Il concetto di costo è più immediato di quello di rischio

di Nicola Zanella - 16/03/2012

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Nell’articolo precedente, ho scritto che una classificazione degli strumenti finanziari il più possibile oggettiva, immediata e di facile comprensione sarebbe molto più importante della tanto ricercata classificazione degli investitori, obiettivo prioritario della direttiva MIFID e quindi dei vari questionari che le banche sono tenute a compilare per “schedare” i loro clienti.
Evidentemente, questo profilatura ha una dubbia utilità, sia per il modo in cui viene compilata dai clienti (con colpevole sufficienza), sia perché è impossibile che un simile questionario sia in grado di stabilire la tolleranza al rischio degli investitori o la loro capacità di rischio (in riferimento ai loro obiettivi finanziari, se ne hanno).
Come ricordavo, più di una ricerca ha dimostrato come gli individui in realtà dimostrino sia avversione che propensione al rischio, a seconda del conto mentale finanziario di riferimento.
Inoltre, nella realtà gli individui ritengono più “naturale” una relazione negativa tra rischio e rendimento: per loro, maggiore è il rischio e minore è il rendimento atteso, al contrario della fondamentale legge finanziaria che vuole una relazione positiva tra rendimento e rischio ex-ante.
Per non parlare poi delle tante misure utilizzate per valutare il rischio degli investimenti, in grado di generare ancora più confusione, perché capaci di portare a conclusioni differenti: volatilità dei rendimenti annualizzati, volatilità dei rendimenti totali, probabilità di perdita alla fine del periodo di investimento, probabilità di perdita durante il periodo di investimento, maximum drawdown, VAR alla fine del periodo di investimento, expected shortfall, potenziale perdita massima, etc
Il problema è che anche in finanza, tra gli esperti, vi è ampio disaccordo, visto che con il termine rischio si intendono significati ben differenti. Ma ciò che preoccupa è che per i non addetti al settore (i semplici risparmiatori) il termine rischio abbia significati diversi rispetto a quelli assegnati dagli esperti.
In sostanza, gran parte delle informazioni comunemente comunicate al pubblico per permettergli di prendere, in teoria, decisioni almeno soddisfacenti (quelle ottime lasciamole ai libri di testo) si rivelano fuorvianti, se non addirittura dannose.
Faccio un esempio.
Tipicamente, come accade nel documento KIID per i fondi comuni, la deviazione standard dei rendimenti di un dato strumento è informazione chiave per poterlo “classificare”. Il problema è che per i risparmiatori interessati a proteggere nel corso del tempo il proprio benessere (la maggioranza!), la volatilità dei rendimenti non può essere l’unico criterio di scelta. Ad essa si deve aggiungere l'appartenenza ad una delle seguenti tre macrocategorie: prodotti a rendimento reale, prodotti a rendimento nominale o prodotti a rendimento incerto. Solamente così si può effettuare una valida classificazione ed assegnare il relativo costo psicologico. Costo che indica l’ansia e lo stress a cui un risparmiatore che ci tiene al potere d’acquisto dei suoi risparmi può andare incontro investendo i risparmi nello strumento finanziario.
Oltre però al costo psicologico, ho definito altre due tipologie di costo: il costo economico (costo monetario, ossia tangibile, relativo all’entrata in possesso di uno strumento finanziario e alla sua successiva gestione, in occasione ad esempio, di cambiamenti nella composizione del proprio portafoglio finanziario) e il costo informativo (costo, sotto forma di tempo-costo opportunità e di denaro, necessario per capire il funzionamento di uno strumento finanziario e del mercato su cui eventualmente è quotato e, una volta investito, per gestirlo efficacemente nel corso del tempo).
Come dicevo e come è chiaro ai più, il costo monetario per investire e gestire i risparmi è calato notevolmente negli ultimi anni (si pensi alla nascita degli ETF con i loro relativamente bassi costi di gestione o alle commissioni di negoziazione per acquistare e vendere titoli tramite l’home banking).
Certo, esistono ancora dei fondi comuni e altri investimenti che richiedono costi annui anche superiori al 3%, che appaiono davvero elevati (ad esempio, il TER medio di categoria dei fondi azionari è del 2,39%).
Ma il costo che personalmente ritengo maggiore e che non viene mai considerato, da nessuno, è proprio il costo informativo.
Una ricerca di qualche anno fa calcola che costi fissi annuali di soli 50$ potevano spiegare la non partecipazione al mercato azionario della metà degli investitori statunitensi “non sofisticati”, ossia che non detenevano azioni. Costi di 260$ (30 minuti a settimana ad un salario di 10 dollari l’ora) potevano invece spiegare la scelta del 75% dei non partecipanti. Perché i costi sono relativamente bassi? Perché la maggioranza degli investitori investirebbe solo una piccola parte dei risparmi (qualche migliaia di dollari) in azioni, se decidesse di farlo.
Il problema è che, secondo me, i costi informativi sono ben superiori e non sono calati affatto negli ultimi anni, per il semplice motivo che se i media (soprattutto in occasione delle varie crisi economico-finanziarie) hanno aumentato la loro copertura e i siti internet che si occupano di finanza sono oramai numerosissimi, trovare un’informazione di qualità in questo oceano di notizie, commenti e consigli di investimento è diventato un compito davvero complicato, direi impossibile.
E poi non basta certamente seguire qualche trasmissione in tv o leggere, anche con costanza, i giornali finanziari per capire il funzionamento dei vari strumenti finanziari e formarsi nel tempo della aspettative sul loro rendimento futuro. Le informazioni appaiono troppo disorganizzate perché si rivelino di qualche utilità.
Per capire, in modo almeno soddisfacente, le caratteristiche, il funzionamento e l’utilità dei vari strumenti finanziari serve molto buona volontà, del tempo a disposizione (tanto) e anche del denaro.
Chi si occupa di ricerca finanziaria sa quanto vasta sia la letteratura accademica e come gli studi in merito non si fermino mai: il tempo richiesto per rimanere costantemente aggiornati è enorme.
Pertanto, invece del rischio, foriero di equivoci ed incomprensioni (come si misura il rischio e soprattutto la tolleranza degli investitori?), si dovrebbe comunicare il costo tipico di un investimento, sotto forma di costo psicologico (in cui rientra, in parte, la misura comune di rischio adottata dall’industria finanziaria), ma anche di costo economico e soprattutto informativo.
Ritengo che così si possa giungere ad una allocazione dei risparmi migliore rispetto a quella fornita dall’abbinamento tra il “rischio” dell’investimento e tolleranza al rischio dei risparmiatori. In questo modo, le tipologie di investimento più costose sarebbero “precluse”, per ovvi motivi, ai risparmiatori che non possono permettersele.
Riprendo l’esempio dell’acquisto dell’auto fatto nell’articolo pubblicato il 27 febbraio. Sono molti gli italiani che desidererebbero possedere una Ferrari, non ci sono dubbi. È anche vero però che la maggior parte di noi non ha mai avuto il coraggio nemmeno di entrare in un concessionario che vende Ferrari, per ovvi motivi, dato che le Ferrari sono bellissime, ma costano veramente tanto.
Il motivo principale per cui molti di noi non considerano una Ferrari un’alternativa possibile al momento di cambiare auto è essenzialmente il suo costo.
Allo stesso modo, vorrei che per i risparmiatori italiani (e per i loro consulenti) fosse lampante il costo (psicologico, economico e informativo) dei vari strumenti finanziari. Sarebbe difficile a quel punto che una famiglia, magari con un lungo periodo di investimento, ma con solo qualche decina di migliaia di euro decida o venga consigliata ad investire in strumenti molto costosi.
Iniziamo a sostituire il concetto di rischio con quello di costo.

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