Investire in azioni? E' affare da ricchi

di Marco Liera (*) - 17/06/2012

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Con l’indice Comit Globale che oscilla ai livelli del marzo 1986 e l’incognita odierna delle elezioni greche e delle sue ricadute sulla crisi dell’euro, investire in attività rischiose come le azioni non sembra essere un tema molto popolare. La dura lezione di questi anni di perdite e di instabilità ha però un pregio: ha decimato il popolo degli investitori in strumenti azionari, rendendo molti risparmiatori consapevoli del fatto di non possedere le caratteristiche per sopportare la volatilità – anche di “lungo periodo”- tipica delle Borse. Questa non è solamente l’amara eredità di un’ingenua tendenza al fai-da-te: la inadeguatezza media degli investitori in attività rischiose emerge anche quando le loro decisioni vengono assistite da soggetti professionali, come i collocatori (prevalentemente bancari) di fondi comuni. Uno studio di Kpmg presentato in settimana a Milano ha misurato la prociclicità della raccolta netta dei fondi comuni (tutte le categorie) nel periodo fine 2002-fine 2011, verificando che essa è fortemente correlata all’andamento del mercato azionario domestico. La correlazione tra flussi netti dei fondi comuni e indice FTSE Mib è stata pari a 0,687 (come è noto, una misurazione pari a uno mostra una perfetta correlazione, mentre una pari a zero indica una totale indipendenza). Ciò significa che i risparmiatori assistiti dai collocatori professionali detengono attività rischiose (fondi azionari, bilanciati, flessibili e altro) tendenzialmente quando Piazza Affari “tira” e le abbandonano quando il FTSE Mib vira al ribasso.

D’altra parte, una consulenza veramente qualificata può fare molto per allineare il possesso di strumenti azionari alle caratteristiche degli investitori. Questo in parte è dimostrato dalla maggiore tenuta storica della raccolta netta dei fondi comuni da parte delle reti dei promotori finanziari.

Investire in strumenti azionari (singoli titoli, fondi ed Etf azionari), da qualunque parte lo si giri, è affare per una minoranza di risparmiatori. In particolare, è un affare da ricchi. Come emerge dalla recente ricerca accademica (tra gli altri, quella dovuta a Zvi Bodie della Boston University), la decisione se investire o meno in strumenti azionari dovrebbe essere innanzi tutto messa in relazione alla cosiddetta risk capacity, la capacità di prendere rischi, che è stimabile sulla base della ricchezza finanziaria posseduta.

In mercati con una lunga tradizione alle spalle si nota infatti che le persone che investono in azioni sono banalmente da ricercare tra i benestanti. Negli Stati Uniti, la ricchezza finanziaria mediana di chi investe strumenti azionari è pari (dati 2001) a 290mila dollari pro-capite, pari a quattro volte la ricchezza finanziaria mediana di chi non lo fa. Non solo la stabilità finanziaria è il pre-requisito per investire in azioni, ma è anche misurabile con molta più oggettività di altre variabili solitamente considerate nella cosiddetta “profilazione” del cliente. La propensione al rischio individuale, per esempio, è un concetto molto scivoloso da stabilire, e varia nel tempo. Possedere un orizzonte temporale “lungo”, invece, è innaturale in base alle scoperte del premio Nobel Daniel Kahnemann, secondo il quale il periodo con il quale inevitabilmente i risparmiatori tendono a valutare il proprio investimento è quello annuale. E’ per questo che, una volta stabilita la capacity risk (il modello completo è pubblicato qui) occorre valutare se la perdita massima tollerabile su base annua del risparmiatore sia compatibile con quella storica del mercato azionario (-40% per l’indice S&P 500) e, superato questo secondo test, fissare qual è il controvalore in euro da dedicare agli strumenti a rendimento incerto come le azioni. Un criterio questo che in base alla finanza comportamentale è più efficace della tradizionale allocazione in percentuale.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 17 giugno 2012

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