Il manager è pagato troppo? Vendi le azioni della sua società

di Marco Liera (*) - 17/02/2013

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“E numm a pagüm!” Tradotto dal dialetto ticinese: “E noi paghiamo!”. Con questo slogan i cittadini svizzeri saranno chiamati a esprimersi il 3 marzo sulla proposta Minder (dal nome del deputato di Sciaffusa che ne è stato il promotore) contro le “remunerazioni abusive” dei top manager delle società quotate della Confederazione. L’iniziativa mira a trasferire questa materia sotto la competenza delle assemblee societarie annuali, e a obbligare le casse pensioni a votare sulle relative delibere. Per le violazioni sono previste sanzioni penali (fino a tre anni di reclusione), ma alcuni partiti e parti sociali hanno presentato una proposta alternativa a quella di Minder (il cosiddetto controprogetto).  La proprietà azionaria in Svizzera raccoglie interessi molto più diffusi che in Italia, soprattutto per via delle quote possedute nelle corporations elvetiche dagli enti previdenziali; si capisce pertanto come la questione sia decisamente popolare. In Italia sono molti meno – in proporzione alla popolazione - quelli che avrebbero buoni motivi per dire “E noi paghiamo!”.

La regola “say on pay” è entrata in vigore negli Stati Uniti a partire dal 2011, e nel primo anno di applicazione solamente il 2,6% dei “compensation package” delle società che compongono l’indice Russell 3000 non è stato approvato in assemblea. Non è noto se questa regola abbia prodotto un effetto-calmiere sulle remunerazioni dei manager, e a livello accademico esistono voci critiche sull’efficacia di queste misure. Più certezza si ha sugli effetti delle super-paghe sulle performance borsistiche. Due studiosi americani, Michael J. Cooper della University of Utah, e Huseyin Gulen della Purdue University hanno verificato in una ricerca del dicembre 2009 che esiste una relazione inversa tra remunerazioni dei top manager e andamento successivo dei titoli dell’impresa che le accorda. Addirittura, Cooper e Gulen dimostrano che una strategia di trading basata sulla vendita allo scoperto dei titoli delle aziende con incentivi più alti per i manager  e contemporaneo acquisto di quelle più “avare” abbia generato almeno in passato dei significativi extra-rendimenti.

La questione delle remunerazioni dei manager e degli effetti sul benessere di azionisti e semplici cittadini è estremamente complessa. Uno dei professori più autorevoli di organizzazione aziendale, Henry Mintzberg, ha sostenuto sul Wall Street Journal del 30 novembre 2009 che non è possibile trovare un sistema equilibrato di incentivazione dei manager, e quindi tanto vale accordare loro uno stipendio fisso. E se puntano ugualmente a un bonus, “che si comprino le azioni della loro società”, scrive Mintzberg. Ma anche in assenza di incentivi o “variabile”, occorre stimare il capitale umano di un top manager, e quindi arrivare a giustificare se esso valga 10, 100 o 400 volte quello di un dipendente della stessa azienda. L’impatto relativo sui risultati aziendali potrebbe essere un criterio condivisibile (quale quota dei profitti è merito della “prima linea”, e quanta invece attribuibile al resto dei dipendenti?), ma anche questo non è di facile applicazione. Certo in un sistema autoreferenziale – quale è, secondo i promotori del referendum svizzero, quello che non passa da un controllo assembleare - può essere più facile slegare le remunerazioni da queste logiche. E’ curioso che lo squilibrio delle remunerazioni tra top manager e dipendenti si sia più o meno costantemente ampliato dagli anni 70 in poi. In finanza, maggiori rendimenti si ottengono solo in presenza di rischi più elevati. A meno che non si tratti di pranzi gratis.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 17 febbraio 2013

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