Come stimare le pensioni private di domani

di Marco Liera (*) - 17/03/2013

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Il benessere futuro di centinaia di milioni di lavoratori nei Paesi occidentali è diventato una questione di responsabilità indivduale, dopo la ritirata del primo pilastro pensionistico e la conseguente avanzata del secondo. La costruzione di aspettative realistiche sulle prestazioni alle quali questi lavoratori avranno diritto tra 20, 30 o 40 anni, è la chiave di tutto. Dal 2008, tutte le forme di previdenza integrativa italiane (fondi pensione negoziali e aperti, Piani individuali pensionistici) devono obbligatoriamente indicare ai propri iscritti in un progetto esemplificativo l’importo della pensione complementare che essi possono attendersi di percepire, sotto determinate ipotesi di rendimento. Evidenziare un numero preciso è però estremamente fuorviante, visto che su orizzonti così lunghi la variabilità dei risultati attesi è enorme.

La Covip ha avviato il 21 febbraio una fase di consultazione per stabilire dei criteri condivisi di rappresentazione della variabilità dei risultati attesi dei piani pensionistici. Per farlo, ha diffuso una interessante ricerca che analizza il profilo rischio rendimento storico delle varie classi di attivo, e confronta vari modelli internazionali di comunicazione nei confronti dei lavoratori, arrivando a formulare alcune proposte per il mercato italiano.

Una ricerca del 2008 che non è citata nel paper Covip (“Default Investment Options in Defined Contribution Plans” di Gaobo Pang e Mark Warshawsky della Watson Wyatt Worldwide) fornisce a mio avviso un buon modello di illustrazione della dispersione dei rendimenti attesi, e soprattutto la base per una buona consulenza previdenziale. Il punto di partenza è la proiezione della prestazione che presenta la minore variabilità possibile ex-ante in termini reali. Questa opzione è basata sull’investimento dei contributi dei lavoratori in titoli di Stato inflation linked. Secondo la migliore ricerca accademica (Zvi Bodie ed altri), questi strumenti sono i titoli a minor rischio di lungo periodo. Il montante reale accumulato dopo vari periodi di contribuzione investendo in questi strumenti (negli Usa denominati Tips) dovrebbe essere il benchmark con il quale confrontare le prestazioni ottenibili con portafogli misti obbligazionari e azionari. Per stimarle, i due autori hanno effettuato 100mila simulazioni casuali basandosi sui ritorni storici delle varie classi di attivo. Su un’ipotesi di versamento totale di 202mila dollari spalmati su 40 anni, il montante finale del portafoglio Tips è di 301mila dollari (calcolato utilizzando il rendimento storico dei Tips, tenendo conto che per le proiezioni si può utilizzare il rendimento a scadenza di mercato). Nel 95% delle simulazioni, il portafoglio bilanciato genera un montante compreso tra 166mila e 1,4 milioni di dollari, e il portafoglio life cycle (che riduce l’esposizione all’azionario all’avvicinarsi del pensionamento) arriva a un montante compreso tra 174mila e 1,3 milioni di dollari. Come si vede, il portafoglio life cycle e quello bilanciato possono dare molto di più, ma anche molto di meno di un semplice titolo di Stato. In totale, life cycle e bilanciato fanno peggio dei Tips nel 22% dei casi. Questa probabilità, aggiornata di volta in volta sulla base dell’evoluzione dei rendimenti a scadenza dei titoli di Stato, dovrebbe consentire al lavoratore di scegliere a ragion veduta tra le varie linee di gestione – più o meno rischiose – del fondo pensione che gli viene proposto. E di stimare in modo realistico la possibilità che il risultato finale del suo fondo pensione si discosti da quello ottenibile con la minore incertezza.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 17 marzo 2013

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