Il crollo dei premi Vita è peggio di quello degli acquisti natalizi

di Marco Liera (*) - 30/12/2012

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Il contrasto mediatico tra i consumi natalizi degli italiani e quelli degli inglesi, da una parte ha contribuito a gettare ulteriore depressione sulla pessima congiuntura domestica, e dall’altra ad additare come esempi di ottimismo e virtù i sudditi di sua Maestà. A parte il fatto che forse è meglio aspettare dei dati un po’ più affidabili delle sensazioni che emergono dalle code festanti di cittadini inglesi in attesa della riapertura dei negozi nel Boxing Day (26 dicembre), nell’interesse del nostro benessere presente e soprattutto futuro c’è da chiedersi se i consumi delle famiglie – alti o bassi che siano – siano sostenibili oppure no. La circostanza che il debito delle famiglie inglesi sia molto più alto di quello delle famiglie italiane induce a qualche preoccupazione. Viviamo in un mondo altamente interdipendente, e non possiamo permetterci di disinteressarci degli squilibri altrui. La grande crisi finanziaria globale del 2007-2009 è partita dal fatto che un numero imprecisato di famiglie americane (con la perversa complicità dei governi Usa, della Fed e delle banche a partire dagli anni 90) si era indebitata per acquistare la casa senza essere in grado di rimborsare il mutuo.

Ma c’è di più. Ogni volta che vedo assalti ai centri commerciali (sì, accadono anche in Italia) per conquistare vaporelle, televisori flatscreen e smartphones a prezzi di saldo, mi chiedo: ma tutti quelli che sono in coda e percepiscono un reddito hanno già una adeguata copertura caso morte, e una invalidità permanente da infortuni e malattia? Stanno risparmiando per la loro pensione? Si dirà: sono affari loro. No, sono anche affari nostri, perché a forza di pensare solo ai consumi di oggi e a non proteggere i rischi e il benessere di domani, quei consumatori spensierati diventeranno prima o poi delle passività a carico di tutti noi contribuenti.

Il grande economista americano Irving Fisher definiva la pianificazione finanziaria come l’attività che modifica i flussi di risorse e quindi i consumi delle famiglie nel modo a loro più desiderato (e desiderabile). Un fondo pensione è il trasferimento di risorse dalla fase in cui si lavora e si percepisce un reddito al momento in cui si è in quiescenza. Una polizza malattia è il trasferimento di risorse dalla fase in cui si gode di buona salute a una fase in cui si è meno sani. E così via. In un’ottica di sostenibilità, inquieta di più constatare che la raccolta dei premi Vita in Italia si sia ridotta di un terzo tra il 2010 (90 miliardi) e il 2012 (60 miliardi, stime Ania), che non leggere che gli acquisti natalizi siano scesi a un anno del 15-20% (stima Codacons). E’ vero che le compagnie devono ancora migliorare in qualità del servizio, trasparenza, costi, e così via. E’ vero che se uno vuole risparmiare per la pensione può farlo benissimo senza ricorrere a una assicurazione. Ma quando si parla di trasferimento di rischi (morte, longevità, e nei rami Danni, invalidità permanente), non ci sono alternative alle compagnie di assicurazione.

In uno scenario nel quale solamente il 28% delle famiglie riesce a risparmiare (stima Acri-Ipsos per la giornata del Risparmio 2012) e in cui nel giro di cinque anni le famiglie hanno visto contrarsi la loro ricchezza reale mediamente di oltre 40mila euro reali (stima Bankitalia), una delle poche notizie positive è che la raccolta netta delle reti a più valore aggiunto consulenziale (rispetto agli sportelli bancari), quelle dei promotori finanziari, è stata di 9,5 miliardi (dato Assoreti a fine ottobre), in aumento del 15,3% rispetto all’intera raccolta del 2011. Un segnale che lo stock esistente di risparmi (che rimane notevole) cerca al margine una allocazione più finalizzata. Magari a quelle protezioni e a quella previdenza di cui c’è un gran bisogno.

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