Perchè la ricchezza senza consapevolezza è fragile

di Marco Liera (*) - 20/01/2013

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Il comune buon senso ci suggerisce che la relazione tra conoscenza e benessere privato sia positiva: più sai, maggiori sono le possibilità di incrementare la tua ricchezza. Varie statistiche mostrano in effetti che a un più alto grado di scolarizzazione corrisponda una maggiore  capacità reddituale. Questa regola non trova però conferma in Italia. Il nostro Paese è al 44mo posto nella classifica pubblicata sull'IMD Competitiveness Yearbook sul grado di preparazione finanziaria (al primo posto c'è la Danimarca). Fin qui nessuna sorpresa, o quasi. Il vero punto è che davanti all'Italia in questa classifica ci sono Paesi più poveri del nostro, come il Messico o l'Indonesia. Non c'è al mondo un Paese con una popolazione così benestante e al tempo stesso impreparata dal punto di vista finanziario come l'Italia. La ricchezza netta media delle famiglie italiane, nonostante sia in contrazione, è tuttora pari a 350mila euro (immobili e altri beni reali inclusi). Secondo la Banca d’Italia, Il rapporto tra ricchezza familiare e reddito individuale in Italia é addirittura superiore a quello di Germania e Francia. Ma nella classifica della financial literacy i nosri partner stanno davanti, rispettivamente al 14mo e al 30mo posto.

Il problema dell'ignoranza in Italia è ben più ampio di quello che riguarda la consapevolezza nelle decisioni finanziarie. Recentemente, nella rivista trimestrale de Il Mulino, il linguista Tullio De Mauro ricordava che le misurazioni basate su criteri internazionali rivelano che solamente il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella vita della società contemporanea (ma non necessariamente nei suoi problemi). Nel confronto con Paesi comparabili, l'Italia è al di sotto di qualsiasi standard, e tra le aree considerate, bisogna arrivare allo Stato di Nuevo Leon in Messico per trovarne una più malmessa. Il fatto di aver portato la quota di diplomati al 75-80% fra le nuove generazioni purtroppo non basta. Anche perché esistono ampie sacche di regressione verso l'analfabetismo, e perché mancano del tutto programmi di educazione permanente (come quelli che potrebbero essere dedicati a incrementare la financial literacy, dal momento che tipicamente le decisioni finanziarie più importanti sono prese in età adulta).

Sul perché in Italia sia stato possibile accumulare tra il Dopoguerra e i primi anni Duemila una notevole ricchezza privata – sia pure con talento creativo e duri sacrifici – in condizioni di inconsapevolezza (non solo finanziaria), si possono fare varie congetture. Ne azzardo tre: l’ingente debito pubblico (che non è andato solo nelle tasche di vari politici corrotti), l’endemica evasione fiscale e le ripetute svalutazioni competitive dei tempi della lira. Fattori irripetibili, quindi, che fanno sorgere vari interrogativi sulla sostenibilità della via italiana alla crescita del benessere privato. Anche perché, se è vero che il benessere futuro dipenderà più dalla capacità di gestire i patrimoni accumulati che non dalla crescita dei redditi (che purtroppo restano fermi o si riducono), la consapevolezza finanziaria diventa ancora più cruciale di prima.

Di questi argomenti si è discusso venerdì nel corso di un convegno organizzato a Roma da Federconsumatori,, nel quale sono state approfondite le relazioni tra la trasparenza dei servizi di investimento, le notevoli distorsioni cognitive dei risparmiatori domestici, e la necessità di una consulenza finanziaria ad alto valore aggiunto. Non è noto se esista una classifica degli Stati basata sul tasso di maltrattamento del pubblico risparmio. Ma se ci fosse, non saremmo stupiti di trovare l’Italia ai primi posti.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 20 gennaio 2013

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