L'autarchia finanziaria cambia la gestione dei risparmi

di Marco Liera (*) - 31/03/2013

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Dobbiamo abituarci a vivere in un mondo finanziario de-globalizzato? E, se così fosse, quali sarebbero le conseguenze per i nostri risparmi? Uno studio McKinsey uscito qualche settimana fa (“Financial Globalization: Retreat or reset?”) ha certificato che dopo decenni di grande espansione, la crisi finanziaria cominciata nel 2007 ha provocato un crollo del 60% nei flussi di capitali cross-border, dal momento che le banche hanno ridotto la loro esposizione internazionale, gli investitori hanno riportato a casa i propri soldi e i governi hanno trovato compratori per i bond di nuova emissione solamente nei propri mercati domestici. In Europa in particolare il fenomeno è stato impressionante: mentre tra il 2006 e il 2007 erano affluiti quasi 2.500 miliardi di dollari verso la periferia dell’eurozona (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna), tra il 2011 e il terzo trimestre del 2012 investitori e creditori hanno ritirato oltre 900 miliardi di dollari dagli stessi Paesi.

L’”autarchia finanziaria”, ossia l’acquisto di asset messi in vendita da investitori esteri da parte di soggetti domestici (banche, assicurazioni, fondi pensione e risparmiatori) è stata una delle chiavi – fino a oggi – del mantenimento della solvibilità dell’Italia. Non è noto se questo trend continuerà, ma la stessa McKinsey non esclude che la crisi dei debiti sovrani – in mancanza di riforme incisive - possa aumentare ulteriormente la diffidenza nei confronti di investimenti cross-border. L’Italia al proposito appare ben fornita di munizioni, dal momento che il patrimonio delle famiglie è pari a circa 9mila miliardi di euro (immobili inclusi), dei quali il 37% rappresentato da attivi finanziari. Il debito pubblico è decisamente inferiore, anche se in crescita (avendo superato i 2mila miliardi di euro). Se è vero che uno scenario “giapponese” di riacquisto totale del proprio debito non è per vari motivi quello più desiderabile, è anche vero che la riserva di sicurezza appare ampia, anche in caso di “fuga di massa” degli investitori esteri, che al momento non si registra. Al contrario, i fondi pensione del Nord Europa si sono fatti vedere alle ultime aste di titoli di Stato italiani a lungo termine, assetati come sono di rendimenti che consentano loro di mantenere gli impegni garantiti nei confronti dei propri iscritti. Il fatto è che la preferenza verso l’acquisto di attivi domestici dipende da fattori comportamentali (come l’home country bias), come tali incerti nella loro evoluzione nel tempo. E in assenza di acquisti “spontanei” qualunque coercizione all’investimento in asset domestici – così come qualsiasi “prelievo forzoso” - nei confronti dei residenti ovviamente non sarebbe auspicabile.

In un’ottica globale, è chiaro che l’inversione di tendenza nei movimenti di capitale potrebbe a lungo andare avere effetti riduttivi sulle correlazioni e sull’interdipendenza tra i mercati finanziari (da decenni in aumento), con un aumento dell’efficacia della diversificazione. Al proposito, lo studio McKinsey rilancia l’opportunità di investimento nei mercati emergenti, a condizione però di “catturare” la crescita di quell’area tramite investimenti in private equity, essendo il public equity (le società quotate) di laggiù scarso e spesso sopravvalutato. I mercati azionari occidentali come Wall Street invece continuano a mantenere un certo appeal anche in assenza di una crescita significativa delle economie sottostanti perché qui il public equity (ma questo lo studio McKinsey non lo dice) fruisce di vari fenomeni quali la riduzione strutturale delle aliquote effettive di tassazione degli utili di impresa, e il calo o la stagnazione delle retribuzioni dei lavoratori in termini reali. Per arrivare all’innovazione tecnologica che continua a spingere all’insù la produttività.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 31 marzo 2013

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