Gli investimenti? Sceglieteli in base ai costi psicologici ed informativi

di Nicola Zanella - 12/04/2012

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Una classificazione degli investimenti basata sul loro costo tipico permetterebbe un’allocazione delle risorse finanziarie migliore di quella fornita dall’abbinamento tra il rischio degli strumenti e la tolleranza al rischio dei risparmiatori. Principalmente, per tre motivi: 

1) è complicato scegliere e stimare poi la misura che segnala il rischio di un determinato investimento;

2) è molto difficile capire e tradurre in scelte di portafoglio l’avversione al rischio degli investitori;

3) l’esistenza del trade-off positivo tra rischio e rendimento, principio centrale della finanza, secondo il quale ci si possono attendere più alti guadagni a costo solamente di essere disposti a subìre maggiori perdite. Nella realtà gli individui ritengono più naturale una relazione negativa tra rischio e rendimento: per loro, maggiore è il rischio e minore è il rendimento che in teoria ci si può aspettare.

Anche per tali considerazioni, l’Approccio finanziario a piramide che ho ideato insieme a Marco Liera, di fatto consiglia ai risparmiatori interessati a proteggere il proprio benessere nel corso del tempo (da un tempo T ad un tempo T+1) di investire gran parte della propria ricchezza finanziaria in strumenti a tasso reale e nominale certo e di investire in strumenti a rendimento incerto (azioni, materie prime, etc) solo quella parte dei risparmi che si ritiene di poter mettere maggiormente a rischio. 

In definitiva, per determinare l’asset allocation, che è la scelta di investimento più importante, in grado di stabilire il livello dei rendimenti di portafoglio, basta rispondere solo alla seguente domanda: 

Quanto denaro sono disposto ad investire in strumenti che ex-post sono in grado di ottenere, in termini relativi, un alto rendimento in eccesso al tasso di inflazione, ma che ex-ante non sono i migliori a proteggere il mio potere d’acquisto (ad esempio, a livello annuale)?

Una volta stabilito se e quanto dei propri risparmi dedicare agli strumenti a rendimento incerto e di conseguenza quanto riservare alla protezione del proprio benessere, si deve scegliere come ripartire il denaro tra strumenti a tasso reale e nominale. 

In teoria, coloro che sono ragionevolmente certi del loro periodo di mantenimento o orizzonte temporale (si veda qui per un approfondimento), dovrebbero privilegiare le obbligazioni inflation-linked rispetto ai titoli a tasso nominale, anche se di breve termine e quindi meno soggetti al rischio di inflazione.

Nella realtà però i risparmiatori non hanno obiettivi finanziari ben definiti e non sono in grado di definire l’arco temporale durante il quale ritengono di non dover interrompere, per vari motivi, un investimento finanziario, subendo il cosiddetto exit time risk.

Pertanto, nella maggioranza dei casi, la ripartizione tra strumenti a tasso reale e nominale può essere una banale regola 1/N o qualcosa di simile, andando ad investire più o meno la stessa quantità di denaro in entrambe le macrocategorie. Ricordo che è la strategia inflation-beating pensata per incrementare la ricchezza (nella punta della piramide) a dover essere necessariamente fatta su misura, in base alle caratteristiche del capitale umano del singolo risparmiatore. 

Ci stiamo dimenticando di qualcosa? Sì, dei costi informativi e psicologici tipici dei vari investimenti. 

Faccio un esempio. Le obbligazioni statali indicizzate all’inflazione sono lo strumento “base” a cui si dovrebbe pensare al momento di scegliere come investire i propri risparmi. Il problema è che questa asset class ha dei costi informativi e psicologici che non sono alla portata di tutti.

Secondo la classificazione che ho proposto in un recente articolo, il loro costo psicologico è medio, visto che si tratta di strumenti a tasso reale che sono quotati e che hanno anche scadenze molto lontane e quindi potenzialmente soggette ad alta volatilità, in particolare durante le crisi di liquidità dei mercati (ad esempio, fine 2008). 

È così che, ad esempio, i buoni postali indicizzati all’inflazione (non quotati) sono contraddistinti da un costo psicologico decisamente minore, nella fattispecie, il più basso tra tutti gli strumenti di investimento a disposizione dei risparmiatori italiani.

Anche il costo informativo delle obbligazioni inflation-linked è medio-alto, visto che fanno parte di una “nuova” asset class, dalle strutture (a capitale indicizzato all’inflazione, a tasso indicizzato all’inflazione o current pay bond) che non sono sempre di facile comprensione. Basti pensare che a distanza quasi di 10 anni dalla prima emissione di BTP€i, sono molti gli addetti ai lavori, dai giornalisti finanziari ai consulenti, che non conoscono, se non approssimativamente, il loro funzionamento. Stesso discorso per il nuovo BTP Italia.

È così che alla fine, per gran parte dei risparmiatori, la scelta dei prodotti all’interno delle due macrocategorie (strumenti a tasso reale e nominale) deve essere guidata dai costi tipici di questi strumenti, in particolare da quello psicologico ed informativo.

Di fatto, data anche la cultura finanziaria degli italiani, il mix buoni postali indicizzati all’inflazione e conti di deposito (PcT o BOT, a seconda anche dei rendimenti offerti) è l’unico possibile. 

Ancora una volta arrivo a concludere che prodotti quali i BOT o i conti di deposito non sono un parcheggio temporaneo della liquidità, ma veri e propri prodotti di risparmio e quindi di investimento, che dominano, per vari motivi, altri strumenti a tasso nominale potenzialmente presenti nel 4° piano della piramide Liera-Zanella, quali ad esempio le obbligazioni a tasso fisso a lungo termine (superiore ai 10 anni).

Una classificazione degli investimenti basata sul loro costo tipico permetterebbe un’allocazione delle risorse finanziarie migliore di quella fornita dall’abbinamento tra il rischio degli strumenti e la tolleranza al rischio dei risparmiatori. Principalmente, per tre motivi: 
1) è complicato scegliere e stimare poi la misura che segnala il rischio di un determinato investimento;
2) è molto difficile capire e tradurre in scelte di portafoglio l’avversione al rischio degli investitori;
3) l’esistenza del trade-off positivo tra rischio e rendimento, principio centrale della finanza, secondo il quale ci si può attendere più alti guadagni a costo solamente di essere disposti a subìre maggiori perdite. Nella realtà gli individui ritengono più naturale una relazione negativa tra rischio e rendimento: per loro, maggiore è il rischio e minore è il rendimento che in teoria ci si può aspettare.
Anche per tali considerazioni, l’Approccio finanziario a piramide che ho ideato insieme a Marco Liera, di fatto consiglia ai risparmiatori interessati a proteggere il proprio benessere nel corso del tempo (da un tempo T ad un tempo T+1) di investire gran parte della propria ricchezza finanziaria in strumenti a tasso reale e nominale certo e di investire in strumenti a rendimento incerto (azioni, materie prime, etc) solo quella parte dei risparmi che si ritiene di poter mettere maggiormente a rischio. 
In definitiva, per determinare l’asset allocation, che è la scelta di investimento più importante, in grado di stabilire il livello dei rendimenti di portafoglio, basta rispondere solo alla seguente domanda: 
Quanto denaro sono disposto ad investire in strumenti che ex-post sono in grado di ottenere, in termini relativi, un alto rendimento in eccesso al tasso di inflazione, ma che ex-ante non sono i migliori a proteggere il mio potere d’acquisto nel corso del tempo?
Una volta stabilito se e quanto dei propri risparmi dedicare agli strumenti a rendimento incerto e di conseguenza quanto riservare alla protezione del proprio benessere, si deve scegliere come ripartire il denaro tra strumenti a tasso reale e nominale. 
In teoria, coloro che sono ragionevolmente certi del loro periodo di mantenimento o orizzonte temporale (si veda qui per un approfondimento), dovrebbero privilegiare le obbligazioni inflation-linked rispetto ai titoli a tasso nominale, anche se di breve termine e quindi meno soggetti al rischio di inflazione.
Nella realtà però i risparmiatori non hanno obiettivi finanziari ben definiti e non sono in grado di definire l’arco temporale durante il quale ritengono di non dover interrompere, per vari motivi, un investimento finanziario, subendo il cosiddetto exit time risk.
Pertanto, nella maggioranza dei casi, la ripartizione tra strumenti a tasso reale e nominale può essere una banale regola 1/N o qualcosa di simile, andando ad investire più o meno la stessa quantità di denaro in entrambe le macrocategorie. Ricordo che è la strategia inflation-beating pensata per incrementare la ricchezza (nella punta della piramide) a dover essere necessariamente fatta su misura, in base alle caratteristiche del capitale umano del singolo risparmiatore. 
Ci stiamo dimenticando di qualcosa? Sì, dei costi informativi e psicologici tipici dei vari investimenti. 
Faccio un esempio. Le obbligazioni statali indicizzate all’inflazione sono lo strumento “base” a cui si dovrebbe pensare al momento di scegliere come investire i propri risparmi. Il problema è che questa asset class ha dei costi informativi e psicologici che non sono alla portata di tutti.
Secondo la classificazione che ho proposto in un recente articolo, il loro costo psicologico è medio, visto che si tratta di strumenti a tasso reale che sono quotati e che hanno anche scadenze molto lontane e quindi potenzialmente soggette ad alta volatilità, in particolare durante le crisi di liquidità dei mercati (ad esempio, fine 2008). 
È così che, ad esempio, i buoni postali indicizzati all’inflazione (non quotati) sono contraddistinti da un costo psicologico decisamente minore, nella fattispecie, il più basso tra tutti gli strumenti di investimento a disposizione dei risparmiatori italiani.
Anche il costo informativo delle obbligazioni inflation-linked è medio-alto, visto che fanno parte di una “nuova” asset class, dalle strutture (a capitale indicizzato all’inflazione, a tasso indicizzato all’inflazione o current pay bond) che non sono sempre di facile comprensione. Basti pensare che a distanza quasi di 10 anni dalla prima emissione di BTP€i, sono molti gli addetti ai lavori, dai giornalisti finanziari ai consulenti, che non conoscono, se non approssimativamente, il loro funzionamento. Stesso discorso per il nuovo BTP Italia.
È così che alla fine, per gran parte dei risparmiatori, la scelta dei prodotti all’interno delle due macrocategorie (strumenti a tasso reale e nominale) deve essere guidata dai costi tipici di questi strumenti, in particolare da quello psicologico ed informativo.
Di fatto, data anche la cultura finanziaria degli italiani, il mix buoni postali indicizzati all’inflazione e conti di deposito (PcT o BOT, a seconda anche dei rendimenti offerti) è l’unico possibile. 
Ancora una volta arrivo a concludere che prodotti quali i BOT o i conti di deposito non sono un parcheggio temporaneo della liquidità, ma veri e propri prodotti di risparmio e quindi di investimento, che dominano, per vari motivi, altri strumenti a tasso nominale potenzialmente presenti nel 4° piano della piramide Liera-Zanella, quali ad esempio le obbligazioni a tasso fisso a lungo termine (superiore ai 10 anni)Una classificazione degli investimenti basata sul loro costo tipico permetterebbe un’allocazione delle risorse finanziarie migliore di quella fornita dall’abbinamento tra il rischio degli strumenti e la tolleranza al rischio dei risparmiatori. Principalmente, per tre motiv

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