I bond rendono zero? Cosa aspettarsi allora dalle azioni

di Marco Liera (*) - 24/02/2013

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Benvenuti nell’era dei rendimenti reali negativi. Gli investimenti negli strumenti obbligazionari, a meno che non vogliate correre rischi di credito e di durata, sono assai poco remunerativi. Su alcuni emittenti sovrani, come la Germania e la Svizzera, i rendimenti a breve termine sono negativi anche in termini nominali. E il fenomeno potrebbe durare a lungo. Cosa cambia per la gestione dei risparmi?

Per chi cerca la protezione del benessere, nulla. Per costoro non ci sono molte alternative agli strumenti a rendimento contrattualmente certo, come le obbligazioni, anche se sono poco redditizi. Lo spostamento verso l’azionario comporta l’assunzione di rischi di perdita sconsigliabili per soggetti con le caratteristiche descritte. Per altro, se sono italiani, chi tra loro vuole ottenere un rendimento reale lordo positivo può trovare una risposta molto semplice nei buoni postali indicizzati all’inflazione, o nei BTPei e BTp Italia. Su questi ultimi due c’è un rischio di volatilità delle quotazioni, che però non dovrebbe preoccupare chi è convinto di aspettare la scadenza dei titoli. I risparmiatori italiani, ai quali dovrebbe stare a cuore la solvibilità del Paese di residenza, hanno a disposizione una naturale possibilità che gli stranieri invece guardano con una certa diffidenza. I titoli domestici a breve termine di questi ultimi sono tipicamente a rendimento reale negativo, e quindi la protezione del benessere dalle loro parti richiede la disponibilità a pagare un premio (in termini di rendimento negativo).

Ma anche i risparmiatori italiani dovrebbero chiedersi  quale potrebbe essere l’impatto dei rendimenti risicati del reddito fisso degli altri Paesi sulle attese di ritorno delle varie asset class. A rispondere è l’ultima edizione del monumentale Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook, uscito nei giorni scorsi, che come negli anni precedenti si avvale della collaborazione di Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School. I tre autori innanzi tutto evidenziano che gli ultimi 33 anni sono stati un periodo eccezionale per i rendimenti dei bond statali, che a livello mondiale e in dollari hanno generato un ritorno annualizzato superiore al 6%, addirittura pari a quello delle azioni. Dopo una fase eccezionale come questa, è logico attendersi anni assai più avari. E in effetti ciò risulta dai rendimenti a scadenza dei titoli di Stato attualmente scontati in vari Paesi occidentali. Storicamente, quando questi sono così bassi, i ritorni dei bond, ma anche – e questo è forse il dato meno intuitivo – quelli delle azioni, sono decisamente compressi. Dimson, Marsh e Staunton hanno infatti verificato su un campione di 20 Paesi e su un arco temporale di 113 anni (1900-2012) che quando i tassi di interesse reali sono stati inferiori allo 0,1% (il 35% delle osservazioni) i rendimenti reali dei bond nei successivi cinque anni sono stati mediamente negativi. In particolare, quando i tassi di interesse reali sono stati compresi tra il -2,3% e lo 0,1% (il 15% delle osservazioni), i bond nei successivi cinque anni hanno dato un ritorno annualizzato reale del -0,4% e le azioni del +3,6%. La media mondiale 1900-2012 dei ritorni reali dei bond è stata dell’1,8% annualizzato e quella delle azioni è stata del 5%. Pertanto, se la storia funziona come guida, c’è da attendersi anche una compressione dei ritorni reali delle azioni. Anche perché i tre autori stimano che il premio al rischio delle azioni (equity risk premium) ossia l’extra rendimento atteso che questa asset class può generare rispetto ai bond, sarà pari nei prossimi anni al 3-3,5% contro una media di lungo periodo superiore al 6%.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 24 febbraio 2013

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