Dejà-vu/13: tra crescita e debito l'Italia rischia un danno irreparabile

di Enrico Ascari (*) - 30/04/2013

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22 aprile 2013: Josè Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea: “Le politiche di austerità fiscale in Europa hanno raggiunto il limite del praticabile a causa di una evidente crescente opposizione dei cittadini dei paesi periferici colpiti da una durissima recessione. Le politiche di austerità, che rimangono corrette, si scontrano contro la mancanza di accettazione politica e sociale”.

25 aprile 2013: in marzo il tasso di disoccupazione in Spagna ha toccato il 27,1%, con oltre sei milioni di disoccupati, oltre il 50% di giovani a spasso e due milioni di famiglie su diciassette, senza nessuno stipendio.  In Francia i disoccupati superano i quattro milioni, in Italia negli ultimi dodici mesi più di un milione di persone hanno perso il posto di lavoro.

Austerita’ fiscale al capolinea?

Gli ayatollah del rigore “senza se e senza ma”, dopo aver vinto tante battaglie rischiano di perdere la guerra. Lo scontro si combatte a Bruxelles e nelle principali cancellerie europee, nelle università e sulla stampa. Motivo del contendere: il rapporto tra politica fiscale, livello del debito pubblico e crescita. D’altra parte  la politica è da sempre alla ricerca di teorie economiche usa e getta, che servano utilmente alla superiore missione della ricerca del consenso. Sotto il profilo della dottrina economica, per molti cultori della “triste scienza” di etnia keynesiana, l’utilizzo restrittivo dell’arma fiscale in tempi di recessione post crisi finanziaria è considerato un’azione suicida, la classica medicina che uccide il paziente. I fatti sembrano aver dato loro ragione. I risultati delle politiche di austerità sono sotto gli occhi di tutti: esplosione della disoccupazione, parallela desertificazione industriale e, comunque, mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio pubblico. Sotto il profilo dell’opportunità politica,  l’esito delle elezioni italiane e la crescente preoccupazione sociale in paesi come Francia e Olanda, senza citare quelli mediterranei,  configurano il rischio evidente di un rifiuto, sempre più vocale e populista, di “questa” Europa e delle classi dirigenti che l’hanno difesa. I “policy makers” più accorti stanno prendendo atto  e timidamente avviano una prudente azione di  accerchiamento del bastione tedesco, difeso in prima linea dalla Bundesbank. La quale, come la Germania, ha vinto molte battaglie, ma  sempre perso le guerre[I]. Finirà così anche questa volta, ma sarà necessario aspettare le elezioni tedesche di settembre per vedere, finalmente, un atteggiamento più costruttivo da parte della Germania. I mercati finanziari sembrano averlo anticipato per tempo e da tempo. Buttato alle ortiche il ruolo di cani da guardia della virtù fiscale, tifano apertamente per un’azione concentrica della Banca Centrale Europea e dei Governi del Club Med, ai quali dovrebbe aggiungersi la Francia e qualche altro “traditore” del rigorismo (vedi Olanda). Per ora Hollande è dato per disperso, travolto dai sondaggi, dopo un primo semestre sottotraccia. Sarà aiutato, si spera, dal Governo Letta, ai primi vagiti. Ora più che mai è necessaria una compagine coraggiosa, di “puri e forti”, in grado di far sentire, insieme ai potenziali alleati,  la propria voce in Europa. L’Italia sembra in ginocchio, ma non lo è. L’eredità del governo dei tecnici non è tutta da buttare, come molti frettolosamente vorrebbero fare. Il prezzo pagato è stato altissimo, ma in termini relativi, negli ultimi anni, l’Italia è stato il paese fiscalmente più virtuoso. Si attende, ora, un cambio di passo pro crescita, che riaccenda la fiammella spenta della fiducia.

 

Soglie magiche

Fin dal suo concepimento, simboleggiato dalla firma del trattato di Maastricht nel febbraio del 1992, l’Unione economica e monetaria europea è cresciuta sulle fragili fondamenta di quello che, qualche anno dopo, sarà chiamato il Patto di Stabilità e Crescita. Crescita, per pudore, da mettere tra parentesi. In assenza di una vera unione politica e fiscale la moneta unica si è realizzata imponendo ai partners un galateo fiscale basato su regolette contabili, facilmente aggirabili con banali strumenti di contabilità creativa. Quelle che Romano Prodi, uno dei padri fondatori dell’Euro, ha poi definito “stupide ma utili”[II]. La storia è nota.  Numeri fasulli e magiche quanto improbabili soglie insuperabili hanno ben presto subìto una metamorfosi, trasformandosi nel corso del tempo da “vincoli” di bilancio pubblico in obiettivi feticcio dell’azione di politica economica. Un velleitario lasciapassare, sia pure rozzo e approssimativo, per garantire il benessere economico, nella buona come nella cattiva sorte.

Figura 1: crescita del debito pubblico in Europa

Nel corso dell’ultimo maledetto biennio, nel pieno di un uragano finanziario che ha messo seriamente in discussione la sopravvivenza stessa dell’Euro, BCE, politici e burocrati di Eurolandia si sono impegnati allo spasimo per tenere assieme i cocci. Non tutto il lavoro è da buttare. Anzi. Ma sotto la sferza della politica tedesca e della Bundesbank, le famose quattro regole di Maastricht sono state blindate e arricchite da una pletora di altri indicatori da monitorare. Ma non basta: si sono moltiplicate  bizantine e soffocanti procedure di controllo, rafforzati i procedimenti disciplinari, aumentate le sanzioni in caso di sforamento dei parametri[III] (ricordiamo il “patto di stabilità”, il “Fiscal Compact”, il “Six Pack”, il “Two pack”). Oggi, dopo pochi mesi, l’impalcatura traballa e rischia di crollare. Dei 27 Paesi EU quattro sono in “amministrazione controllata”, cioè già oggetto di salvataggio (Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro), due, Spagna e Slovenia hanno sbilanci “eccessivi”. Infine, altri undici, tra cui Francia e Olanda sono considerati “problematici”. Entrambi i Paesi sforeranno con larghezza il limite del deficit al 3% del PIL (cfr. Eurostat - News Release_Euro indicators- 22 aprile 2013). Morale: la “Troika” (Commissione Europea, Bce e FMI) ha già concesso a Irlanda e Portogallo di prolungare di sette anni il piano di rientro del debito a seguito dei salvataggi. Per la Spagna è ormai certo un rinvio di due anni del raggiungimento degli obiettivi di deficit; per Francia e Olanda sembra ormai aperta la stessa strada.

Debito pubblico e crescita:  il recente dibattito

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sono due economisti diventati famosi per aver scritto nel 2009 un saggio diventato universalmente noto “This time is different: eigth centuries of financial folly” nel quale viene proposta una esaustiva e convincente analisi storica sulle cause e le conseguenze delle crisi finanziarie. In un loro successivo lavoro del 2010, Growth in a Time of Debt[IV], i due autori identificano una evidente correlazione negativa  - da non scambiarsi per causalità - tra livello del debito pubblico e tasso di crescita di un paese. La conclusione più pubblicizzata dello studio rivela che al superamento della “magica soglia” del 90% del rapporto debito – prodotto interno lordo, la crescita dei Paesi osservati, come dato medio, crolla e diventa leggermente negativa. Mentre delle conseguenze non positive di un eccesso di debito si discute dai tempi di Adam Smith, l’identificazione di una sorta di limite, superato il quale il tasso di crescita del reddito crolla, ha destato grande scalpore nei circoli accademici e politici. Questo risultato dell’analisi, e solo questo, è stato strumentalmente enfatizzato dai sostenitori del rigore fiscale; ha fornito una improbabile giustificazione teorica ai cogenti obiettivi di rientro dei debiti pubblici imposti dal Fiscal Compact. Peccato che, come hanno recentemente dimostrato altri tre ricercatori (cfr. Does high public debt consintently stifles economic growth? T Herndon, M. Ash, R. Poliin, 15 aprile 2013), l’evidenza statistica portata a supporto della tesi sia basata su un clamoroso quanto banale errore nell’utilizzo di Excel  e un uso discutibile di alcuni metodologie statistiche.  Morale: la crescita media in presenza di un rapporto  debito/PIL superiore al 90% si eleva  dal -0,1% al +2,2%, cioè su livelli, comunque inferiori, ma non dissimili, da quelli realizzati con un livello di indebitamento pubblico inferiore.  Inoltre, se si restringe l’analisi al  periodo 2000-2009, in media i Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% hanno evidenziato una crescita  comparabile se non maggiore rispetto a quelli considerati più virtuosi. A conferma che, per chi ha potuto farlo, a partire da Stati Uniti e Regno Unito,  è stato corretto espandere le politiche di bilancio durante la crisi, contenendo il collasso della spesa e della ricchezza privata. In questi casi l’aumento di debito e deficit non è certo stato la causa della bassa crescita ma un elemento di stabilizzazione della stessa. Altro destino è stato riservato agli Stati sovrani che, sotto la sferza di mercati “miopi” o succubi di politiche ciecamente rigoristiche hanno forzatamente realizzato politiche restrittive.

Debito pubblico e crescita: caccia al colpevole

La polemica tra keynesiani e fautori dell’austerità non porta, purtroppo, a  conclusioni univoche. I primi, capitanati dall’onnipresente Paul Krugman, sosterrebbero che lo stimolo fiscale è sempre santo e giusto. I secondi (cfr. Reinhart-Rogoff austerity case still stands - Anders Aslund-FT.com) non si peritano di ribadire che anche nei periodi di grave crisi economica il deficit di bilancio va tenuto sotto controllo se si vuole evitare di crollare sotto il peso del debito pubblico.

La realtà è molto più incerta e complessa  di quanto le  fazioni in campo pretendano. Un primo punto da sottolineare è che, pur in assenza di “soglie magiche”, le analisi statistiche confermano che un alto debito pubblico è di norma associato a inferiori tassi di crescita dell’economia. Ciò detto, una correlazione negativa  non equivale a causalità. In parole semplici: è il troppo debito che causa lo spegnimento dello sviluppo o è la bassa crescita economica che favorisce l’aumento del debito? Entrambe le ipotesi hanno un fondamento economico e possibili riscontri nella realtà. Alcuni recenti studi (cfr. http://www.nextnewdeal.net_Deepankar Basu_22 aprile 2013) che hanno messo nel mirino Italia e Giappone, i due Paesi avanzati con maggior debito strutturale e minor crescita, sembrerebbero dimostrare che, almeno per questi paesi, esisterebbe una significativa evidenza statistica a sostegno della tesi che è la l’assenza di sviluppo a favorire l’accumulazione del debito e non il contrario.

Ma la realtà è molto più complessa di quella  evidenziabile anche con le più sofisticate tecniche statistiche.  Sembra più ragionevole sostenere (cfr. How much of Reinhart/Rogoff has survived? | Gavyn Davies) che l’articolata relazione tra debito e crescita non sia stabile nel corso del tempo e per tutti i paesi. Ad esempio in un’economia vicina alla piena occupazione l’utilizzo eccessivo della spesa pubblica in deficit porta di norma ad un aumento dei tassi d’interesse  che “spiazza” l’investimento privato e tende a ridurre i tassi reali di crescita nel lungo termine. Viceversa, se l’utilizzo della capacità produttiva è largamente inferiore al normale, un aumento del deficit pubblico, anche in presenza di debito già elevato, stimola la domanda aggregata senza influenzare i tassi d’interesse e favorisce la crescita, generando maggiori entrate fiscali e una conseguente riduzione del debito. In breve, in presenza di alta disoccupazione, a maggior ragione quando la politica monetaria è inefficace, come certamente è il caso oggi almeno in Europa e in Giappone, la politica corretta da adottare è quella dell’espansione fiscale, non quella dell’austerità.[V]

C’è inoltre un altro fattore da considerare, forse il più importante. Non tutto il debito è negativo per la crescita. Dipende dal come e dal perché  è stato accumulato. In sostanza i continui deficit che hanno alimentato il debito cosa hanno finanziato? Spesa pubblica improduttiva o investimenti? In definitiva vale per il settore pubblico la stessa regola da applicare a famiglie e imprese: il debito ha un costo, ma cosa finanzia? Investimenti produttivi, con un tasso di rendimento implicito o esplicito (anche sociale, nel caso della pubblica amministrazione) superiore al suo costo, o spesa “improduttiva”? Su questo fronte, anche in Europa, sarebbe ovvio, come da molti sostenuto, considerare in modo diverso la spesa in deficit che va a finanziare gli investimenti pubblici, piuttosto che le spese correnti.

C’è infine  un ultimo elemento da valutare. Un debito troppo elevato aumenta la fragilità finanziaria di un Paese. Non c’è, in assoluto, alcun livello di indebitamento pubblico insostenibile. Lo dimostra il caso del Giappone. Tutto dipende dalla volontà dei mercati di rifinanziarlo; fattore che è indissolubilmente legato alla fiducia. Il recente episodio italiano lo dimostra con efficacia. I parametri di finanza pubblica  non sono peggiorati negli ultimi anni prima del 2011, ma ciò non ha impedito, in un quadro di progressiva perdita di credibilità della politica, una drammatica erosione della fiducia internazionale che ha portato ai noti esiti del novembre 2011. Fiducia che oggi, in un quadro interno ancora tutt’altro che rassicurante, ma in presenza della rete di salvataggio della BCE e di una maggiore consapevolezza pro crescita in Europa, è stata quasi integralmente recuperata, malgrado il continuo peggioramento della congiuntura. Rimane però la spiacevole certezza di rimanere perennemente sotto scacco: la dimensione assoluta del debito, considerando la durata media dello stesso, impone nel triennio 2013-2015 un enorme sforzo di rifinanziamento dello stesso, pari mediamente al  28% del PIL , cioè circa 450 miliardi l’anno da richiedere ai mercati.

Crisi finanziarie e debito pubblico

Il vero elemento dirimente per valutare il rapporto tra debito e crescita economica è quindi l’analisi delle motivazioni che sono alla base dell’accumulazione delle passività pubbliche. Gli stessi  professori Reinhart e Rogoff hanno spiegato che la causa dell’esplosione del debito pubblico può essere la conseguenza ultima di una deflagrazione della finanza privata. Lo sviluppo incontrollato del capitalismo finanziario ha spesso generato bolle del debito privato e finanziario che si autoalimentano seguendo la logica tipica dello “schema di Ponzi”. Seguono di norma grandi fallimenti aziendali e di istituti finanziari e una corsa alla riduzione delle esposizioni che porta a profonde e durature recessioni; diventano frequentemente inevitabili diffusi interventi di salvataggio pubblico, l’ampliarsi del ricorso all’utilizzo di ammortizzatori sociali e di sostegno del reddito, seguiti da deboli riprese e  una forte crescita del debito sovrano. Questa è, in tutta evidenza, la peculiare congiuntura degli ultimi anni. In questo caso il legame causale è molto chiaro: la crisi finanziaria determina lo stop alla crescita, la quale a sua volta fa aumentare il debito. E’ chiaro che in un simile quadro storico il mantra iperliberista dell’ “expansionary fiscal adjustment” - la correzione fiscale che aumenta la crescita - una delle “verità rivelate” storiche dello stesso FMI, diventa una barzelletta. Soprattutto se la cintura viene stretta solo aumentando le entrate invece di ridurre le spese.

La storia aiuta

E’ quindi evidente che ogni Paese fa storia a sé. Se  guardiamo ad alcuni casi del passato, il quadro si chiarisce. Ad esempio l’Inghilterra nel 1816 aveva un rapporto tra debito pubblico e prodotto superiore al 200%, causato da più di 130 anni di guerra con la Francia (cfr. Austerity loses an article of faith - Martin Wolf- FT.com). Nel quarantennio successivo l’onere per interessi ha rappresentato in media il 50 per cento della spesa pubblica. Un costo insostenibile, verrebbe da dire. Poi però è arrivata la rivoluzione industriale e nel 1860 il peso del debito era tornato inferiore al 90% del PIL. Il paradosso è che ciò è successo, secondo lo storico economico Angus Maddison, con un tasso di crescita reale medio di solo il 2% e del PIL pro capite dell’1,2% per anno. Certo, i tassi d’interesse dell’epoca erano molto bassi e, soprattutto, il Paese era una potenza coloniale che emetteva la valuta di riserva internazionale. Più di recente, negli anni 50 del secolo scorso, sempre il Regno Unito e gli Stati Uniti, con il ritorno alla crescita economica, hanno dissolto il debito accumulato nel periodo bellico. Viceversa, negli ultimi anni, gli stessi Paesi hanno sperimentato un drastico peggioramento della finanza pubblica causata dall’adozione di opportune politiche espansive realizzate per ridurre gli effetti della epocale crisi della finanza privata. Altri Stati, è il caso soprattutto di  Irlanda e Spagna, con finanze pubbliche in ordine fino al 2008, hanno subito un doppio simultaneo shock: quello della crisi bancaria globale che ha messo a nudo la fragilità di boom immobiliari gonfiati da eccesso di indebitamento finanziato a tassi “tedeschi”, grazie all’Euro. Per altri, come l’Italia, che vive “a pane e cicoria” da un ventennio, cioè non ha tratto alcun beneficio dalla moneta unica in termini di crescita, il caso è ancora diverso.

Il paradosso italiano

Qual è stato il Paese più virtuoso negli ultimi anni? L’Italia del  Governo Monti, l’italiano che i tedeschi ci invidiano. La lettura dell’ultimo “Fiscal Monitor del Fondo Monetario  è istruttiva. Dal 2008 al 2012 lo stock del debito pubblico lordo è aumentato del 42% negli Stati Uniti, del 73% nel Regno Unito, del 32% nel complesso dell’Eurozona. In Italia la corsa si è arrestata “solo” a un 20%, meno che in Germania e in Francia; nel frattempo in Spagna è raddoppiato e in Portogallo lievitato del 72%. Il saldo primario del bilancio pubblico dello scorso anno - quello al netto degli oneri per interessi passivi - “depurato dagli effetti del ciclo economico”[VI] (cfr. fig. 2), è stato il maggiore tra i paesi avanzati. Nel confronto internazionale, per quanto riguarda le “contingent liabilities”, le passività pubbliche potenziali fino al 2030, sanità e pensioni, grazie all’unica vera riforma del Governo Monti, quella pensionistica, l’Italia risulta essere il paese meglio piazzato.

 Figura 2: saldo primario in % del PIL

Su questo fronte, stando alle proiezioni e tenendo sotto controllo la spesa sanitaria, non dovrebbero essere necessari altri interventi restrittivi. Se consideriamo la crescita della spesa pubblica in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, dal 2008 al 2013, l’Italia si classifica bene preceduta solo dalla Svizzera (cfr. fig 3). In breve, nel panorama internazionale, l’Italia è stata, grazie anche alla gestione di Tremonti, il paese che più diligentemente ha applicato le teorie dei fautori dell’austerità. Qui però casca l’asino. Se allarghiamo lo sguardo dagli indicatori di finanza pubblica comparati a livello internazionale allo stato complessivo dell’economia italiana, post manovre di aggiustamento, il risultato è esattamente quello previsto dalla scuola di economisti keynesiani: il rigore fiscale applicato in periodi di depressione economica è controproducente e porta a una spirale mortale di decrescita economica  e maggiore debito pubblico.

Figura 3: tasso di crescita reale della spesa pubblica

L’esperienza italiana degli ultimi due anni  lo dimostra senza ombra di dubbio: l’aumento insopportabile della pressione fiscale si è tradotto in una riduzione molto più che proporzionale della spesa per investimenti e consumi (crollati del 4,8% nel 2012)  e nell’impennata di fallimenti e licenziamenti. Il recentissimo Documento di Economia e Finanza (DEF) lo testimonia. Rispetto agli obiettivi previsti per il 2013 nell’analogo documento dell’aprile dello scorso anno, la previsione del  prodotto interno lordo nominale si è ridotta del 3,3%. Malgrado il forte aumento della pressione fiscale, che arriva al 47% del PIL, il rapporto deficit/PIL obiettivo è passato dal -0,5% al -2,9%; il saldo primario atteso si è ridotto in misura analoga dal 4,9 al 2,4%; il rapporto debito/PIL è lievitato in modo macroscopico dal 121,5% al 130,4%, per il combinato disposto della diminuzione del denominatore e l’aumento del numeratore. In definitiva l’onere complessivo per interessi passivi continua a mangiarsi una quota crescente della spesa pubblica complessiva, togliendo risorse per investimenti e ammortizzatori sociali. Il debito continua a crescere in valore assoluto perché il mitico pareggio di bilancio non si raggiunge nemmeno nel 2018. Aumenta anche in termini relativi rispetto al prodotto, perché continua ad accrescersi la differenza tra il costo medio del debito pubblico, in termini di tasso d’interesse pagato ai creditori, e il tasso di crescita economica. Tanto più il primo eccede il secondo, tanto più il saldo primario (quello al netto dell’onere per interessi) deve essere maggiore per stabilizzare il rapporto tra debito e PIL. Nell’ultimo anno, in Italia, il costo del debito si è stabilizzato e ha iniziato a ridursi solo negli ultimi mesi; purtroppo si è ridotto in maggior misura il tasso di crescita del reddito, allontanando, ancora una volta, la stabilizzazione finanziaria del paese. Rimangono due sole strade: ritornare alla crescita o intervenire sullo stock del debito. Ma la seconda via era più praticabile due anni fa. Oggi, non sembra più percorribile, né  politicamente, né per motivi economici. I contribuenti, colpiti da una grandinata di nuovi adempimenti fiscali, difficilmente potrebbero digerire una patrimoniale o un parziale consolidamento delle scadenze del debito.

Isteresi

Giunti a questo punto, il vero rischio da evitare per l’Italia è quello dell’isteresi: un danno economico permanente che non verrà riparato neppure in caso di piena ripresa. Un’ipotesi che configura la distruzione irreversibile  del tessuto industriale, soprattutto della piccola e media impresa, dell’occupazione, con schiere sempre più numerose di disoccupati cronici che si allontanano dal mondo produttivo e di gettito potenziale.  E’ un rischio reale considerando che l’Italia è in evidente declino da più di un ventennio: il reddito reale disponibile per occupato è inferiore a quello del 1992; il reddito reale pro capite è in calo da sei anni consecutivi e la ricchezza familiare, l’unica metrica che vede ancora primeggiare  il paese nel confronto internazionale,  nell’ultimo biennio si è erosa del 7-8%.

Questi numeri ci fanno tornare al rapporto di causalità tra debito pubblico e crescita nel caso italiano. Peculiare, rispetto ai numerosi esempi citati in precedenza. E’ una storia che ci riporta alla fine degli anni ’60. E’ da allora che il “vincolo esterno”, cioè l’incapacità di crescere mantenendo in equilibrio i fondamentali economici, condiziona la vita della Repubblica Italiana. Fino al 1982 la quadratura del cerchio è stata trovata con l’inflazione e periodiche svalutazioni competitive. Successivamente, a seguito del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, con il quale si rendeva impossibile il finanziamento monetario del deficit pubblico, la crescita del reddito è stata alimentata dall’ingigantirsi del debito pubblico; ma il riequilibrio avveniva ancora, sia pure in modo più saltuario, attraverso la valvola di sfogo del cambio, utilizzata per l’ultima volta nel 1993. Con l’entrata nell’Euro entrambe le strade sono state sbarrate. Inevitabilmente né è seguito il declino del reddito e il progressivo depauperamento del capitale produttivo. L’Italia vive quindi il peggiore dei paradossi. Entrambe  le affermazioni sono vere: l’accumulazione senza limiti del debito pubblico ha ucciso la crescita. E l’assenza di sviluppo contribuisce ad alimentare l’idrovora del debito. Dal circolo vizioso si può uscire solo con un rivoluzionario cambio di atteggiamenti collettivi. Mettendo al centro l’impresa e chi vi lavora. Facile vero?

 (*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.



[I] Dai primi passi del Serpente Monetario Europeo la banca centrale germanica si è sempre opposta all’integrazione monetaria ma alla fine ha perso la partita con l’industria e la politica tedesca, entrambe favorevoli, per diversi ma convergenti ragioni. Continua a stupire l’atteggiamento della Bundesbank: lo scorso 25 aprile il quotidiano tedesco Handelsblatt ha pubblicato una parere riservato inviato lo scorso 21 dicembre dalla  Bundesbank alla Corte Costituzionale tedesca nel quale si criticano le politiche della BCE e si afferma che “non è compito della Banca Centrale garantire l’irreversibilità dell’Euro”.

[II] Cfr.  Prodi sul patto di Stabilità:"stupido ma utile"- La Repubblica on line - 18 ottobre 2002

[III]Per una quadro sinottico si veda I cinque vincoli europei- Chiara Bussi - Il Sole 24 Ore.

[IV]Lo studio analizza la relazione tra debito pubblico e crescita del PIL di venti economie avanzate nel periodo post bellico.

[V] Si possono immaginare anche situazioni più complesse, basate sulle aspettative. Ad esempio, in presenza di una spesa pubblica fuori controllo, le famiglie potrebbero anticipare un crollo della fiducia e un forte aumento di imposizione fiscale, riducendo immediatamente il loro livello di spesa. In questo caso la crescita del PIL si ridurrebbe prima dell’aumento del debito pubblico e la  causa sarebbe comunque riconducibile ad un eccesso di spesa pubblica, non ad una politica fiscale troppo restrittiva (cfr. How much of Reinhart/Rogoff has survived? | Gavyn Davies).

[VI] Secondo le nuove regole della contabilità europea i vincoli di bilancio vanno normalizzati al netto degli effetti del ciclo economico.

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