Oltre il mito della diversificazione

di Marco Liera (*) - 24/06/2012

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Diversificazione. La parola magica che sembra poter sanare vari rischi degli investimenti personali. Anche quelli catastrofali, come per esempio quello di un break-up dell’euro e/o un default della Repubblica Italiana. Ma è veramente così? In che misura la diversificazione è efficiente e in quale invece non lo è?

Facciamo un po’ di chiarezza. Rispetto a un investimento “tradizionale”, fatto al 100% di attività domestiche a reddito certo (depositi e obbligazioni di banche italiane e controllate di banche estere in Italia, titoli di Stato italiani, strumenti del risparmio postale, fondi, polizze Vita ed Etf investiti prevalentemente nelle attività citate) denominate in euro, e restando nell’ambito della protezione del benessere (quindi no azioni, commodities, oro, immobili e così via), la diversificazione si può perseguire su tre direttrici:

1)   diversificazione del rischio di credito/emittente;

2)   diversificazione del rischio valutario

3)   diversificazione del rischio politico del Paese dove sono domiciliati i risparmi.

Nulla impedisce di perseguire la diversificazione contemporaneamente sulle tre direttrici. Ad esempio, è possibile trasferire legalmente i propri risparmi presso una banca residente in un Paese “forte” dell’eurozona (come la Germania) o extra-euro (Svizzera, Usa e così via), investire quei risparmi in attività emesse da soggetti “forti” (quali i governi di Germania, Svizzera, Usa e così via), denominate in valute diverse dall’euro (franco svizzero, dollaro Usa, rand sudafricani, corone norvegesi e così via). Una soluzione del genere espone a qualche problema (come la compilazione del quadro RW del modello Unico e la dichiarazione dei redditi percepiti, o in alternativa l’utilizzo di una fiduciaria come sostituto di imposta), ma consente di realizzare teoricamente una buona diversificazione rispetto ai rischi citati. Teoricamente, perché nessuno può immaginare con certezza quali possano essere le conseguenze di eventi catastrofali come quelli citati all’inzio su Paesi “forti” dell’euro come la Germania o addirittura su Paesi “forti” extra-euro come la Svizzera e gli Usa.

D’altra parte, in uno scenario non Armageddon, una soluzione del genere consente molto probabilmente di ridurre volatilità e preoccupazioni. Un risultato possibile, per altro, anche prescindendo dal trasferimento “fisico” dei risparmi su una banca residente all’estero, limitandosi a una diversificazione di emittenti e valute. Ma i limiti a queste strategie sono due: da un lato, occorre trovare un equilibrio del tutto personale tra l’esigenza di proteggere i risparmi da eventuali perdite attese (esigenza che può spingere verso un aumento della quota di ricchezza detenuta presso banche/emittenti/valute estere) e la necessità di minimizzare i rimpianti futuri nel caso assai probabile - e sperato - che non si verifichi alcun evento catastrofale (necessità che può spingere verso un aumento della ricchezza “domestica”). Dall’altro, come ho ricordato altre volte, ogni spostamento di ricchezza su banche/emittenti/valute estere, indebolisce al margine la stabilità dell’Italia, degli istituti italiani e dell’euro e quindi aumenta il rischio che si verifichi un evento catastrofico, con danni inimmaginabili per tutti coloro che continuano a vivere in questo Paese, compresi quelli che hanno cercato di mettere al “sicuro” i propri risparmi. Va bene quindi una diversificazione fin anche opportunistica, ma a condizione che sia basata su un equilibrio personale da una parte e uno sistemico dall’altra. Equilibri che sono determinabili più sull’applicazione di un sano buon senso che non sull’utilizzo di modelli matematici.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 24 giugno 2012

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