Mega-crolli della Borsa statunitense

di Nicola Zanella - 02/06/2011

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Negli ultimi due articoli pubblicati abbiamo analizzato i grandi crolli di Borsa a livello mondiale e dei principali paesi accaduti negli ultimi 40 anni, visto che gli indici utilizzati (MSCI) ricostruiscono la performance delle azioni (con frequenza mensile) “solamente” dal 31 dicembre 1969.
Se si desidera allungare il periodo di osservazione è necessario utilizzare un’altra serie di dati e concentrarsi sul mercato azionario appartenente al paese che nel ventesimo secolo si è imposto come la maggiore potenza politica, militare ed economica del mondo, ovvero gli Stati Uniti.
La “banca dati” a cui facciamo riferimento è quella costruita da Robert J. Shiller, uno dei più influenti economisti finanziari americani da almeno due decenni e professore all’università di Yale.
Grazie al suo lavoro, disponiamo della performance del mercato azionario tenuto conto anche dell’inflazione. Questo è molto interessante, dato che così possiamo valutare anche la copertura dall’inflazione offerta dalle azioni nei periodi peggiori del Novecento in un paese con elevati rendimenti reali di lungo periodo (rendimento annuo composto al netto dell’inflazione del 6,3% dal 1900 al 2010 contro un rendimento a livello mondiale del 5,5%, secondo i dati del Credit Suisse Global Investment Returns Sourcebook 2011).
Iniziamo osservando 4 mega-crolli “nominali” (cioè con dati che non tengono conto dell’inflazione) della Borsa statunitense. Ricordiamo inoltre che questi indici non comprendono i dividendi distribuiti dalle azioni. Si veda il seguente grafico.
Figura 1 (clicca sopra per ingrandire)

Appare evidente come il crollo dei mercati azionari dall’ottobre 1929 al giugno 1932 sia stato un evento davvero eccezionale, per molti addirittura irripetibile, avendo fatto registrare una perdita dell’85% in 33 mesi. Per ritornare ai livello pre-crollo è stato necessario un guadagno successivo del 556% e ben 267 mesi (circa 22 anni).
È interessante notare come la recente crisi di Borsa iniziata nell’ottobre 2007 e terminata a marzo 2009 sia stata maggiore di quella di inizio secolo e di quella del 1973-1974. Inoltre, dopo 43 mesi dall’inizio del crollo delle quotazioni azionarie, oggi per ritornare al livello pre-crollo manca ancora una performance del 13%, proprio come nell’agosto del 1976. In quell’occasione sono serviti altri 47 mesi (quasi quattro anni) per recuperare la perdita, a causa di un calo delle quotazioni avvenuto proprio tra il settembre del 1976 e il marzo del 1978. Ci attende allora un calo dei prezzi? Difficile da dire, speriamo perlomeno che si possa recuperare il livello pre-crollo in meno di quattro anni.
Di seguito, presentiamo un grafico con i dati nominali deflazionati, cioè al netto dell’inflazione. Così facendo, il quartetto di mega-crolli della Borsa statunitense diventa un terzetto, visto che dall’agosto del 2000 i prezzi reali dello S&P non sono mai più tornati al livello pre-crollo.
Figura 2 (clicca sopra per ingrandire)

Considerando anche l’inflazione, la performance delle azioni è decisamente peggiorata e il tempo necessario per recuperare i livelli pre-crollo si è ulteriormente allungato.
Basti pensare che le quotazioni azionarie sono rimaste sotto al livello del settembre 1929 per 350 mesi, cioè quattro anni in più rispetto al caso con le serie che non tengono conto dell’aumento del costo della vita.
Sia durante la crisi degli anni 70, sia in questo decennio di inizio secolo la perdita ha superato il 50%; ancora oggi, dopo 129 mesi dal valore massimo dell’agosto del 2000 è necessario un guadagno del 44% per tornare a quel livello.
Dato che il recupero è migliore rispetto a quello degli anni 70, non ci resta che sperare che l’indice impieghi meno di 46 mesi per tornare al livello del 2000.
Due sono le lezioni che possiamo trarre da questa analisi:

1) le azioni, anche negli Stati Uniti, indubbiamente la più importante potenza a livello mondiale nel Novecento, hanno fatto registrare in alcune sfortunate occasioni performance, nominali e soprattutto al netto dell’inflazione, davvero preoccupanti. Ciò significa che iniziare l’investimento in azioni nel momento sbagliato, vicino ai massimi del mercato, può portare a perdite a volte devastanti, recuperabili dopo molti (troppi?) anni;

2) per molti investitori può essere ragionevole e conveniente ridurre il rischio di subìre questo genere di perdite. La strategia di market timing che presentiamo ed aggiorniamo mensilmente nella nostra Newsletter mensile ha esattamente questo scopo: cercare, nei limiti del possibile (cioè dello stato attuale della conoscenza), di evitare di investire in azioni durante i periodi in cui è più probabile perdere molto. Nei prossimi articoli discuteremo nei dettagli il suo funzionamento.

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