico Cervellati, due degli economisti finanziari italiani più preparati in materia.
In questa pubblicazione si discute, dal punto di vista della psicologia delle decisioni applicata alle scelte finanziarie degli individui, delle varie difficoltà che i normali lavoratori/risparmiatori potrebbero incontrare nelle loro scelte di previdenza complementare. La lista è potenzialmente davvero lunga e va dalla nostra preferenza alle ricompense a più breve termine all’inerzia e procrastinazione che sembrano attanagliarci senza che ce ne accorgiamo. Sono peraltro ipotesi tutte più che condivisibili e credo che «lavorino» in varie forme e con varie forze nel corso della nostra vita finanziaria per scoraggiarci dal prendere scelte che sarebbero invece nel nostro migliore interesse.
La scarsa efficacia del meccanismo di silenzio-assenso introdotto in Italia a partire dal 1° gennaio 2007, che è stato assolutamente residuale (la maggior parte dei lavoratori dipendenti ha scelto deliberatamente di lasciare il proprio TFR in azienda), mi fa sospettare che il problema di questa nostra previdenza complementare stia soprattutto al di fuori di noi risparmiatori, rifacendomi al titolo del workshop di Bologna. Prossimamente discuterò anche del perché questo tipo di meccanismo di silenzio-assenso è stato pensato anche male, tanto da essere difficilmente assimibile ad un cosiddetto automatic enrolment, schema che all'estero sembra invece funzionare.
Credo che l’errore di fondo della riforma previdenziale risieda nella volontà del legislatore a «forzare l’utilizzazione dei futuri flussi del TFR a scopi di previdenza complementare» (Castellino, Fornero, 2000). Questo è stato ed è il vero problema.
Non tutti sanno che l’istituto del TFR nasce nel secolo scorso prima come forma di indennità di licenziamento per poi diventare una forma di indennità di anzianità e solo dal 1982 appunto Trattamento di fine rapporto, assumendo la natura di vera e propria retribuzione differita (6,91% della retribuzione lorda annua che l’azienda accantona).
Da allora inoltre i lavoratori dipendenti con almeno otto anni di attività lavorativa alle spalle possono chiedere un’anticipazione (una sola volta) del TFR, non superiore al 70% del valore maturato, in particolare per spese sanitarie e terapie/interventi ritenuti necessari e straordinari o per l’acquisto/ristrutturazione (per sé e per i propri figli) della prima casa.
È chiaro pertanto che l’intento del legislatore con la riforma del 1982 è stato quello di designare il TFR, oltre che come scorta di denaro immediata in caso di perdita di posto del lavoro e di importo da ricevere al momento del pensionamento e quindi della «naturale» cessazione del rapporto di lavoro, anche come somma utile a superare eventuali vincoli di liquidità nel caso appunto di spese mediche rilevanti o di acquisto della prima casa, assegnandogli a tutti gli effetti una connotazione di cuscinetto di liquidità. Tanto più se si considera che il TFR, per legge, viene rivalutato annualmente ad un tasso fisso, pari all’1,5% più il 75% del tasso di inflazione, non comportando pertanto per il singolo lavoratore alcun rischio finanziario, almeno in termini nominali (sappiamo che il rischio di inflazione, soprattutto quella inattesa dal mercato, non è ben percepito dai risparmiatori).
Il fatto che fin dall’inizio le riforme previdenziali, per vari motivi, abbiano puntato sui lavoratori dipendenti, in particolare privati, ha spinto il legislatore, consapevole dei limitati margini di ulteriore contribuzione da parte dei lavoratori, a far entrare soprattutto il TFR nella nuova previdenza complementare, tanto da diventare la «la base d’appoggio della pensione integrativa» (Cesari, 2007).
È possibile anche che vari interessi di parte all’interno del mondo finanziario abbiano spinto verso una simile soluzione, allettati dal flusso annuo di denaro (miliardi di euro) che il TFR avrebbe potuto assicurare.
È singolare che si sia iniziato proprio con i lavoratori dipendenti quando in futuro saranno i lavoratori autonomi a subìre i tassi di sostituzione più bassi, anche inferiori al 30% dell’ultima retribuzione.
Dovendo pertanto il TFR maturando confluire nella previdenza complementare e date le caratteristiche specifiche di questo istituto (si veda quanto detto in precedenza), il legislatore non ha potuto che «modificare geneticamente» anche i veicoli naturali del risparmio previdenziale di lungo termine, appunto i fondi pensione, prevedendo meccanismi di anticipazioni e riscatti che per taluni lavoratori possono essere considerati più favorevoli addirittura delle soluzioni previste per il TFR.
Simili tutele anche per la previdenza complementare si sono rece necessarie per riuscire a «trasformare» quello che è sempre stato considerato una scorta di risparmio dalla massima liquidità e liquidabilità in possesso del lavoratore in una sorta di risparmio previdenziale, connotazione che fino ai primi anni novanta aveva certamente in forma residuale.
Così facendo si è snaturata la caratteristica principale del risparmio a fini previdenziali, ossia quello di essere a lungo-lunghissimo termine (e non lo dico perché in questo modo sarebbe stato ancora più ovvio proporre soluzioni di investimento aggressive).
Credo che sarebbe stato molto più semplice non far entrare il TFR nella previdenza complementare e iniziando dal target prioritario, gli autonomi, forse tale scelta sarebbe stata la più naturale da perseguire anche con il resto dei lavoratori.
Si sarebbe potuto contestualmente migliorare l’indicizzazione del TFR all’inflazione, essendo oggi solo parziale e rendendolo uno strumento assai efficace in questo particolare contesto macroeconomico di bassi tassi reali  (addirittura negativi), ma incapace molto probabilmente di difendere in modo adeguato il denaro accumulato in regimi di inflazione davvero elevata. 
La sola incentivazione dei contributi a carico dei lavoratori, magari aumentandola ulteriormente per gli autonomi, doveva essere il vero perno della riforma, lasciando il TFR dove stava, ossia in azienda e magari migliorandolo, come ho pocanzi suggerito, facendolo diventare un cuscinetto di risparmio davvero risk-free.
In questo modo, i veicoli finanziari a fini previdenziali avrebbero potuto avere quella necessaria e maggiore rigidità che il legislatore negli anni scorsi non ha mai voluto introdurre: se si tratta di risparmio previdenziale e se si gode con esso di notevoli vantaggi fiscali (attualmente, i contributi sono deducibili dal reddito fino alla cifra di 5.164,57 euro), allora questi risparmi non dovrebbero essere disponibili, anche solo teoricamente, fino al momento in cui si va in pensione. Si sarebbe favorita una disciplina al risparmio di lungo periodo e una pianificazione finanziaria ben diversa da quella possibile oggi.
Il fatto che, come indicato dalla Covip, «il settore dei piani individuali pensionistici di tipo assicurativo o PIP continui a rappresentare il segmento più dinamico della previdenza complementare» e che nel 2012 l’81% degli iscritti versanti ai “nuovi” PIP non ha destinato il TFR (483.247 autonomi e 654.161 dipendenti), mi fa sospettare che esista un effetto TFR, che non è purtroppo quello positivo in termini di nuovi iscritti che molti player del mercato finanziario si attendevano a partire dal 1° gennaio 2007.
L’effetto TFR, ossia il dover partecipare ad una forma pensionistica complementare anche con il TFR maturando e in modo definitivo, ha probabilmente allontanato i lavoratori dipendenti dalla previdenza integrativa più di ogni altra distorsione comportamentale.
Rifacendomi alla finanza comportamentale, l’operazione improbabile delle varie riforme realizzate, è stata quella di voler trasformare il conto mentale TFR (risparmio soprattutto precauzionale con zero rischio finanziario) nel conto mentale FONDO PENSIONE (risparmio soprattutto previdenziale con rischio finanziario).
Sapendo quanto i risparmiatori, soprattutto italiani, amino la liquidità e la liquidabilità e quanto poco apprezzino gli strumenti finanziari in particolare se quotati, si capisce come l’operazione previdenza complementare non potesse che essere difficoltosa da realizzare.

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