Investire per i figli: perchè la laurea in Italia perde appeal

di Marco Liera (*) - 03/02/2013

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Gli allarmanti dati pubblicati giovedì sul crollo degli iscritti alle Università italiane hanno sollevato un ampio dibattito. Proviamo ad affrontare il tema da un punto di vista della finanza personale. L’iscrizione all’università è un investimento in capitale umano. Risorse che le famiglie decidono di dedicare a una istruzione supplementare, nell’attesa che i giovani migliorino le loro competenze in un determinato settore e acquisiscano in tempi accettabili la capacità di generare un reddito dignitoso. La percezione (che, per quanto distorta possa essere rispetto alla realtà, è sempre la determinante delle decisioni umane) è che il profilo rischio-rendimento atteso di questo investimento stia peggiorando. Sostenere gli oneri connessi a un corso di laurea appare sempre meno giustificato se si guarda all’aspettativa di ritorno (misurato dalla capacità reddituale che l’istruzione consente di acquisire). Da una parte i costi universitari da tempo salgono oggettivamente a un ritmo più alto dell’inflazione. In Italia negli ultimi anni i costi universitari sono cresciuti a un tasso che va da tre a quattro volte quello dell’indice dei prezzi al consumo, secondo una stima di Federconsumatori. Negli Stati Uniti (dove gli iscritti alle università non stanno scendendo, a differenza dell’Italia), il costo di un ciclo quadriennale in un college è salito di 12 volte negli ultimi 30 anni, un ritmo quadruplo rispetto all’inflazione (fonte: Bloomberg). Dall’altra parte, sono percepite in diminuzione le possibilità di trovare un impiego redditualmente soddisfacente al termine di un corso di laurea.

Evidenziare che ancora oggi un laureato ha maggiori probabilità di conseguire nel tempo redditi più elevati di un non laureato, in Italia come negli Stati Uniti, non è una prova schiacciante per stimare il miglior profilo rischio-rendimento di un investimento in istruzione universitaria. Lo sarebbe se fosse possibile misurare i redditi conseguibili da una stessa persona, con o senza una laurea. Non può al contrario essere escluso che i laureati siano persone particolari che in ogni caso – anche senza aver frequentato con successo l’università – avrebbero potuto conseguire redditi più alti di quelli che non sono mai entrati in un’accademia.

E’ ovvio che l’università resta la porta d’accesso esclusiva per professioni particolarmente delicate (come quella dei medici o degli ingegneri civili), con le aspettative reddituali che ne conseguono. Ma al di fuori di questi casi, e al netto di valutazioni extra-economiche sulla necessità di elevarsi culturalmente o di assecondare passioni personali, l’investimento in istruzione universitaria da parte delle famiglie si dovrebbe confrontare con alcune alternative, avendo come unico metro il profilo rischio rendimento atteso. Queste alternative possono essere rappresentate dall’investimento in percorsi formativi più brevi e meno costosi dell’università, finalizzati a migliorare le possibilità occupazionali in settori ben determinati (per diventare un bravo assicuratore o consulente finanziario non è necessaria la laurea in economia!), e/o nell’aiuto economico per l’avvio di una attività imprenditoriale. O anche nella scelta di non compiere alcun investimento in istruzione aggiuntiva per via delle notevoli incertezze sul profilo rischio-rendimento atteso, cogliendo però le - non molte - opportunità occupazionali che si aprono per i diplomati. Purtroppo temo che per non pochi giovani italiani questa alternativa sia perseguita anche in assenza di occupazione, nella più totale rassegnazione. Della serie: "Non investo su di te perché percepisco che qualsiasi progetto è caratterizzato da un profilo rischio-rendimento perdente, anche se gli studi che hai fatto fino a oggi sono insufficienti a darti un lavoro".

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 3 febbraio 2013

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