PAC: cosa significa veramente investire gradualmente in azioni

di Nicola Zanella - 14/03/2013

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Nel caso si disponesse di un’ingente somma di denaro (es. 60.000 euro) e la si volesse investire in azioni per un orizzonte temporale specifico (es. 10 anni), quale sarebbe la strategia migliore?
Da tempo, a livello accademico si discute se sia più conveniente l’investimento «tutto in un’unica soluzione» (60.000 euro investiti immediatamente), il cosiddetto PIC o entrare sul mercato azionario «in più rate» (10.000 euro ogni mese per i primi sei mesi, disinvestendo progressivamente da un investimento a più basso rischio), effettuando il cosiddetto PAC o piano di accumulo del capitale, per poi rimanere investiti al 100% in azioni per il restante periodo di tempo.
Da notare che il tempo di entrata sul mercato che viene proposto e analizzato varia enormemente, arrivando a coprire archi temporali anche di diversi anni, non solamente pochi mesi, come nel mio esempio precedente.
Sono pochi gli argomenti di ricerca che nel corso del tempo hanno creato più confusione e fraintendimenti di questo.
Basti ricordare la tanto pubblicizzata convenienza a mediare il prezzo di acquisto tra le fasi di rialzo e di calo della Borsa, «riducendo il problema di scegliere il momento migliore per iniziare l’investimento» e «ottimizzando il rendimento», come spesso viene reclamizzato nelle pubblicità.
È vero che con un PAC il costo medio delle azioni risulta minore del prezzo medio, ma questo è interessante solo dal punto di vista matematico. Perché per avere un guadagno ciò che conta è che questo costo medio sia più basso del prezzo corrente delle azioni sul mercato.
Come è assolutamente evidente, spostare gradualmente del denaro da un investimento a più basso rischio (inteso spesso come volatilità dei rendimenti) verso l’investimento in azioni crea delle opportunità, ma ha anche degli svantaggi.
In generale, non si capisce perché mai per un investitore che teme oggi il livello di rischio dell’investimento in azioni dovrebbe essere conveniente il PAC, che non fa altro che spostare più avanti il momento in cui questo rischio dovrà essere sopportato.
In fondo, una perdita del 20-30% della Borsa può accadere appena iniziato l’investimento, ma anche verso la fine, quando la ricchezza investita è probabilmente cresciuta nel tempo e la perdita potenziale in termini di euro (ciò che dovrebbe interessare) è ancora più elevata.
Fino ad ora, abbiamo immaginato che un risparmiatore disponesse già dell’intera somma da investire e che questa sia abbastanza ingente (nel mio esempio, 60.000 euro).
In realtà, prima di ricevere eventuali trasferimenti di ricchezza (es. eredità) che aumentano la ricchezza personale, l’unico modo per crearsene una è quella di lavorare e di risparmiare nel corso del tempo.
Quindi, solitamente l’accumulazione e l’investimento della ricchezza avviene gradualmente: questa è l’unica «strategia» alla portata della maggior parte individui.
È a dir poco curioso che anche e soprattutto a questi risparmiatori venga proposto da gran parte dell’industria finanziaria di «investire in azioni tramite un PAC», come se questo avesse delle conseguenze particolari e benevoli.
Come già detto, spesso tali piani di investimento vengono definiti nei modi più vari e vaghi: ad esempio, «programmi semplici e flessibili con cui è possibile cogliere le opportunità dei mercati controllando il rischio».
Nella realtà, credo che ci siano non pochi problemi di comunicazione tra gli addetti alla consulenza e i risparmiatori per quanto riguarda il vero rischio dell’investimento in azioni, anche quando lo si effettua per un medio-lungo periodo e a piccole dosi, perché non si dispone già di una importante somma da investire.
Sono convinto che il rischio dell’investimento in azioni sia largamente sottovalutato quando lo si «incornicia» nel contesto di questo famigerato PAC.
Senza essere condizionato dal confronto sempre presente tra PIC e PAC (lo ribadisco ancora, non mi interessa questo confronto), ho realizzato una dettagliata ricerca SOLO sulle caratteristiche dell’investimento graduale o ripetuto in azioni nel corso del tempo, il vero, secondo me, piano di accumulo del capitale. La strategia di cui invece ho parlato all'inizio dell'articolo, con entrata graduale in Borsa, avendo già una somma importante da investire andrebbe, a mio modesto parere, chiamata in altro modo, per non creare ulteriore confusione. Anche in questo particolare topic finanziario, come in molti altri, è fondamentale intendersi sull'argomento in questione, grazie all'uso di termini chiari e precisi. Propongo quindi, ad esempio, la più corretta, secondo me, definizione di Piano di Trasferimento del Capitale o PTC, visto che di fatto si trasferisce del capitale che già si possiede da uno strumento di investimento (es. BOT o conto di deposito) ad un altro (es. indice azionario).
Comunque, ritorniamo all'investimento graduale in Borsa non avendo già un ingente somma da investire in Borsa, che è l'argomento che voglio trattare in questo articolo. Teoricamente, possiamo ritenere che tale strategia porti con sé il vantaggio di investire in azioni anche per un periodo medio-lungo, con una probabilità cioè di perdita finale minore rispetto a periodi più brevi (indipendentemente dalla presenza di qualche effetto di diversificazione temporale).
D’altro canto, i risparmi aggiunti nel corso del tempo sono investiti per periodi più corti, fatto questo che potrebbe rendere i risultati più volatili.
Sono due effetti che lavorano in direzioni opposte, quindi la verifica empirica è necessaria per studiare le caratteristiche di questo tipo di investimento in azioni.
La tabella seguente mostra la frequenza di rendimenti nominali totali (compresi i dividendi) al lordo dell’inflazione (e delle tasse e dei costi di transazione) positivi per portafogli di azioni costruiti gradualmente nel corso degli anni, investendo 1 unità di valuta locale ogni anno e liquidando l’intero portafoglio alla fine del periodo di investimento.
Ho analizzato PAC annuali per periodi non indipendenti con durata fino a venti anni per 16 mercati azionari a livello mondiale, dal 1969 a fine 2012, più l’indice mondiale.
Figura 1

Come si vede, il rischio di ottenere rendimenti negativi in termini nominali è calato nel corso degli anni: il problema è che sono serviti orizzonti temporali di investimento davvero lunghi per essere certi di non subìre perdite e questi variano da paese a paese.
Se in Canada sono bastati solo quattro anni, in Giappone nemmeno venti. In Italia ben 18 anni.
Investendo tramite un indice azionario a livello mondiale, tredici anni.
È chiaro che non potendo prevedere quale sarà la Borsa più fortunata dei prossimi 30-40 anni, non è conveniente puntare su un solo paese, vista la differenza di risultati.
Un indice a livello globale appare la soluzione migliore quando si tratta di investire in azioni, consapevoli di rinunciare ai rendimenti massimi molto alti che qualche Borsa potrà realizzare di tanto in tanto.
Nella seguente tabella, si mostra il rendimento finale minimo ottenuto dai vari PAC nei differenti archi temporali.
Figura 2

Come si vede, la perdita massima tende a diminuire nel corso degli anni, anche se è decisamente persistente, soprattutto in alcuni paesi: in Italia, ad esempio, dopo 15 anni di investimenti annuali è accaduto di subìre una perdita del 20%. In Giappone, un rendimento pari a -32% al 20° anno.
Nella tabella seguente ho calcolato invece la percentuale di PAC che hanno avuto un rendimento annuale maggiore del 2% in termini nominali, livello in linea con l’inflazione obiettivo della BCE e pari a quella media in Germania negli ultimi 22 anni.
Figura 3

 

Visti i risultati, si capisce la mia preferenza per gli strumenti indicizzati all’inflazione quando si tratta di proteggere il potere d’acquisto dei risparmi nel corso del tempo. In linea con l’approccio finanziario a piramide che ho ideato insieme a Marco Liera (si veda qui), l’investimento in azioni dovrebbe essere utilizzato solo per soddisfare il desiderio di incrementare la ricchezza, una volta che il bisogno di protezione cessa di essere motivante. In definitiva, credo si possa concludere dicendo che le azioni sono rischiose ANCHE se si dispone di un lungo orizzonte temporale di investimento e ANCHE se si investe gradualmente tramite un PAC. Come il buon senso ci suggerisce, investire in azioni ANCHE tramite un PAC è adatto solo per quella minoranza di investitori che possono sopportarne l’elevata incertezza, avendo le caratteristiche per poterlo fare.

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