Quei pirateschi coinvolgimenti dei risparmiatori nei dissesti europei

di Marco Liera (*) - 24/03/2013

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Venti di paura soffiano sui risparmi europei. Il crack di Cipro, con il prospettato prelievo forzoso sui depositi bancari presso gli istituti dell’isola, è l’ultima ferita in ordine di tempo inferta all’obiettivo di sicurezza che i cittadini perseguono quando investono in strumenti destinati alla protezione del benessere. Non in investimenti azionari o in altri prodotti rischiosi, quindi, ma in strumenti a rendimento e capitale contrattualmente garantiti. Basati su un patto che ora viene rotto un po’ troppo frequentemente. Nel 2011 si cominciò con le obbligazioni subordinate di Bank of Ireland "rimborsate" a un centesimo ogni mille euro nominali. Un anno fa  l’haircut da 100 miliardi di euro sui titoli di Stato greci; poi l’insolvenza di Banca Network (con il rimborso da 73,9 miloni di euro del Fondo Interbancario italiano a favore dei depositanti). A inizio 2013 l’esproprio degli obbligazionisti subordinati della SNS, la banca olandese nazionalizzata. Una settimana fa, l’inizio dell’incubo-Cipro.

Il comun denominatore delle vicende Bank of Ireland, Grecia, SNS e Cipro (Banca Network sembra più una “ordinaria” bancarotta di una piccola banca, comunque conclusasi con l’intervento dell’assicuratore dei depositi nei limiti di legge) è che esiste una volontà trasversale di vari governi e autorità europee di coinvolgere i privati risparmiatori nella condivisione delle perdite generate dai dissesti finanziari che ricadono sotto la loro giurisdizione. La “logica” sembra essere quella di arrecare tanti “piccoli” danni preventivi (anche se l’haircut greco è stato tutt’altro che “piccolo”) allo scopo di garantire la stabilità dell’intero sistema finanziario. Come dire: ti prelevo un po’ di sangue contro la tua volontà, ma ti salvo la vita. Se così fosse, l’effetto collaterale sarebbe quello di instaurare un clima di sfiducia generalizzato nei confronti degli strumenti a rendimento contrattualmente certo, come i depositi e i titoli di Stato. Con conseguenze assai poco piacevoli per la stabilità del sistema finanziario che ci si prefigge di proteggere.

Non contribuisce a rassenerare gli animi il fatto che da inizio anno tutti i Paesi Ue hanno introdotto le CACs (clausole di azione collettiva) sulle nuove emissioni di titoli di Stato con scadenza superiore all’anno. In sostanza, su queste emissioni vengono contrattualmente disciplinate le ipotesi di ristrutturazione di rimborsi del capitale e pagamento delle cedole. Da un certo punto di vista è una norma di trasparenza, che prima non esisteva: nella sostanza, come dimostra il caso della Grecia, quando prevale la ragion di Stato (o quella di Bruxelles e Francoforte), le CACs possono essere introdotte alla bisogna, retroattivamente.

Come affrontare questa nuova era fatta di inattesi coinvolgimenti di privati nei dissesti finanziari? Rispettare la regola della diversificazione tra emittenti è certamente utile per ridurre l’impatto di questi “piccoli” inadempimenti inattesi. Oppure si può investire solamente in uno strumento a rendimento effettivo più basso (come il bund), dove è oggettivamente più difficile attendersi una brutta sorpresa. Ma se i cittadini di uno Stato investono in massa in uno strumento estero, indeboliscono al margine la solvibilità del proprio Paese, con enormi danni potenziali per il valore del proprio capitale umano e della futura pensione. Per questo, a livello aggregato la diversificazione internazionale non dovrebbe superare una certa soglia. Gli italiani che - direttamente o tramite fondi comuni - comprano bond di altri paesi devono sperare che ci siano molti altri concittadini che continuano a investire – non troppo irrazionalmente – in BOT, BTP, depositi di banche domestiche e buoni postali.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 24 marzo 2013

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