L'iniquo attacco globale degli Stati indebitati ai patrimoni privati

di Marco Liera (*) - 05/05/2013

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A metà aprile, un dipendente svizzero della filiale di Ginevra della private bank inglese Coutts (gruppo RBS) è stato fermato dalla polizia di frontiera dell’aeroporto JFK di New York dove era atterrato per un viaggio di piacere negli USA. L’uomo è stato poi caricato su un volo per Miami, dove pare si trovi ancora in soggiorno forzato con un braccialetto elettronico al polso. Ignoti i motivi dell’arresto, anche se ovviamente in molti lo mettono in relazione all’offensiva lanciata dalle autorità americane contro i capitali detenuti clandestinamente da cittadini USA nelle banche svizzere. In particolare, sembra che il banker sia stato fermato nell’ambito di una indagine sull’evasione fiscale di persone con doppia cittadinanza americana e russa. L’aggressività delle autorità americane è diventata tale da costringere varie banche svizzere a vietare a una parte dei propri dipendenti (si stima in totale siano più di 10mila) di soggiornare o transitare per qualsiasi ragione negli Stati Uniti. Che si attribuiscono il diritto di fermare e interrogare qualunque persona possa avere informazioni sui capitali offshore dei propri cittadini. Il 1° gennaio 2014 entrerà pienamente in vigore il FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act), che di fatto trasforma qualunque intermediario finanziario nel mondo in una agenzia di informazioni a servizio del Fisco americano (Internal Revenue Service) in merito ai rapporti detenuti con cittadini USA.
Dopo le liste di clienti di banche offshore “vendute” da dipendenti infedeli alle autorità di vari Paesi europei, come la Germania, la guerra ai capitali nascosti si arricchisce di un nuovo capitolo che va interpretato dal punto di vista degli investitori che prendono grandi o piccole decisioni di finanza personale. Il dato di fondo è che gli Stati occidentali super-indebitati attuano misure sempre meno “convenzionali” nei confronti delle ricchezze private per mantenere la loro stabilità finanziaria. Il confine tra “misure non convenzionali” e “pirateria sovrana” è diventato molto sottile. C’è un filo conduttore che lega l’haircut dello scorso anno sui titoli di Stato greci e il prelievo forzoso sui depositi nelle banche cipriote oltre i 100mila euro con l’offensiva delle autorità americane (e di alcuni Paesi europei) sui capitali offshore. L’altra costante è la profonda asimmetria e iniquità di queste azioni. C’è un’area asiatica che resta molto opaca e che quindi si propone come “ultimate haven” per la protezione dei capitali. La Cina, per esempio, ha già fatto sapere che le sue leggi non consentono l’applicazione delle misure del FATCA alle proprie banche. L’Europa disunita – Italia inclusa - per ora tassa i patrimoni dichiarati ma – tranne UK e Austria, che hanno siglato accordi con la Svizzera – non quelli clandestini (a meno di non provare a scovarli con procedure poco ortodosse come quelle citate in precedenza).
Anche sulle grandi multinazionali (i cui profitti distribuiti al netto delle tasse remunerano decine di milioni di lavoratori tramite i fondi pensione) si registrano pressioni finalizzate alla riduzione delle ampie possibilità di elusione di cui hanno goduto fino a oggi. Ma anche qui si procede a macchia di leopardo. Il Lussemburgo – uno dei Paesi più gettonati come sede legale delle multinazionali - ha annunciato la fine del segreto bancario a partire dal 2015, ma non è chiaro se questo varrà anche per le società estere che vi risiedono. Altri Paesi, all’interno della stessa UE, come l’Olanda, mantengono intatto il loro appeal fiscale.
Gli investitori attenti avranno notato che i mercati da un paio d’anni attribuiscono ai bond di alcune grandi corporations una rischiosità inferiore (accontentandosi di rendimenti più bassi) a quella dei bond di titoli emessi dagli Stati di appartenenza. Ciò è dovuto anche all’abilità di queste grandi imprese non solo di imputare la maggior parte dei profitti su Paesi a bassa tassazione, ma di mantenervi anche l’enorme cassa che si è accumulata. In totale si stima che le sole multinazionali americane possiedano 1.700 miliardi di dollari offshore. Apple è un caso-scuola: nel marzo 2012 ha annunciato di voler distribuire ai propri azionisti 45 miliardi di dollari nel giro di un triennio, tutti provenienti dai depositi negli Stati Uniti, lasciando intatti i 100 miliardi di dollari che detiene offshore. Tutto torna: in uno Stato fortemente indebitato, per ridurre i rischi di prelievi coattivi è meglio avere pochi soldi nelle banche del Paese. O addirittura indebitarsi a propria volta. Per aumentare di 17 miliardi la distribuzione di cash ai soci già annunciata, Apple ha emesso un bond che non solo le costerà molto poco in termini di rendimento per gli investitori (sia pure un po’ sopra lo yield dei T-bonds). Soprattutto, evitando di rimpatriare una somma equivalente dai suoi depositi all’estero, risparmierà 9 miliardi di dollari di tasse. Abilità nella pianificazione fiscale quindi, ma anche una certa tolleranza nei confronti di queste maxi-elusioni delle grandi multinazionali da parte delle autorità USA. Che poi invece mostrano i muscoli alle banche svizzere e ai loro dipendenti. Sarà perché questi non hanno lobbisti agguerriti a Washington?

(*) Pubblicato in estratto sul Sole-24 Ore del 5 maggio 2013

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