Cosa cambia per le Borse con il trading automatizzato

di Marco Liera (*) - 12/05/2013

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La percezione prevalente di grave recessione economica alimenta i dubbi dei risparmiatori sulla solidità del rialzo delle quotazioni delle Borse. Questa discrepanza, inspiegabile ai più, amplia i dubbi sulla opportunità di investire su mercati dominati da operatori che si disinteressano della qualità delle aziende sottostanti i titoli e dell’andamento dell’economia.
Come ha scritto più volte Walter Riolfi sul Sole-24 Ore, i mercati azionari sono da tempo guidati dalla enorme liquidità delle banche centrali. In particolare, il continuo ribasso dello yen indotto dalla politica monetaria espansiva della Bank of Japan rende conveniente il carry trade sulla moneta giapponese, che consiste nell’indebitamento a basso costo in valuta debole per comprare attivi in altra moneta potenzialmente più redditizi. Sicchè da qualche mese il cambio yen-dollaro (quindi non le prospettive degli utili aziendali o del PIL) è il principale fattore-guida delle quotazioni di Wall Street che hanno toccato nuovi record storici in settimana.
Ecco perché, nella sua Relazione presentata lunedì, la Consob dedica un riquadro alla crescente importanza dell’High Frequency Trading (HFT) sugli scambi azionari. L’HFT consiste nell’impiego di algoritmi che consentono di acquisire, elaborare e reagire alle informazioni di mercato con una volatilità elevata. Nei principali mercati europei la quota di scambi riconducibili a operatori identificati come HF Traders (HFTr) attualmente oscilla tra il 10 e il 40%. A Wall Street, questa quota aveva raggiunto un picco massimo nel 2009 al 61%, per poi scendere al 51% del 2012.
Vari studi hanno cercato di stabilire se l’ingombrante ruolo degli HFTr abbia un effetto distorsivo sui meccanismi di formazione dei prezzi azionari, ma senza arrivare a conclusioni definitive. E’ ignoto tra l’altro se la loro presenza così rilevante rappresenti una svolta strutturale dei mercati azionari, tale da rendere inutilizzabili per il futuro i profili rischio rendimento storici degli indici borsistici.
Nell’attesa di avere maggiore chiarezza su questi aspetti, e anche di interventi delle autorità di controllo sugli eventuali effetti patologici generati da questi scambi, il risparmiatore che – dopo aver protetto il suo capitale umano e il suo attuale benessere economico – vuole destinare una quota della sua ricchezza agli impieghi azionari dovrà essere ben consapevole di dover fronteggiare rischi ancora sconosciuti. Un esempio è l’eventualità di flash crashes causati da degenerazioni dei sistemi automatizzati come quello di Wall Street del 6 maggio 2010.
D’altra parte, si fa fatica a immaginare che su orizzonti di una decina d’anni e oltre le quotazioni di una azione non siano guidate soprattutto da quanti soldi riuscirà a guadagnare l’azienda sottostante. Nei prossimi anni occorrerà tenere d’occhio l’andamento relativo delle azioni a piccola capitalizzazione (poco o per nulla esposte agli HFTr) rispetto alle blue chips presenti nei principali indici. Solitamente le micro caps denotano una maggiore volatilità delle blue chips per via della loro illiquidità e della maggiore asimmetria nella distribuzione di informazioni. L’avanzata degli HTFr sui mercati potrebbe però spingere a una riscoperta da parte degli investitori long-only – soprattutto se piccoli - del mondo non quotato o “quotato ma illiquido”. A Piazza Affari, negli ultimi quattro anni, la peggiore correzione (-48%) tra un massimo e il successivo minimo assoluto ha riguardato l’indice principale (Ftse Mib), mentre il max drawdown calcolato per le Micro-Cap (che nel periodo è risultato meno volatile, vedi grafico sottostante) è stato un po’ meno drammatico (-39,4%).

 

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 12 maggio 2013

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