Dejà-vu/11: la droga della liquidità sui mercati ora arriva a dosi giapponesi

di Enrico Ascari (*) - 14/04/2013

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Cronaca minima

Roma, 26 febbraio 2013. Il risultato delle elezioni italiane è considerato d’impulso,  dalla quasi unanimità dei commentatori, il peggiore tra gli esiti possibili, per l’Italia e per l’Europa. Ma i mercati, superato il primo violento scrollone, reagiscono con signorile compostezza.

Roma 1 marzo. L’Istat certifica il disastro dell’economia italiana nel 2012, con la domanda interna in calo del 4,8% e i consumi reali delle famiglie in contrazione del 4,3%. Seguirà nelle settimane successive un’ondata di piena di nuovi record negativi.

Washington, 1 marzo:  scatta il “sequester”,  i tagli automatici alla spesa pari a 1,2 trilioni di dollari in 10 anni, con un impatto negativo sulla crescita stimato tra lo  0,3 e il 0,6% per anno.  Dopo qualche giorno l’indice Dow Jones supera i precedenti massimi storici.

Pyongyang, 7 marzo: in risposta ad ulteriori sanzioni ONU la Corea del Nord minaccia l’attacco nucleare preventivo e disdetta il patto di non aggressione stipulato con la Corea del Sud.

Berlino: 16 marzo 2013. Il Governo tedesco approva un budget caratterizzato dal massimo rigore fiscale e anticipa di un anno, al 2015, il pareggio di bilancio. Il tasso di disoccupazione è ai minimi dagli anni 80, al 5,2%.

Bruxelles 17 marzo: annunciato il primo piano di “salvataggio” per Cipro che prevede una “patrimoniale secca” (leggi: un esproprio) pari al 9,9% e al 6,9% per i depositi rispettivamente superiori e inferiori ai 100mila euro. La Troika esprime soddisfazione  (sic!).

Londra, 21 marzo: l’indice PMI manifatturiero  segnala una vistosa frenata di Francia e Germania.

Bruxelles 24 marzo: la Commissione europea e la Troika si rimangiano il primo piano di salvataggio e propongono un parziale “bail in” delle due principali banche cipriote.

Amsterdam,  25 marzo: Anche l’Olanda, dopo la Francia,  non sarà in grado di rispettare il reticolo di parametri di austerità previsto dagli accordi europei del 2012.

Francoforte, 4 aprile:  Mario Draghi, in conferenza stampa, ricuce la tela della credibilità europea, strappata dalla gestione della crisi cipriota.

Tokyo, 5 aprile: il Governatore della Banca del Giappone (BOJ) Haruhiko Kuroda raccoglie il testimone da Bernanke e va “all in”, annunciando una radicale manovra di espansione monetaria. Nuovi massimi per i mercati obbligazionari di tutto il mondo.

Roma, 7 aprile: Il dimissionario gabinetto Monti emana finalmente il decreto di sblocco per 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione.

Lisbona, 8 aprile: la corte costituzionale portoghese blocca alcune misure d’austerità proposte dal Governo, relative a tagli ulteriori di salari  e pensioni di dipendenti pubblici. La Commissione Europea sostiene le decisioni dell’esecutivo, considerate incostituzionali.

Washington, 10 aprile: dalla lettura dei verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve (inconclusivi) i mercati traggono nuovi elementi per festeggiare. Nuovi massimi assoluti per gli indici americani.

Roma 18 aprile: inizia la procedura di nomina del nuovo Presidente della Repubblica; l’Italia, a due mesi dalle elezioni è ancora senza un nuovo governo.

Grazie Kuroda!

Grazie Kuroda! Il nuovo Governatore della banca del Giappone ha deciso di andare “all in” annunciando una clamoroso intervento monetario che fa impallidire quanto fatto finora dalla Federal Reserve: comprerà, fino alla fine del 2014,  l’equivalente di circa 80 miliardi di dollari mensili di titoli a lungo termine emessi dal governo più indebitato del pianeta e raddoppierà in 18 mesi la base monetaria del paese. L’obiettivo è quello di costringere l’anziana e prudente stirpe dei samurai a dimenticare l’amata liquidità - che si rivaluta con la deflazione – e sostituirla con attività più rischiose da acquistare a piene mani in borsa e in giro per il mondo. Per i nuovi kamikaze della banca centrale nipponica  l’obiettivo diretto è quello di un’inflazione al 2%, da raggiungere schiacciando verso lo zero assoluto l’intera curva dei tassi; quello indiretto, peraltro già ampiamente raggiunto, è  di stroncare la forza dello yen, rivitalizzando l’export.

“Investitori di tutto il mondo unitevi e speculate”, grottesca parodia dell’abusato messaggio marxiano, è il nuovo slogan dei mercati finanziari internazionali nel momento del simbolico passaggio del testimone dalla Fed – al cui interno si comincia a ragionare sui modi e i tempi di una “exit strategy”- alla Banca del Giappone.

Figura 1: Borsa di Tokyo

A parte l’ovvio rialzo della borsa di Tokyo, destinato a prolungarsi nel tempo, le mosse della BOJ, per la legge delle conseguenze non volute, sembra destinata a dare una grossa mano anche alle finanze pubbliche italiane. Nelle ultime settimane, infatti, sembrano essersi ingrossati, come torrenti in piena, i flussi internazionali verso i mercati obbligazionari europei. Tutti i bond governativi, a partire da quelli italiani, ma senza dimenticare i bonos spagnoli, gli OAT francesi e perfino i bund tedeschi hanno segnato vistosi aumenti di prezzo e cali di rendimento, alimentati da acquisti massicci. Badate bene: per ora non sono i giapponesi che comprano, piuttosto i “velociraptor” delle banche d’affari e degli hedge funds che anticipano l’attesa marea di denaro in arrivo dal Giappone. La Nomura, che di flussi finanziari giapponesi dovrebbe capirci qualcosa, non sembra però tanto eccitata (cfr. Be excited, be, be excited: BoJ edition | FT Alphaville). D’altra parte, con l’aspettativa di uno yen sempre più debole, per le banche d’investimento occidentali indebitarsi nella divisa nipponica per investire a rendimenti maggiori  sembra una scommessa ad alto “pay off”, un gigantesco e novello “yen carry trade”, con l’assicurazione diretta delle autorità monetarie.

Giorni strani

A 40 giorni dalle inconcludenti elezioni italiane, evento che ha preoccupato non poco le cancellerie europee e non solo, i segnali in arrivo dai templi della finanza sono forse contradditori, sicuramente sorprendenti. Roma non è più, dall’epoca degli antichi romani, l’ombelico del mondo. Rimane però la terza economia dell’Eurozona, sensibile barometro di pericolose derive sociali e finanziarie. Mai come negli “strani giorni” delle ultime settimane si è percepita una crescente distanza tra l’ottimismo dei mercati e la dura legge della decrescita (in)felice. Certo, l’aria che respirano gli sfortunati cittadini dei paesi mediterranei non è la stessa che si annusa a New York, Berlino, Pechino o nelle altre capitali asiatiche, aree nella quali le prospettive di crescita rimangono decenti, quando non brillanti e l’ottimismo è merce ancora a buon mercato.

Rimane il fatto, effimero fin che si vuole, che i mercati azionari principali flirtano con i massimi storici in parallelo con i principali indici obbligazionari. I quali peraltro sperimentano un anomalo andamento sincrono che vede andare a  braccetto non solo bund e treasuries, come d’abitudine, ma anche i ben più disprezzati BTP italiani, tornati sui massimi storici, alla faccia dell’instabilità politica. Chi avrebbe potuto prevederlo, solo due mesi fa, con un paese in conclamata crisi economica e istituzionale, guidato da un governo (non) sfiduciato da più di cinque mesi e  dopo elezioni inconcludenti?

Questa è l’ennesima prova provata dell’intrinseca imprevedibilità dei mercati finanziari, dominio di forze globali dall’impatto sempre meno pronosticabile[I]

“Nowcasting": il nuovo sport degli economisti

Nel disperato tentativo di “aggiungere valore” al velleitario e improbabile esercizio della previsione economica (azzeccata), alcuni economisti si stanno specializzando nel “nowcasting”, cioè nella produzione di attendibili informazioni in tempo reale relative alla dinamica corrente dell’attività economica. Attraverso l’utilizzo di sofisticate tecniche econometriche vengono raccolte ed assemblate le informazioni pubblicate da fonti ufficiali o da indagini di mercato con l’obiettivo di migliorare l’efficacia delle valutazioni sull’andamento corrente e sull’immediato futuro del ciclo economico (cfr. anche per il grafico successivo Lucrezia Reichlin e altri). Le indicazioni più recenti confermano che mentre la crescita americana prosegue su ritmi discreti, quella europea e, soprattutto, quella tedesca sta consolidando numeri negativi.

Come saranno i prossimi mesi? Negli ultimi tre anni, invariabilmente, il quadro congiunturale è improvvisamente peggiorato a partire dai mesi primaverili, deludendo le aspettative degli investitori e rafforzando la ormai consolidata prassi operativa del “sell in may and go away”: uno dei fenomeni stagionali che, incredibilmente, si ripetono anno dopo anno (alla faccia della presunta efficienza dei mercati). Anche nel 2013 questo scenario potrebbe realizzarsi.

Figura 2. Crescita  del PIL, var. % trimestrale. Us in rosso, Eurozona in blu, Germania in verde.

 

 

A partire dagli Stati Uniti, dove i tagli di bilancio lineari, previsti dal cosiddetto “sequester” dovrebbero ridurre la crescita tendenziale del 2,5% nei prossimi due trimestri. Il primo effetto dei tagli sui dipendenti pubblici si è visto nei dati di marzo sulla disoccupazione. In Asia e, in particolare in Cina, il quadro sembra migliore, malgrado segnali di continua debolezza della bilancia commerciale dei principali paesi esportatori. Ma il vero problema, come noto, è l’Europa. Non ci soffermiamo sulla situazione italiana, fin troppo conosciuta. Merita ben più attenzione, nelle prossime settimane, la tendenza congiunturale in Germania. E’ nelle lande produttive tedesche che si gioca la partita di una stabilizzazione o di un ulteriore peggioramento del ciclo globale dell’eurozona. La fig. 2 sembra indicare che la diffusa debolezza dell’area Euro sta contagiando la fortezza teutonica, ormai assediata dalle forze nemiche della recessione, peraltro alimentate dalle politiche di castrazione fiscale finora rigidamente pretese dai padroni di Eurolandia. Non va dimenticato che, malgrado la Cina, il 35% dell’export delle imprese tedesche viene fatturato in Europa. Il “contagio” dell’economia tedesca da parte di quelle più deboli, evocato di recente da Olli Rhen Commissario UE per gli affari economici e stizzosamente smentito da Mario Monti (cfr. Monti: «L'Italia non contagia nessuno» - Corriere.it), sembra già nei fatti. Se nei prossimi mesi anche il tasso di disoccupazione tedesco cominciasse a risalire (cfr fig. 3) il contagio economico diventerebbe più evidente, almeno agli investitori che, per ora, non contemplano questa ipotesi tra i loro immaginifici scenari. (cfr. Germany pivotal for soft patch in global activity | Gavyn Davies). Dovremo viceversa aspettare le elezioni politiche tedesche del prossimo autunno prima che la Signora Merkel ne prenda ufficialmente atto e si decida ad allentare la mordacchia del rigore.

Figura 3. Incredibile Germania: il tasso di disoccupazioe è a nuovi minimi.

D’altra parte ormai la Germania è rimasto l’unico paese della Comunità a non essere considerato problematico. Dei 27 paesi EU, quattro sono in “amministrazione controllata”, cioè già oggetto di salvataggio (Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro), due, Spagna e Slovenia hanno sbilanci “eccessivi” e rischiano a breve di essere sanzionati. Infine, altri 11, tra cui Francia e Olanda sono considerati “problematici”. Entrambi i Paesi sforeranno con larghezza il limite del deficit al 3% del PIL. Ma ciò che preoccupa soprattutto in Olanda, terra di rigorosi calvinisti, è lo spaventoso livello del credito al consumo, che supera il 250% del reddito disponibile delle famiglie (in Spagna è al 120%) e una bolla immobiliare che ora si sta sgonfiando, lasciando vistosissime tracce nei bilanci bancari( cfr. EUROPA - PRESS RELEASES La Commissione conclude gli esami approfonditi degli squilibri macroeconomici di 13 Stati membri).

Cipro e dintorni

Ora che la polvere si è depositata è possibile ragionare in modo più equilibrato sull’ennesima brutta figura dei burocrati europei, che non ha mancato di scatenare reazioni estreme[II] e le ormai abusate nefaste previsioni sulla sopravvivenza dell’Euro. La saga del salvataggio di Cipro si presta a diverse letture. Da una parte c’è quella dei catastrofisti[III], dall’altra quella più sobria, che ha trovato un’ottima rappresentazione nell’ultima conferenza stampa all’Eurotower con protagonista, come sempre, Mario Draghi.

Se sorvoliamo sulla prima delirante decisione di tassare i depositi sotto i 100mila euro, soggetti ad assicurazione pubblica, definita dallo stesso Governatore “stupida” (implicitamente ha riconosciuto l’errore di averla quanto meno accettata!), le questioni veramente rilevanti poste dalla risoluzione su Cipro sono le seguenti:

-        Le decisioni assunte sono un modello da utilizzare per eventuali prossime crisi?

-        Il modello di “risoluzione” bancaria adottato, cioè di gestione dell’insolvenza, si avvicina a quello definitivo che verrà utilizzato nell’Unione Europea?

Sulla prima questione, obiettivamente la risposta è tutt’altro che chiara. Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze olandese, dallo scorso 21 gennaio presidente dell’Eurogruppo e  del fondo salva stati EFS, in una intervista al Financial Times ha affermato - voce dal sen sfuggita - che sì, Cipro potrebbe essere un modello per altri salvataggi. Ma è stato successivamente smentito da se stesso e, soprattutto da Mario Draghi[IV]. La sparata dell’ “agronomo olandese” riflette probabilmente opinioni diffuse a nord delle Alpi ma si tratta di posizioni obiettivamente poco credibili e disallineate rispetto alla logica dell’articolata ragnatela di reti di protezione che sta lentamente costruendo la Commissione Europea. Draghi ha ribadito la vitale necessità di definire al più presto l’architettura dell’unione bancaria che poggia sull’implementazione di un unico istituto di supervisione e controllo (Single Supervisory Mechanism - SSM), il migliore strumento per prevenire in futuro crisi bancarie. Su questo fronte la Germania “fa melina” e lo stesso Governatore della BCE ha confessato che, sul punto, vengono espresse diverse opinioni. Butta legna sul fuoco, come al solito,  il ministro delle finanze tedesco Schauble che ha perfino ribadito - in evidente contrasto con le affermazioni di Draghi)  che “i depositi assicurati sotto i 100mila euro sono sicuri solo nella misura in cui gli stati sovrani siano solventi”. Non ci  rimane che sperare, con un po’ di ottimismo,  di evitare altri inciampi (vedi Slovenia) prima che l’unione bancaria venga varata.

Il secondo punto è quello relativo alle modalità di gestione delle insolvenze bancarie. Su questo aspetto  Dijsselbloem ha espresso concetti brutali ma assolutamente ragionevoli. Le banche sono imprese, sia pure particolari. In caso di insolvenza devono pagare anzitutto gli azionisti, in secondo luogo i creditori, a partire da quelli con le minori tutele legali (obbligazionisti subordinati), per arrivare infine ai depositanti. Lo stato eventualmente interviene a tutela dei depositi assicurati.[V] E’ ovvio che di questo principio è stata fatta spesso carta straccia negli ultimi cinque anni di crisi finanziaria sistemica, proprio perché troppe banche e interi sistemi finanziari erano e sono “troppo grandi per essere lasciati fallire”. Il problema si pone sia per i gruppi bancari che hanno un potenziale impatto sistemico, sia per quei paesi nei quali il sistema finanziario è diventato troppo ingombrante rispetto al PIL. In questo senso Cipro non può essere considerato un modello utilizzabile in paesi di altra dimensione e con economie di ben altra taglia, per i quali è stato creato lo strumento di difesa del “salva stati” e gettata la rete di salvataggio della BCE (lo schema delle OMT- Outright Monetary Transactions-)[VI].

BTP e banche: chi ha ragione?

La maggiore sorpresa delle ultime settimane è stata la rottura del diabolico legame tra debito sovrano dei paesi periferici e settore bancario. Il primo, a partire dai titoli del tesoro italiano, ha subìto ben pochi danni dall’aumento del rischio politico in Italia e dalla successiva pasticciata gestione di Cipro. Altra storia per le quotazioni dei titoli bancari, calate ovunque in Europa, ma che in Italia, hanno lasciato sul terreno oltre il 30% rispetto ai livelli di inizio anno. Solo negli ultimi giorni si è avviato un recupero tecnico.

Figura 4. Indice banche IT (blu) BTP 10Y (nera)

 

Perché lo spread e i rendimenti delle obbligazioni del Tesoro sono tornati ai livelli minimi dello scorso novembre malgrado il quadro economico e politico interno sia sicuramente più incerto e deteriorato rispetto a quanto ci si aspettasse allora? Non ci sono risposte totalmente convincenti. Di certo, dall’inizio di marzo, quindi subito dopo l’esito elettorale, mentre il prezzo dei BTP ha puntato verso l’alto, quello dei titoli bancari ha picchiato verso il basso (cfr fig. 4). Fenomeno mai visto negli ultimi anni. Rimane il fatto, comunque, che né lo stallo in Italia, né i pasticci nella gestione della crisi cipriota hanno risvegliato i sacri furori dei “bond vigilantes” che tanti rovine avevano lasciato nel 2011 e  nel primo semestre dell’anno scorso.

Può essere allora che i grandi speculatori della finanza stiano semplicemente volgendo lo sguardo altrove, verso migliori opportunità. Anche perché forse il gioco non vale più la candela. Scommettere in eterno sulla fine dell’euro, evento economicamente e logicamente possibile, per molti perfino ovvio, può diventare terribilmente rischioso quando si ha come avversario una banca centrale credibile.  Forse hanno capito che, malgrado le tremende difficoltà, la rete di salvataggio stesa dalla BCE e dalle Autorità Europee può reggere in attesa dell’arrivo dell’ultimo tassello, quello dell’unione bancaria. C’è anche chi ha ipotizzato (cfr. Italian bond yields: the dog that didn’t bark? | The World) che con un governo impotente, come quello attuale, il rigore fiscale sia in regime di pilota automatico e quindi siano ridotti i rischi di scarrocciamento rispetto alle regole imposte dalla Commissione Europea.  Tesi verosimile,  riflette anche un retro pensiero da noi spesso proposto: agli operatori dei mercati obbligazionari, entro certi limiti, non interessa nulla della crescita di un paese. Conta solo la liquidità nel breve termine, non l’eventuale insolvenza nel lungo periodo. Tesi però estremamente pericolosa, soprattutto se applicata al contesto italiano. Un paese nel quale l’intensificarsi della recessione mette a dura prova tutte le previsioni di stabilità finanziaria, malgrado le ottimistiche ipotesi dell’ultimo DEF (Documento di Economia e Finanza), appena pubblicato dal Governo. Un paese che ha spese aggiuntive extra budget non rinviabili per altri otto miliardi di euro.  

In questo quadro il valore delle azioni bancarie si è ridotto non tanto, come avveniva in passato, per l’intreccio perverso con il rischio sovrano derivante dagli attivi imbottiti di titoli di Stato, quanto piuttosto per il continuo deteriorarsi delle aspettative economiche e il conseguente inesauribile cumularsi delle sofferenze sui crediti. Anche le scelte alla fine adottate per il sistema bancario di Cipro hanno inizialmente contribuito a peggiorare il quadro per gli istituti bancari. Diventa sempre più evidente che le banche in stato di insolvenza vedranno l’azzeramento del capitale di azionisti e, se necessario degli obbligazionisti e dei depositanti non assicurati. Gli istituti con un rapporto tra attivi e depositi troppo alto dovranno ridurre ancora i livello di rischio, o limando i crediti o con ulteriori ricapitalizzazioni, con ulteriore sacrificio degli azionisti.

In definitiva, però, tutto quanto precede non è detto che sia necessariamente negativo. Gli investitori e i depositanti dovranno valutare e selezionare con molta più attenzione rispetto al passato la qualità e la sicurezza delle banche nelle quali vogliono investire o depositare i propri averi. In fin dei conti così dovrebbero funzionare i mercati.

Conclusioni

I mercati finanziari rimangono sotto il dominio della liquidità creata dalle banche centrali. Che sia un  paradiso artificiale è cosa ampiamente nota a tutti gli osservatori. La droga per il momento funziona, perché la finanza è sempre alla disperata ricerca di performances di breve periodo. Il quadro non è dissimile da quello prevalente nello scorso decennio, prima della grande crisi finanziaria. Ora, con l’arrivo della Banca del Giappone tutte le banche centrali, con la parziale eccezione della BCE, stanno pigiando il pedale dell’acceleratore. Nelle ultime settimane, fenomeno ancora più anomalo, obbligazioni e azioni sono salite all’unisono, spinte da un mare di liquidità. E’ una situazione che più si protrae nel tempo più diventa pericolosa. Ma per ora il grande gioco funziona e la giostra continua a girare.

Questo è il principale motivo per cui, nel medio termine, le prospettive dei mercati  azionari  rimangono positive. Nell’immediato c’è però alle viste un  potenziale effetto stagionale negativo che negli ultimi anni ha sempre funzionato. Inoltre i principali mercati azionari (Usa, Germania, UK) sono saliti del 25-30% dallo scorso giugno. Sono elementi di valutazione largamente noti e condivisi sul mercato;  nessuno può quindi escludere che siano già scontati nei prezzi e quindi poco rilevanti. Oppure che, e questa è la nostra ipotesi di base, l’effetto “sell in may” possa essere anticipato già nella seconda metà di aprile.  Rimane il fatto che un raffreddamento dei furori rialzisti è necessario prima o poi. Meglio prima, per evitare guai peggiori più avanti nel tempo. Se tale evento si verificherà, potrà rappresentare  un’occasione per aumentare l’esposizione ai mercati azionari.  Ricordandosi di controllare il quadro congiunturale in Europa e, soprattutto, in Germania. Se dovesse peggiorare ulteriormente, allora, per i mercati europei, saranno dolori.

D’altra parte le alternative sono ancora più opinabili (rimane il materasso…). Infatti i mercati obbligazionari rimangono indiscutibilmente su livelli di estrema sopravvalutazione, a meno di non scontare uno scenario di ulteriore prolungata deflazione che non sembra probabile. Può essere che possano rimanere solidi ancora a lungo, soprattutto se le borse correggeranno nei prossimi mesi, ma rimangono un investimento molto più rischioso di quanto oggi non sia percepito dagli investitori, soprattutto nel comparto a medio lungo termine. Lo scenario per i BTP è ancora più opaco. Ai livelli attuali non scontano esiti infelici sotto il profilo politico-economico. Anche nella migliore delle ipotesi, quella della nomina di un governo stabile (ma dovrebbe essere anche credibile), lo spazio per ulteriori contrazioni dello spread, dagli attuali livelli di 300 punti base, sarebbe ridotto.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.



[I] Eppure qualche bastian contrario, subito dopo le elezioni, aveva fatto sentire la sua voce. Ad esempio Jim O'Neil, presidente di Goldman Sachs Asset Management e inventore dell’acronimo “BRICS”, definiva “entusiasmante” il risultato di M5S, considerato “una sorta di grimaldello capace di scardinare il sistema italiano, mettendo in discussione, soprattutto, il dogma della riduzione del debito alimentato a suon di provvedimenti nel segno dell'austerity”. Non solo. Gettando il cuore oltre l’ostacolo aveva anche affermato che “alle valutazioni attuali, assolute e relative, penso che l’Italia sia un paese migliore in cui investire rispetto a tanti altri. Ancora un po’ di caos, forse altre elezioni in tempi brevi, qualche scossone a Berlino, Bruxelles e Francoforte, oltre che a Roma, potrebbero essere necessari per mostrare il valore reale ma penso che ci arriveremo.” Anche l’autorevole Mark Gilbert, professore di storia e studi internazionali della Johns Hopkin University era della stessa opinione: “Il risultato (delle elezioni) non implica il disastro economico e l’instabilità politica. Può perfino offrire all’Italia una preziosa opportunità per realizzare riforme chiave e ricostruire la fiducia degli Italiani verso le loro istituzioni”(http://www.worldpolicy.org/blog/2013/03/01/dont-panic-why-italian-elections-could-trigger-reform-not-instability).

[II] Ad esempio quella dell’economista francese Jean-Paul Fitoussi che in una intervista radiofonica a Radio 24: ha dichiarato: “Questa Europa da ragione a Beppe Grillo. Va a finire male. Se vuoi fare la battaglia contro l'evasione fiscale perché non lo fai solo con i conti esteri?... Chi ha deciso questa stupidità non comprende che il popolo non può più sopportare che si prenda il denaro dei piccoli per darlo alle banche…Questa decisione non può avere come conseguenza che la fuga di capitali. E' talmente ovvio che mi chiedo o questi governanti europei sono stupidi, succede, o non vogliono bene all'Europa, o c'è un interesse a fare il male dell'Europa". Si sapeva da un po' di tempo che le banche di Cipro avevano problemi. Perché non fare pagare alle altre banche che non sono in difficoltà invece che alla gente?...non si capisce perché hanno deciso questa soluzione stupida e non hanno cercato un‘altra soluzione fra banche".

[III] Tra i tanti,  segnaliamo i soliti Wolfgang Munchau (cfr. Eurozone break-up edges even closer - FT.com, Europe is risking a bank run - FT.com) e Martin Wolf (cfr. Cyprus adds to Europe’s confusion - FT.com).

[IV] Conferenza stampa della BCE del 4  aprile 2013: “Let me stress that Cyprus is not a template! I have not had chance to talk to the President of the Eurogroup, but I am absolutely sure that he has been misunderstood. After all, the bail-out of the Dutch bank SNS REAAL, which involved the bail-in of only shareholders and junior debtors to the tune of €4 billion, had been agreed only a few days earlier. And that is no template either.”

[V] Il Governatore della BCE ha rafforzato il concetto ricordando che la Commissione Europea sta studiando una direttiva (di cui è già nota la bozza) che stabilisce le regole di gestione delle insolvenze bancarie, da emanare al più presto.

[VI] Schema di acquisto di titoli governativi che però la BCE può attivare solo su richiesta dei singoli stati in difficoltà, condizionata alla presentazione di piani convincenti di stabilità fiscale. Opzione impraticabile per l’attuale governo italiano.

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