Gli azionisti che incontrano i manager delle società fanno trades migliori

di Marco Liera (*) - 08/04/2013

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I gestori professionali fanno una gran fatica a battere i mercati (e pure le scelte di una scimmia bendata), questo lo sappiamo da tempo. Nei mercati efficienti come quelli che caratterizzano gli scambi di azioni a grande e media capitalizzazione, le informazioni sull’andamento delle società sono distribuite in modo omogeneo, e i prezzi delle azioni dovrebbero scontare tutte le novità che le riguardano, appena vengono diffuse sul mercato. Non ci dovrebbe essere quindi alcun soggetto esterno all’azienda in possesso di notizie tali da operare su un titolo in modo illecito. Ma che succede quando gli investitori riescono a incontrare i top manager di una società quotata con una certa frequenza allo scopo di ottenere informazioni sull’andamento dell’attività? Ovviamente in questi casi i top manager dovrebbero evitare di condividere informazioni che non siano già disponibili a tutto il mercato. Incontrare privatamente i manager non è illegale, ma distribuire e ricevere selettivamente rilevanti informazioni sull’andamento della società lo è.

Queste regole vengono sempre rispettate? E se vengono rispettate, incontrare privatamente i top manager di una società quotata è un’attività proficua, nel senso che porta a migliori risultati di trading? Un interessante studio di due accademici americani, David Solomon (University of Southern California) e Eugene Soltes (Harvard Business School) cerca di dare una risposta a questi due interrogativi. Grazie al preziosi dati – relativi al periodo 2004-2010 - forniti da una società quotata a Wall Street, rimasta anonima, i due ricercatori hanno verificato che i gestori professionali che hanno incontrato i top manager dell’azienda hanno ottenuto migliori risultati  di quelli che non l’hanno fatto. E il trading più felice è stato quello realizzato dai gestori di hedge funds che hanno partecipato a quelle riunioni.

I due studiosi non affermano che questi ritorni asimmetrici siano dovuti al fatto che nel corso di questi incontri siano state condivise informazioni privilegiate. Sono più propensi a credere che i gestori professionali che hanno incontrato i manager sono più abili nel processare le informazioni disponibili. Se così fosse, ci sarebbe una conferma che affidarsi a quei gestori è efficiente (ovviamente a condizione che gli extra-ritorni siano sufficienti a compensare i costi di gestione). E si tratterebbe un ulteriore invito a chi –investitore istituzionale o privato – opera direttamente in azioni a farlo solamente se ha tanta preparazione e dedica molto studio all’andamento delle società quotate. Tra l’altro, gli investitori privati sofisticati potrebbero interessarsi di più alle azioni a piccola capitalizzazione (small o micro-cap), più rischiose e illiquide, ma nelle quali la ricerca e il dialogo diretto con i top manager – solitamente trascurati  – possono essere particolarmente premianti.

Tuttavia, resta il dubbio che questi incontri possano avere dei risvolti patologici. Non solo relativi al rischio di insider trading. Come ha raccontato il Financial Times, i gestori – in particolare quelli degli hedge funds – sono disposti a pagare alle investment bank anche 20mila dollari l’ora per poter incontrare l’amministratore delegato di una società cliente. La cosa divertente è che a seguito di quegli incontri remunerati (a insaputa dei top manager, pare) i gestori potrebbero decidere di vendere allo scoperto i titoli della società ospitante. Infine, mi sorprende che nel periodo considerato dalla ricerca di Solomon e Soltes (cinque anni e mezzo) l’amministratore delegato di quella società abbia privatamente incontrato gli investitori 831 volte, spesso spostandosi fuori sede. Avrà avuto tempo di pensare anche al business?

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 7 aprile 2013

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