Dejà-vu/12: gli impauriti gettano la spugna e per l'oro finiscono i golden days

di Enrico Ascari (*) - 16/04/2013

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Con un capitombolo di 200 dollari in 48 ore l’oro ha subìto il peggior crollo dal 1983. E’ un ulteriore segnale  che inquina le prospettive dei mercati in questi “strani giorni” che hanno visto tanti indici toccare i nuovi massimi. Livelli giustificati dalla marea di liquidità messa in circolo dalle  banche centrali; meno, molto meno, dallo stato di salute delle principali aree economiche  del pianeta.

Difficile capire le cause di questo improvviso ribaltone. Per farlo bisogna arrampicarsi sui vetri. E’ vero, negli  ultimi mesi  si era capito che qualcosa non girava a dovere per i  prezzi del metallo giallo, stranamente mosci. Eppure, le ragioni che ne avevano per anni alimentato la galoppata rialzista sembravano rimanere ancora più che plausibili.

In fin dei conti perché  l’oro è stato comprato negli ultimi lustri, con un progressivo crescente accanimento, tale da moltiplicarne il prezzo per sette? La risposta è apparentemente semplice: perché  è considerato il bene rifugio per eccellenza in un’epoca di esponenziale “debasement monetario” (sempre maggiori quantità di moneta in circolazione) e di tassi d’interesse calanti e infine negativi in termini reali. Il costo opportunità di detenere oro è negativo, così si narrava. Il metallo giallo è uno scudo protettivo contro l’ “inatteso”, sempre dietro l’angolo nell’ecosistema finanziario, ci si illudeva. In definitiva il lingotto - fisico o virtuale -  e il mattone sono da sempre considerati un inespugnabile baluardo contro le forze devastatrici (per i patrimoni) dell’inflazione,  soprattutto se accompagnata da tassi d’interesse reali sotto zero. Questi sono gli insegnamenti degli anni  70, i veri “glory days” del conio più prezioso e ambito. Ma non è la lezione degli anni 2000, periodo che ha visto l’inflazione rimanere stabile e il mito degli immobili “paradiso sicuro” crollare nella polvere. Toccherà all’oro, ora?

Può essere  che gli investitori abbiano semplicemente “gettato la spugna”. Proprio nell’ora in cui anche la Banca del Giappone si è unita alla Fed, innaffiando di denaro fresco le assetate praterie dei mercati,  si inizia a credere - paradossalmente e forse tardivamente - che il genio maligno dell’inflazione rimarrà chiuso nella lampada ancora per molti anni. Un’attesa ancora troppo lunga per la giostra impazzita dei mercati che ormai non guardano oltre il trimestre, a dir tanto. Un’ ipotesi interpretativa che troverebbe conferma nella generalizzata debolezza di petrolio, rame e delle altre materie prime industriali. Alimentata dalla verifica della cronica insufficienza di domanda globale rispetto all’offerta. Confermata ieri, secondo varie interpretazioni, da una crescita cinese  inferiore alle previsioni nel primo trimestre dell’anno; solo il 7,7% (sic!) ma inquinata da esportazioni inferiori al previsto.

Dobbiamo confessare, a scanso d’equivoci,  che tentare di spiegare i recenti movimenti con previsioni di natura “fondamentale” rischia di rimanere esercizio velleitario. Le opinioni opposte, infatti,  non mancano. Prova ne sia che il verdetto “vendere oro!”, che con tempismo sospetto è stato emesso da Goldman Sachs lo scorso venerdì – e che segue analoghe valutazioni di Credit Suisse e SocGen – è stato giustificato dall’aspettativa  che l’economia americana riprenda ben presto smalto. E che la Fed ne prenda immediatamente atto, togliendo il piede dall’acceleratore e lasciando salire i tassi reali.

Insomma, sia le armate dei negazionisti (la crescita non arriverà) che quelle degli assertivi sembrano avere una sola certezza: l’inflazione la testa non rialzerà! E allora anche la bolla aurifera scoppierà! Scenario verosimile, per ora.

In definitiva non rimane che valutare freddamente i casi analoghi delle innumerevoli bolle del passato. Un calo del 25% in pochi mesi abbinato a una “rottura” del 15% in qualche ora, sotto il profilo tecnico, scrivono a caratteri cubitali la parola “fine” alla lunga, ormai decennale, galoppata del metallo giallo. L’esperienza insegna che, di solito, dopo un tracollo così repentino, ci si può aspettare una correzione tecnica anche violenta, in zona 1450-1500 dollari l’oncia. Ma poi potrà segiure la seconda valanga di vendite, che potrebbero spegnersi al raggiungimento di un obiettivo tecnico tra quota 1000 e 1200 dollari per oncia. I “golden days” sembrano veramente giunti al termine.

 (*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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