Dejà-vu 9: dalle elezioni italiane un ceffone a Draghi e uno alla Merkel

di Enrico Ascari (*) - 06/03/2013

Stampa Crea Pdf Invia Rss

La pallina della roulette si è fermata sullo zero. Le elezioni italiane hanno partorito l’evento giudicato più improbabile da commentatori, sondaggisti e mercati: l’ingovernabilità assoluta del paese. Un esito che ricorda le prime elezioni in Grecia dello scorso maggio, seguite a giugno da una seconda tornata elettorale sempre non risolutiva, ma che, alla fine, ha visto i maggiori partiti, obtorto collo, trovare un accordo per rimanere in Europa. Andiamo al sodo: tre sono le questioni di interesse in questa sede: l’impatto delle elezioni italiane a livello europeo; l’eventuale soluzione dell’impasse politica in Italia, ammesso che ci sia; una prima schematica lettura delle possibili reazioni dei mercati internazionali.

I DUE CEFFONI
La bruciante sconfitta di Mario Monti e la parallela vittoria del Movimento 5 Stelle, accoppiata all’ennesima rimonta (ma solo in termini di percentuali, non certo di voti) di Berlusconi, suonano come una campana a morto per le politiche della Cancelliera Merkel e una sconfitta pericolosa per l’intero establishment politico dell'Unione Europea, del quale Monti era di fatto il commissario per l’Italia.
Non si tratta tanto di misurare il peso delle forze “antieuropeiste”, sommando impropriamente i voti dei “grillini” e del PDL; quanto piuttosto di prendere atto che, in un paese chiave dell’Unione Europea le politiche sponsorizzate con tanta convinzione dal Governo tedesco e, indirettamente, dalla BCE, sono state non solo controproducenti - e quindi censurabili sul piano dell’efficacia - ma anche sonoramente bocciate dall’elettorato. L’Europa delle élite burocratiche e finanziarie ha stancato i tanti perdenti, a partire dai giovani, dai piccoli imprenditori e in generale dai “non protetti”, il cui numero aumenta in modo esponenziale giorno dopo giorno.
Il “bluff” di Draghi, per sei mesi vincente, ora verrà “visto” dai mercati. La BCE ha legato la difesa dell’Euro e dei debiti sovrani a clausole di “condizionalità” che implicano l’accettazione da parte dei Governi di “memorandum of understanding”, mai specificati nei contenuti ma ancora più stringenti, in termini di rigore fiscale, rispetto ai già strettissimi paletti del fiscal compact. Il famoso programma OMT (i) sarebbe stato perfetto per l’Italia, con Monti come spalla. Ma il Professore, quando ha capito che la “strana maggioranza” lo stava buttando a mare, ha perso l’occasione di attivarlo, commettendo il più grave errore del suo breve e poco glorioso mandato. Oggi, delegato a gestire l’ordinaria amministrazione, ha le mani legate. Difficile che possa farlo anche il prossimo governo: sarebbe quasi un “golpe“ considerato che gli elettori hanno bocciato in modo inequivocabile le politiche di rigore fiscale “a prescindere” imposte dal blocco del nord. Draghi quindi sarà costretto all’immobilità (cfr. "Italy shatters some comfortable eurozone assumptions" di Gavyn Davies sul Financial Times) a meno che la Germania e l’Europa non decidano di cambiare registro e permettere politiche di contenimento fiscale molto meno restrittive. Ipotesi poco probabile, ma non impossibile. Poco probabile perché la leader della CDU si avvicina alle elezioni politiche autunnali in una condizione di forte debolezza e di ridotta credibilità davanti all’elettorato. La Cancelliera ha potuto difendere l’operato della BCE, superando l'opposizione dell’opinione pubblica, soltanto promettendo che i paesi devianti avrebbero comunque dovuto pagare il prezzo del “sangue”. Dopo le elezioni italiane questo progetto diventa sempre meno praticabile. La Merkel si troverà quindi di fronte a un dilemma: sostenere un governo italiano meno disponibile ad accettare i diktat di Berlino oppure lasciare mano libera agli squali della finanza internazionale che difficilmente si lasceranno sfuggire l’ennesima ghiotta occasione per un giro di walzer con gli spread e l’Euro.


NEL LABIRINTO
Passata l’ubriacatura di euforia o depressione da sbornia elettorale, ben presto i grandi sconfitti e l’unico vincitore delle elezioni del 25 febbraio saranno chiamati a trovare una soluzione al puzzle della governabilità del paese. Il ricorso a nuove elezioni è escluso per chi, tra i perdenti, non abbia una vocazione suicida: la marea montante - più che giustificata - dell’antipolitica cresce di ora in ora e corre veloce, sulle ali del clamoroso successo elettorale di M5S. Tornare alle elezioni entro un trimestre significa consegnare il paese nelle mani del Movimento di Grillo e perdere altri milioni di voti a suo vantaggio. Le ipotesi praticabili si riducono a due. La prima sarebbe quella di una avventurosa gestione parlamentare su singoli provvedimenti di “pulizia etnica istituzionale” che potrebbero trovare il favore del movimento guidato dal comico genovese. La seconda sarebbe quella, apparentemente ancora più improbabile, di un governo di larga coalizione, o meglio, PD - PDL. L’inevitabilità di questa seconda soluzione sarebbe dettata dalla dura legge dei numeri e, soprattutto, dall’inarrestabile tracollo economico del paese, una deriva sempre più simile a quella greca. (cfr. L’ombra della sindrome greca sulle elezioni italiane di Fabrizio Goria su Linkiesta.it). Crediamo, malgrado tutto, che il quadro politico che abbiamo sotto gli occhi sia, alla lunga, molto meno negativo di quanto possa apparire a prima vista. Il motivo è molto semplice: l’Italia ha bisogno di una drastica e dolorosa discontinuità, finora continuamente rimandata. Forse ci stiamo avvicinando a grandi passi verso quel trauma a lungo rinviato ma che molti, in coscienza, considerano necessario. La catarsi, la purificazione. D’altra parte abbiamo sempre sostenuto che l’eventualità di un governo di centro sinistra, con la possibile ruota di scorta dei centristi, nelle condizioni attuali, avrebbe sì potuto garantire la benevola comprensione dei mercati (ai quali non interessa l’orizzonte lontano ma solo il “qui e ora”), ma avrebbe anche certificato la prosecuzione del declino del paese, al più rallentandola. Viceversa il ritorno del tycoon di Arcore alla guida del governo, evento, peraltro, sfiorato per un soffio, avrebbe portato per certo al default definitivo della credibilità e delle finanze del paese. Ne consegue che, per il futuro dei nostri figli, forse è meglio che sia andata così. Altra partita, molto più difficile si giocherà per i (pochi?) fiduciosi risparmiatori ancora affezionati al debito pubblico italiano.

LE (POCHE) COSE DA FARE
Il prossimo Governo, se vorrà avere una minima probabilità di successo, dovrà fare cose ben diverse da quelle approvate dalla “strana maggioranza” che ha sostenuto Monti nell’ultimo anno. In caso contrario durerebbe lo spazio di un mattino, porterebbe il paese nel baratro, trascinando con se l’intera Europa, e aprirebbe la strada al populismo più sfrenato, sempre ben vivo nel dna del paese. Lasciamo da parte il non irrilevante tema della maggioranza che potrebbe sostenere il governo e concentriamoci sulle cose da fare e i prerequisiti per poterle realizzare.
La prima condizione per favorire la governabilità è la credibilità e la buona fede dei giocatori in campo. Condizione necessaria ma non sufficiente, dovrebbe essere un passo dietro le quinte dei due leader dei partiti sconfitti. Bersani ha parzialmente “vinto”, ma di fatto subisce una clamorosa sconfitta. Per Berlusconi vale l’opposto, ma in questo caso il passo indietro sarebbe ancora più necessario per motivi fin troppo ovvi e abusati.
Il governo - alla cui guida non sapremmo veramente chi indicare, ma escluderemmo tassativamente i soliti “padri nobili della patria” - dovrebbe porsi un numero estremamente ristretto di obiettivi, prevalentemente di natura istituzionale; si dovrebbe limitare a pochissimi ma incisivi interventi di politica economica e, infine, dovrebbe cambiare drasticamente atteggiamento verso l’Europa. Passare dallo stato di “zerbino” a quello di duro negoziatore. Quest’ultimo è il motivo per cui, nella improbabile compagine di governo che vedrebbe il nostro apprezzamento, non dovrebbe trovare posto il perdente eccellente Mario Monti.

RIFORMARE LE ISTITUZIONI
Riscrivere la legge elettorale e tagliare drasticamente i costi della politica, in linea con i desiderata non solo dei grillini ma di tutta la parte produttiva del paese, dovrebbe diventare l’obiettivo prioritario. Ciò implicherebbe anche significativi interventi a livello costituzionale, ovviamente difficilmente proponibili senza uno scardinamento dei bastioni tradizionali della conservazione di sinistra. Operazione, ovviamente difficilmente proponibile con l’attuale leadership del PD. Chissà se su questo fronte non possa essere utile la pressione di M5S. Ripensando ai primi anni ’90 e alle pseudo pulsioni rivoluzionarie dell’epoca (vi ricordate la prima Lega Nord?), speriamo che la storia non si ripeta.


LE AZIONI DI POLITICA ECONOMICA
La complessità della situazione attuale è ingovernabile. Punto. Vie d’uscita indolori non esistono; il Paese dovrebbe essere guidato da un progetto, una visione di lungo termine che oggi non fa parte del bagaglio né di questo ceto politico né delle spente elite che sopravvivono lucrando rendite di posizione economiche e culturali. Quindi meglio focalizzarsi su pochissimi obiettivi potenzialmente raggiungibili, rimuovendo, una volta per tutte, il cappio che la penisola ha intorno al collo. Partiamo dalle cose relativamente “facili” ma finora considerate politicamente scorrette. Primo punto: salvare la piccola-media impresa con una boccata di ossigeno finanziario: il para-stato deve sbloccare i 90-140 miliardi di debiti commerciali verso le imprese che si ostina a non pagare. A costo di far aumentare il debito pubblico in egual misura. D’altra parte finanziamo l’EFS (il fondo di stabilità europeo), per una cifra di poco inferiore, contabilizzata come debito pubblico aggiuntivo, senza, per ora, trarne alcun vantaggio. Abbiamo pagato per l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia, le banche spagnole e ora anche per Cipro: è tempo di cambiare atteggiamento verso l’Europa.
Il secondo nodo da affrontare è quello - molto più complesso - del tasso di partecipazione alla forza lavoro nel paese. Oggi in Italia, nell’universo tra i 16 e i 65 anni, lavorano solo 56 persone su cento. In Francia sono 64, in Svizzera 78. Mettiamola sul banale: c’è troppa gente che non “produce”, fuori dalla “forza lavoro”; non è solo un problema di aumento dei licenziamenti e disoccupazione. Fattori di tutti i tipi, sociali, culturali, economici, demografici determinano questa situazione insostenibile. Bisogna aggredirla, trovando il modo di rabbonire i sindacati, con drastici interventi sul mercato del lavoro di defiscalizzazione e di liberalizzazione, e provvedimenti che agevolino la partecipazione femminile. Il tutto, ovviamente, non può essere a costo zero. E qui arriviamo al nodo del debito.


IL CAPPIO AL COLLO
L’Italia ha un cappio al collo che lentamente, ma inesorabilmente, si stringe. E’ quello della montagna di debito pubblico che la soffoca. Il cappio va sfilato, non ci sono altre soluzioni. A prescindere dai desiderata dei burocrati di Bruxelles e dei mercati finanziari internazionali. Ovviamente è più facile a dirsi che a farsi e l’operazione è di grandissima complessità. Ma è arrivata l’ora del coraggio e un qualche mix di consolidamento abbinato a dismissioni deve essere preso in considerazione. Ovviamente questa strada sarà osteggiata dalla BCE e dai partners europei ma è giunta l’ora di usare anche l’arma del ricatto. Senza la Grecia l’euro può sopravvivere, senza l’Italia no.
L’alternativa è quella di ricorrere al fondo salva stati ESF chiedendo gli aiuti europei e attivando il paracadute della BCE. Sembra un’ipotesi poco credibile nella situazione politica attuale di forte rifiuto di ulteriori strette fiscali. Non è un’opzione praticabile per un Governo che volesse realizzare le azioni sopra indicate: dovrebbe rinunciare a qualsiasi velleità reflazionistica, abdicando alla sua stessa ragion d’essere. Potrebbe viceversa rivelarsi l’estrema ratio per una compagine raffazzonata e senza ambizioni che portasse il paese di nuovo sul ciglio del burrone. Ma a quel punto arriverebbe la seconda, finale ondata dello Tsunami populista che travolgerebbe tutto.
Queste sono le soluzioni possibili che vediamo. Ovviamente servono un governo forte e maggioranze convinte di poterle realizzare, per “salvare”, questa volta per davvero, il Paese. Quante probabilità ci sono che ciò possa avvenire? Lasciamo ai lettori la risposta.

I CONTI SENZA L’OSTE
Nelle mie analisi pre-elettorali non avevo nascosto il mio stupore per la sonnacchiosa reazione della finanza internazionale rispetto al deterioramento delle aspettative sull’esito delle elezioni italiane. Mentre a dicembre si dava per scontata una larga vittoria del centro sinistra, con la governabilità assicurata comunque dall’eventuale contributo dei centristi montiani, man mano che ci si avvicinava al D-Day la possibilità di una maggioranza azzoppata al Senato diventava sempre più probabile. I predatori della finanza internazionale però non hanno battuto ciglio (cfr. "Italy: joke backfires" su FT.com). Il motivo più ovvio: l’instancabile e frenetico lavorio delle banche centrali (ma non della BCE, ovviamente) che stanno alimentando l’ennesima corsa verso la ricerca del rendimento ad ogni costo. L’avversione al rischio si era progressivamente spenta e, di fatto, i mercati non scontavano più un potenziale evento catastrofico in Europa. I prezzi dei BTP erano, ancora la scorsa settimana, molto più alti rispetto a quelli prevalenti a novembre e dicembre (cfr. Fig. 1). Il mercato azionario è, ancora oggi, ad esito noto delle elezioni, al livello segnato all’annuncio delle possibili dimissioni del Governo Monti.

Figura 1: prezzo dei BTP futures da ottobre

Non dovrebbe sfuggire che, rispetto allo scorso dicembre, il quadro complessivo dei rischi per il paese è drasticamente peggiorato sotto il profilo della stabilità politica; in parallelo la crisi economica si è ulteriormente aggravata. Insomma lo scenario futuro è molto più complicato, ma i mercati finanziari non sembrano averlo scontato in pieno. Anzi.
La reazione degli operatori all’esito delle elezioni italiane è stata violenta, ma non catastrofica. Lo spread tra BTP e bund decennali, nella giornata del 26 febbraio si è impennato a 340 punti, per poi tornare in area 320.  L’asta dei BOT semestrali ha visto i rendimenti alzarsi di circa lo 0,5%, La borsa ha perso il 5%, i titoli finanziari il 7-8% per poi stabilizzarsi. L’euro si è indebolito, soprattutto contro lo yen, il bund tedesco si è rafforzato. Le borse europee hanno subìto rilevanti correzioni, mentre il comportamento di Wall Street è stato più composto, come d’abitudine.


Figura 2: andamento mercato azionario italiano


L’impressione è che i mercati non abbiano ancora valutato a pieno l’impatto che l’incertezza politica in Italia potrà avere a livello europeo. Non si parla di pochi giorni, ma di mesi. Basti pensare che la prima seduta delle nuove camere è prevista per la fine di marzo. Poi ci sarà da eleggere anche il nuovo presidente della repubblica. Il rischio è quello del contagio. Le borse principali sono ancora sui (o vicine ai) massimi e quindi rimangono particolarmente esposte al più che verosimile aumento dell’incertezza in Europa.


CONCLUSIONI
L’esito delle storiche elezioni italiane del 25 febbraio rende meno probabile lo scenario base per il nostro paese, quello del lento, inarrestabile declino, sotto la cappa anestetizzante ma non salvifica dell’Euro. Acquista forza, viceversa, quello di una accelerazione verso soluzioni finali “binarie” caratterizzate da alti rischi ma anche da maggiori potenzialità di cambiamento, sia pure traumatico, dello status quo dell’ultimo ventennio. Il che, alla lunga, sarebbe positivo.
Nell’immediato, però, va considerato che i prezzi odierni degli asset rischiosi italiani sembrano ancora lontani dai livelli estremi che possono generare reazioni tecniche o iniziative ad oggi imprevedibili dei policy makers. D’altra parte l’esito elettorale in Italia è un ceffone in pieno viso sia per la Cancelliera Merkel, sia per il Governatore Mario Draghi. Entrambe le strategie, quella tedesca e quella della BCE, sono a rischio e soggette a nuovi impegnativi test sui mercati. In particolare la BCE non sembra in grado di attivare altre iniziative oltre a quelle già previste. Il quadro politico interno è così confuso e frammentato che anche nel caso dovesse alla fine realizzarsi lo scenario più “virtuoso” o meno “negativo” che abbiamo delineato, i tempi e i modi per arrivarci sarebbero comunque tali da alimentare notevole volatilità e incertezza sui mercati finanziari domestici. Infine corre l’obbligo di ricordare che, a livello di impatti globali, l’Italia non è la Grecia ed è tale da generare, di per sé, shock di fiducia sui mercati internazionali, a partire da quelli europei. Mercati che, peraltro, forse aspettavano solo la giusta occasione per una salutare correzione. Che ora potrebbe trasformarsi in qualcosa di peggio.


(i) “Outright monetary transactions” cioè operazioni di acquisto illimitato di titoli governativi di scadenza massima triennale

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità  del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità  del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo